mercoledì 6 maggio 2026

La Sicilia al Vinitaly 2026 con Roberta Marchese Ragona

Il Padiglione Sicilia è un continuo movimento di persone, profumi e calici. Grazie a Roberta Marchese Ragona, che ancora una volta ha saputo aprire porte e creare incontri, il mio percorso siciliano ha preso forma con la naturalezza delle cose ben fatte. Un itinerario breve ma intenso, che ha messo in fila quattro realtà diverse per storia, stile e visione, unite però da un filo comune: la capacità di raccontare la Sicilia attraverso il bicchiere.

La prima tappa è stata Cantine di Nessuno, dove Seby e Francesco mi hanno raccontato l’azienda, fatta di vigne da viticoltura eroica e rese bassissime. Qui si crede molto all’invecchiamento del vino. Siamo sul versante sud-est del vulcano, tra Fleri e Trecastagni. Tra i rossi da segnalare, Milice 2019, Nerello Mascalese in purezza, da viti centenarie e con una pendenza che arriva al 65%. Vinificato con macerazione sulle bucce e affinato in pièce di rovere per 12 mesi, poi in acciaio e in bottiglia per altri 12 mesi. Ha un naso ammaliante, con dolcezza di fragoline e ribes, prugna matura ricca mineralità vulcanica e percezioni balsamiche di eucalipto, cuoio, tabacco e vaniglia. L’assaggio è fresco, con tannino finissimo e bella lunghezza. Stesso nome ma bianco, il Milice 2021, Carricante in purezza, vinificato con pressatura soffice e affinato in tonneau di rovere per 12 mesi e poi in bottiglia per altri 12 mesi. Al naso ha un’impronta importante, con frutto fresco, note erbacee e vaniglia; in bocca è intenso e di prospettiva lunghissima. Poi Milus 2022, dalla contrada Volpare a Milo, Etna Bianco Superiore da uve di Carricante (80%) e altre a bacca bianca. Vinificato con pressatura soffice e affinato in acciaio dopo un breve passaggio di 3-4 mesi in tonneau di rovere usate, e poi in bottiglia per 12 mesi. È fresco, con acidità spiccata, tagliente e profumato, tipico dei vini di montagna. Al sorso è intenso, complesso e persistente. È stata una tappa che ha raccontato l’Etna in modo diretto e sincero.

Il viaggio prosegue da Tasca d’Almerita, una delle famiglie simbolo dell’isola. Qui la Sicilia diventa un racconto ampio, fatto di territori diversi e di una ricerca costante dell’equilibrio. Ogni assaggio è un tassello di un mosaico più grande, costruito nel tempo. Alessandro, figlio del proprietario e segue personalmente le esportazioni, guida la degustazione con calma e competenza, come chi conosce ogni angolo delle tenute. Tasca d’Almerita si sviluppa in cinque tenute in Sicilia: la prima è Regaleali, dal 1830, nel centro dell’isola, fino a 900 m s.l.m.; poi Mozia, Salina, Tascante sull’Etna e infine Camporeale. La degustazione è partita dal Regaleali Bianco 2025, un blend di Catarratto, Inzolia, Grecanico e Chardonnay, tra i più rappresentativi della cantina. Racconta la Sicilia e l’innovazione, unendo lo chardonnay a vitigni autoctoni. Ha fatto seguito Buonsenso 2025, un Catarratto luminoso e pulito, coltivato a circa 900 m s.l.m., solo acciaio. Si chiama così perché il Catarratto è la varietà più piantata in Sicilia e si diceva che fosse “buon senso” piantarlo, per andare sul sicuro. Poi è arrivato il vino che più racconta la famiglia: Nozze d’Oro 2023. Nato nel 1985 come un segreto, come regalo del bisnonno di Alessandro, il Conte Giuseppe Tasca d’Almerita, alla bisnonna Franca per celebrare i cinquant’anni di matrimonio. L’etichetta riporta la frase: “Dedicato a mia moglie con amore immenso”, Regaleali, 3 giugno 1985. È un blend di una varietà di Sauvignon Blanc trovata nella tenuta prima ancora di acquistarla — chiamata Sauvignon Tasca per la capacità di adattarsi al territorio — e Inzolia. Fa solo acciaio. Un’unione improbabile sulla carta, perfetta nel bicchiere, capace di una longevità sorprendente. Siamo passati al Madama Rosé della Tenuta Sallier de La Tour a Monreale. È un Syrah fatto rosé, fresco e immediato. Le etichette riportano personaggi in cui il viso riprende le piante della tenuta stilizzate come donne. Tra i rossi, Rosso del Conte 2020, il più rappresentativo della cantina, porta sulle spalle cinquant’anni di storia e non li sente. Era il sogno del bisnonno, uscito nel ’70. All’epoca la cantina non era ancora nota e lui, intuendo il potenziale dei vini siciliani, andò in Francia a bussare a ogni porta dei produttori di Châteauneuf-du-Pape per carpirne i segreti. Tornato in Sicilia, decise di utilizzare quanto imparato, ma con vitigni autoctoni siciliani: Perricone e Nero d’Avola. Nel 2020 è stato il cinquantesimo anniversario della prima annata del vino. La chiusura è stata a Salina con la Malvasia Didyme 2025 e il Passito di Capofaro 2025, vini che parlano di vento, sale e isole lontane. Didyme porta l’antico nome dell’isola di Salina ed è un vino secco, con buona acidità e sapidità. Il passito nasce da un appassimento delle uve all’ombra, una disidratazione lenta che favorisce il mantenimento delle note varietali. È stata una sosta che ha mostrato una Sicilia ampia e attenta ai dettagli.

La terza tappa è Barone di Villagrande, una delle realtà più antiche dell’Etna, sul versante est e sud. Ad accogliermi Marco Nicolosi, enologo e proprietario dell’azienda. Qui il vulcano si esprime in modo più classico: struttura e verticalità. Si parte con l’Etna Bianco Superiore 2024 ora in commercio, mentre il 2025 uscirà a settembre: Marco dà al vino il tempo che gli serve per maturare. Entra in cantina con molta acidità, vibrante, e fa un lungo affinamento di almeno un anno, solo acciaio. È un field blend che nasce in vigna con 90% Carricante e 10% di varietà autoctone. Al naso note floreali e frutta bianca; al sorso è fresco, sapido e piacevolmente persistente. L’Etna Rosato 2025 (Nerello Mascalese 90%, Carricante 10%) è il vino definito “il più giocoso”, ma fatto con grande impegno. Le uve vengono scelte con cura per la produzione del rosato. Segue la tradizione siciliana perché viene fatto con la tecnica contadina “’nstabù”, che in dialetto significa schiacciare l’uva e, senza macerazione, metterla in botte. È delicato, colore rosato cipria, fresco. Il Bianco Contrada Villagrande 2022 (Carricante 90%, vitigni autoctoni etnei 10%) è un vino da conservare bene e che durerà molto. La 2022 è stata una vendemmia calda, ma il Carricante ha saputo conservare una freschezza sorprendente, con una bella acidità naturale. È una delle caratteristiche più affascinanti di questo vitigno: anche quando l’uva raggiunge piena maturazione, continua a mantenere tensione e vivacità. Sul versante est dell’Etna, dove ci troviamo, il clima aiuta: è la zona più piovosa e più fresca, costantemente attraversata dal vento e dalla brezza che arrivano dal mare. Sono condizioni ideali per il Carricante, che qui riesce a esprimersi con precisione, energia e un profilo sempre nitido. Il Rosso Contrada Monte Ilice 2023 nasce da un taglio di Nerello Mascalese (80%) e Nerello Cappuccio con Nerello Mantellato (20%), affinato in botti di castagno. Siamo a 850 metri, su un suolo sabbioso che obbliga a una viticoltura davvero eroica. L’altitudine, la pendenza e la natura del terreno modellano un vino che porta addosso la firma del luogo. Poi si passa all’Etna Rosso Monte Arso, sul versante sud: un altro cono vulcanico, un altro mondo. È un confronto quasi didattico, perché suolo e annata sono gli stessi, ma cambia l’esposizione e cambia l’influenza del mare. A sud-est, a Monte Ilice, il clima è più piovoso e ventilato, con la brezza che arriva costante dal mare. A sud, a Monte Arso, l’atmosfera diventa più siciliana: meno influenza marina, più sole, più caldo. Qui si vendemmia circa venti giorni prima, con uve più mature e più intense, che danno vini più fitti, tannici e strutturati. Il terreno, in realtà, è quasi identico: due coni vulcanici formati da eruzioni di sabbie del 1100, entrambi con suolo sabbioso. Le differenze ci sono, ma sono minime. La vera variabile è la distanza dal mare, la sua influenza sul clima, sulla maturazione e sulla trama del vino. Basta spostarsi da sud-est a sud per vedere cambiare tutto: luce, vento, ritmo vegetativo, densità del frutto. È l’Etna che si racconta attraverso le sue contrade.

La degustazione con Nicolò Poma, enologo di Pellegrino 1880 e da venticinque anni presenza fissa a Pantelleria, è stata un viaggio rapido ma intenso dentro un territorio che non smette mai di sorprendere. Si parte dal Bianco di Venere, Zibibbo in purezza vinificato secco: novità assoluta dell’anno, imbottigliato da appena un mese e presentato in anteprima al Vinitaly. Quando Poma arrivò a Pantelleria nel 2002, gli chiesero di produrre bianchi. Lui, che ancora non conosceva l’isola, rispose che non era il posto giusto: “Continuiamo con passiti e moscati, qui non si può fare un grande bianco”. Il territorio, però, gli ha insegnato il contrario. Con il tempo, con l’esperienza e con qualche attrezzo di cantina adattato alle condizioni estreme dell’isola, ha scoperto che Pantelleria può regalare bianchi sorprendenti. Il Bianco di Venere ne è la prova: aromatico, freschissimo, zero zucchero residuo, pensato per essere bevuto molto freddo. Il secondo assaggio è Isesi 2024, il suo primo progetto del 2018: un bianco più complesso, affinato un anno in acciaio e sulle fecce fini, con aromi secondari e una struttura più profonda. Stessa uva, stessa isola, due interpretazioni che sembrano provenire da mondi diversi. Si passa poi al cuore dolce dell’isola con il passito di punta: Nes 2023 che in ebraico significa “miracolo”. Un vino ricchissimo ma sorprendentemente equilibrato, con 185 g/l di zucchero residuo, 14,5° alcol e 7 g/l di acidità. Un passito che non stanca, capace di far “camminare sia il bicchiere che la bottiglia”, come dice Poma. La degustazione prosegue con il BIP Benjamin, Marsala Superiore Riserva 2014, è dedicato a Benjamin “Bip” Ingham, l’inglese che nel 1806 ha trasformato una tradizione siciliana in un successo internazionale. Più moderno e delicato, ottenuto con acquavite per un profilo più fine e accessibile. La chiusura è affidata a un assaggio raro: il Marsala Vergine Riserva 2000, austero, profondo, figlio del metodo solera e della tradizione più antica. È stato un assaggio che ha unito Pantelleria e Marsala con esperienza e misura.

Un grazie speciale a Roberta, che ha reso possibile questo percorso, e a Seby e Francesco, Alessandro, Marco e Nicolò, che con le loro parole e i loro vini hanno raccontato una Sicilia viva e autentica.

By Antonello











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