Il Padiglione Sicilia è un continuo movimento di persone, profumi e calici. Grazie a Roberta Marchese Ragona, che ancora una volta ha saputo aprire porte e creare incontri, il mio percorso siciliano ha preso forma con la naturalezza delle cose ben fatte. Un itinerario breve ma intenso, che ha messo in fila quattro realtà diverse per storia, stile e visione, unite però da un filo comune: la capacità di raccontare la Sicilia attraverso il bicchiere.
La prima tappa
è stata Cantine di Nessuno, dove Seby e
Francesco mi hanno raccontato l’azienda, fatta di vigne da viticoltura
eroica e rese bassissime. Qui si crede molto all’invecchiamento del vino. Siamo
sul versante sud-est del vulcano, tra Fleri e Trecastagni. Tra i rossi da
segnalare, Milice 2019, Nerello Mascalese in purezza, da viti centenarie
e con una pendenza che arriva al 65%. Vinificato con macerazione sulle bucce e
affinato in pièce di rovere per 12 mesi, poi in acciaio e in bottiglia per
altri 12 mesi. Ha un naso ammaliante, con dolcezza di fragoline e ribes, prugna
matura ricca mineralità vulcanica e percezioni balsamiche di eucalipto, cuoio,
tabacco e vaniglia. L’assaggio è fresco, con tannino finissimo e bella
lunghezza. Stesso nome ma bianco, il Milice 2021, Carricante in purezza,
vinificato con pressatura soffice e affinato in tonneau di rovere per 12 mesi e
poi in bottiglia per altri 12 mesi. Al naso ha un’impronta importante, con
frutto fresco, note erbacee e vaniglia; in bocca è intenso e di prospettiva
lunghissima. Poi Milus 2022, dalla contrada Volpare a Milo, Etna Bianco
Superiore da uve di Carricante (80%) e altre a bacca bianca. Vinificato con
pressatura soffice e affinato in acciaio dopo un breve passaggio di 3-4 mesi in
tonneau di rovere usate, e poi in bottiglia per 12 mesi. È fresco, con acidità
spiccata, tagliente e profumato, tipico dei vini di montagna. Al sorso è
intenso, complesso e persistente. È stata una tappa che ha raccontato l’Etna in
modo diretto e sincero.
Il viaggio
prosegue da Tasca d’Almerita, una delle famiglie simbolo dell’isola. Qui
la Sicilia diventa un racconto ampio, fatto di territori diversi e di una
ricerca costante dell’equilibrio. Ogni assaggio è un tassello di un mosaico più
grande, costruito nel tempo. Alessandro, figlio
del proprietario e segue personalmente le esportazioni, guida la degustazione
con calma e competenza, come chi conosce ogni angolo delle tenute. Tasca
d’Almerita si sviluppa in cinque tenute in Sicilia: la prima è Regaleali,
dal 1830, nel centro dell’isola, fino a 900 m s.l.m.; poi Mozia, Salina,
Tascante sull’Etna e infine Camporeale. La degustazione è partita
dal Regaleali Bianco 2025, un blend di Catarratto, Inzolia, Grecanico e
Chardonnay, tra i più rappresentativi della cantina. Racconta la Sicilia e
l’innovazione, unendo lo chardonnay a vitigni autoctoni. Ha fatto seguito Buonsenso
2025, un Catarratto luminoso e pulito, coltivato a circa 900 m s.l.m., solo
acciaio. Si chiama così perché il Catarratto è la varietà più piantata in
Sicilia e si diceva che fosse “buon senso” piantarlo, per andare sul sicuro.
Poi è arrivato il vino che più racconta la famiglia: Nozze d’Oro 2023.
Nato nel 1985 come un segreto, come regalo del bisnonno di Alessandro, il Conte
Giuseppe Tasca d’Almerita, alla bisnonna Franca
per celebrare i cinquant’anni di matrimonio. L’etichetta riporta la frase: “Dedicato
a mia moglie con amore immenso”, Regaleali, 3 giugno 1985. È un blend di
una varietà di Sauvignon Blanc trovata nella tenuta prima ancora di acquistarla
— chiamata Sauvignon Tasca per la capacità di adattarsi al territorio — e
Inzolia. Fa solo acciaio. Un’unione improbabile sulla carta, perfetta nel
bicchiere, capace di una longevità sorprendente. Siamo passati al Madama
Rosé della Tenuta Sallier de La Tour a Monreale. È un Syrah fatto
rosé, fresco e immediato. Le etichette riportano personaggi in cui il viso
riprende le piante della tenuta stilizzate come donne. Tra i rossi, Rosso
del Conte 2020, il più rappresentativo della cantina, porta sulle spalle
cinquant’anni di storia e non li sente. Era il sogno del bisnonno, uscito nel
’70. All’epoca la cantina non era ancora nota e lui, intuendo il potenziale dei
vini siciliani, andò in Francia a bussare a ogni porta dei produttori di
Châteauneuf-du-Pape per carpirne i segreti. Tornato in Sicilia, decise di
utilizzare quanto imparato, ma con vitigni autoctoni siciliani: Perricone e
Nero d’Avola. Nel 2020 è stato il cinquantesimo anniversario della prima annata
del vino. La chiusura è stata a Salina con la Malvasia Didyme 2025
e il Passito di Capofaro 2025, vini che parlano di vento, sale e isole
lontane. Didyme porta l’antico nome dell’isola di Salina ed è un vino
secco, con buona acidità e sapidità. Il passito nasce da un appassimento delle
uve all’ombra, una disidratazione lenta che favorisce il mantenimento delle
note varietali. È stata una sosta che ha mostrato una Sicilia ampia e attenta
ai dettagli.
La terza tappa
è Barone di Villagrande, una delle realtà più antiche dell’Etna, sul
versante est e sud. Ad accogliermi Marco Nicolosi,
enologo e proprietario dell’azienda. Qui il vulcano si esprime in modo più
classico: struttura e verticalità. Si parte con l’Etna Bianco Superiore 2024
ora in commercio, mentre il 2025 uscirà a settembre: Marco
dà al vino il tempo che gli serve per maturare. Entra in cantina con molta
acidità, vibrante, e fa un lungo affinamento di almeno un anno, solo acciaio. È
un field blend che nasce in vigna con 90% Carricante e 10% di varietà
autoctone. Al naso note floreali e frutta bianca; al sorso è fresco, sapido e
piacevolmente persistente. L’Etna Rosato 2025 (Nerello Mascalese 90%,
Carricante 10%) è il vino definito “il più giocoso”, ma fatto con grande
impegno. Le uve vengono scelte con cura per la produzione del rosato. Segue la
tradizione siciliana perché viene fatto con la tecnica contadina “’nstabù”,
che in dialetto significa schiacciare l’uva e, senza macerazione, metterla in
botte. È delicato, colore rosato cipria, fresco. Il Bianco Contrada
Villagrande 2022 (Carricante 90%, vitigni autoctoni etnei 10%) è un vino da
conservare bene e che durerà molto. La 2022 è stata una vendemmia calda, ma il
Carricante ha saputo conservare una freschezza sorprendente, con una bella
acidità naturale. È una delle caratteristiche più affascinanti di questo
vitigno: anche quando l’uva raggiunge piena maturazione, continua a mantenere
tensione e vivacità. Sul versante est dell’Etna, dove ci troviamo, il clima
aiuta: è la zona più piovosa e più fresca, costantemente attraversata dal vento
e dalla brezza che arrivano dal mare. Sono condizioni ideali per il Carricante,
che qui riesce a esprimersi con precisione, energia e un profilo sempre nitido.
Il Rosso Contrada Monte Ilice 2023 nasce da un taglio di Nerello
Mascalese (80%) e Nerello Cappuccio con Nerello Mantellato (20%), affinato in
botti di castagno. Siamo a 850 metri, su un suolo sabbioso che obbliga a una
viticoltura davvero eroica. L’altitudine, la pendenza e la natura del terreno
modellano un vino che porta addosso la firma del luogo. Poi si passa all’Etna
Rosso Monte Arso, sul versante sud: un altro cono vulcanico, un altro
mondo. È un confronto quasi didattico, perché suolo e annata sono gli stessi,
ma cambia l’esposizione e cambia l’influenza del mare. A sud-est, a Monte
Ilice, il clima è più piovoso e ventilato, con la brezza che arriva costante
dal mare. A sud, a Monte Arso, l’atmosfera diventa più siciliana: meno
influenza marina, più sole, più caldo. Qui si vendemmia circa venti giorni
prima, con uve più mature e più intense, che danno vini più fitti, tannici e
strutturati. Il terreno, in realtà, è quasi identico: due coni vulcanici
formati da eruzioni di sabbie del 1100, entrambi con suolo sabbioso. Le
differenze ci sono, ma sono minime. La vera variabile è la distanza dal mare,
la sua influenza sul clima, sulla maturazione e sulla trama del vino. Basta
spostarsi da sud-est a sud per vedere cambiare tutto: luce, vento, ritmo
vegetativo, densità del frutto. È l’Etna che si racconta attraverso le sue
contrade.
La degustazione
con Nicolò Poma, enologo di Pellegrino
1880 e da venticinque anni presenza fissa a Pantelleria, è stata
un viaggio rapido ma intenso dentro un territorio che non smette mai di
sorprendere. Si parte dal Bianco di Venere, Zibibbo in purezza
vinificato secco: novità assoluta dell’anno, imbottigliato da appena un mese e
presentato in anteprima al Vinitaly. Quando Poma
arrivò a Pantelleria nel 2002, gli chiesero di produrre bianchi. Lui, che
ancora non conosceva l’isola, rispose che non era il posto giusto: “Continuiamo
con passiti e moscati, qui non si può fare un grande bianco”. Il territorio,
però, gli ha insegnato il contrario. Con il tempo, con l’esperienza e con
qualche attrezzo di cantina adattato alle condizioni estreme dell’isola, ha
scoperto che Pantelleria può regalare bianchi sorprendenti. Il Bianco di
Venere ne è la prova: aromatico, freschissimo, zero zucchero residuo,
pensato per essere bevuto molto freddo. Il secondo assaggio è Isesi 2024,
il suo primo progetto del 2018: un bianco più complesso, affinato un anno in
acciaio e sulle fecce fini, con aromi secondari e una struttura più profonda.
Stessa uva, stessa isola, due interpretazioni che sembrano provenire da mondi
diversi. Si passa poi al cuore dolce dell’isola con il passito di punta: Nes
2023 che in ebraico significa “miracolo”. Un vino ricchissimo ma
sorprendentemente equilibrato, con 185 g/l di zucchero residuo, 14,5° alcol e 7
g/l di acidità. Un passito che non stanca, capace di far “camminare sia il
bicchiere che la bottiglia”, come dice Poma.
La degustazione prosegue con il BIP Benjamin, Marsala Superiore Riserva
2014, è dedicato a Benjamin “Bip” Ingham, l’inglese che nel 1806 ha trasformato
una tradizione siciliana in un successo internazionale. Più moderno e delicato,
ottenuto con acquavite per un profilo più fine e accessibile. La chiusura è
affidata a un assaggio raro: il Marsala Vergine Riserva 2000, austero,
profondo, figlio del metodo solera e della tradizione più antica. È stato un
assaggio che ha unito Pantelleria e Marsala con esperienza e misura.
Un grazie speciale a Roberta, che ha reso possibile questo percorso, e a Seby e Francesco, Alessandro, Marco e Nicolò, che con le loro parole e i loro vini hanno raccontato una Sicilia viva e autentica.
By Antonello










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