Il 14 luglio, al Pulp di Piazza Giovanni da Triora, Roma ha accolto la prima edizione di Roma in Bolle, un evento che ha riportato le bollicine al centro della scena. L’iniziativa, ideata da Roberta Marchese Ragona, Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Adriano Romano e Luca della Regina, si è divisa in due momenti: il pomeriggio dedicato agli operatori, ai giornalisti e ai wine blogger, con un confronto tecnico su metodi, terroir e identità produttive; la sera aperta agli appassionati, che hanno riempito il locale fino a tarda notte. Durante la degustazione, Luca della Regina e Ivan Vellucci hanno accompagnato il pubblico nel dialogo con i produttori, rendendo ogni assaggio un piccolo racconto, mentre con l’app MyVinApp, ideata da Claudia Spagnolo, il pubblico ha votato la migliore bollicina, premiando Ribelle di Cantina Messori, Charmat da Pignoletto e Bolle de Il Borro, Metodo Classico da Sangiovese.
Il pomeriggio dedicato a operatori, giornalisti e wine
blogger si è aperto con un’introduzione di Roberta,
che ha iniziato con leggerezza ricordando che il 14 luglio non era “la presa
della Bastiglia”, ma un’occasione per brindare alla Garbatella. Ha presentato
l’idea di riunire in un’unica giornata tutte le bollicine, dalle ancestrali
alle classiche, e ha introdotto la squadra organizzatrice: Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Luca della Regina e
Adriano Romano. Dopo aver salutato alcuni ospiti, come Carlo Dugo e il distributore dei vini in Spagna, Francesco Magno, ha presentato Ivan.
Ivan ha ricordato che
oggi le bollicine rappresentano quasi il 30% della produzione italiana e ha
spiegato perché si bevono sempre di più: fresche e versatili. Ha invitato a
degustare seguendo le suggestioni, non in modo didascalico, citando territori e
vitigni — dal Sangiovese spumantizzato alla Falanghina di Aversa, dall’Etna al
Lambrusco, fino ai vitigni “ribelli” come Orneasco, Boschera, Glaia, Berrino e
allo Spoletino umbro. È stato poi presentato Fabio
Giberti.
Fabio, Assaggiatore
Esperto di Parmigiano Reggiano, ha raccontato il ruolo del formaggio
nell’abbinamento con gli spumanti. Ha presentato tre stagionature e le ha
paragonate alla sosta sui lieviti del metodo classico: entrambe trasformano il
prodotto nel tempo. Ha ricordato la naturalità del Parmigiano — solo latte,
sale e caglio — e il rispetto della materia prima, proprio come nel vino.
Infine Carlo Dugo,
enogastronomo, ha sottolineato come la possibilità di avere tante effervescenze
diverse, abbinate a produzioni e stagionature differenti, sia molto
interessante. Ha aggiunto che l’evento offre ottime occasioni di conoscenza:
lui stesso ha scoperto aziende che non conosceva e gli fa piacere incontrarne
di nuove.
Tra le cantine incontrate, la prima che voglio raccontare è Quaterluna,
presentata da Isabella. Una realtà
piccolissima, nata nel 2021, appena 4.500 bottiglie, costruita con la pazienza
di chi sa che la qualità non si improvvisa. Il nome nasce da un vigneto in
Franciacorta, nella contrada Valluna, e dai quattro soci: non hanno potuto
usare “Valluna” perché già registrato, ma “Quaterluna” è diventato un nome
evocativo, quasi poetico, che mi piace molto. Isabella
ha portato il Fase 4, extra brut della vendemmia 2023, 65% Pinot Nero e
35% Chardonnay, sboccato a gennaio, dosaggio di un grammo per litro. Per lei
l’extra brut è una scelta di stile, non una categoria. Ha anticipato l’uscita
del loro primo millesimato, prevista per settembre, sempre a dosaggio zero. Ha
raccontato anche il Fase 3, vendemmia 2022, più calda e matura, dove lo
Chardonnay prevale per mantenere equilibrio. Ogni “Fase” è una cuvée unica, non
replicata, niente standardizzazione. Producono poco, e questo significa
accettare che il vino cambi ogni anno.
Dalla Franciacorta sono passato nelle Marche, da Mencaroni,
con Federico. Ha presentato tre etichette
pensate per la ristorazione: il Brut Nature, l’Extra Brut Rosé e
il nuovo Dry. Quest’ultimo nasce da un’esigenza concreta: nei ristoranti
stellati mancava un vino capace di accompagnare pesce crudo e dessert, due
momenti difficili per le bollicine tradizionali. Federico si è ispirato a ciò
che accadeva nei porti di Bordeaux, dove il pesce crudo veniva servito con
champagne dosati. Il Dry compensa la sapidità di ostriche e salmone,
ripulisce la parte grassa e allo stesso tempo funziona sul dessert. È già stato
inserito in degustazione in ristoranti due stelle. Ha poi raccontato la
vendemmia 2022 di Verdicchio in purezza, Brut Nature: rese bassissime,
selezione del 35%, e ha ricordato le Magnum della 2012. La cantina, a
Senigallia, produce anche rossi e vini da invecchiamento. Ha presentato un Rosé
extra brut da Grenache, Montepulciano e Sangiovese, e il Dry, 80%
Bianchello con Berlic e Malvasia, leggermente dolce al naso e in bocca,
perfetto per pesce crudo, dessert e Parmigiano molto stagionato. Lavora anche
su Verdicchio e Chardonnay sui lieviti, con rifermentazione “a tappo a fondo”,
come si faceva una volta.
Poi sono arrivato in Umbria, da Colle Uncinano con Daniele, dove la storia delle bollicine nasce dal
Trebbiano Spoletino. La linea Rosa è una delle espressioni più curate:
da giovane è agrumata e citrica, poi evolve verso pompelmo rosa e, nelle
versioni più strutturate, verso frutta tropicale come ananas e mango. Sempre
presente la nota gessosa, la firma del vitigno. Il Metodo Classico riposa circa
40 mesi sui lieviti. In alcune cuvée usano lieviti indigeni, senza zuccheri
aggiunti: è il vino stesso a dare la spinta per la presa di spuma. La cantina
ha investito in un macchinario che sbocca automaticamente le bottiglie e
reintegra la liqueur, migliorando costanza e precisione. Nelle versioni più
evolute emergono note speziate, quasi orientali, sempre sostenute dalla
mineralità del Trebbiano Spoletino.
Dal cuore dell’Umbria sono salito in Piemonte, da Claudio
Mariotto, con Davide che presenta l’unico blend dell’azienda, perché
solitamente vinificano tutto in purezza. Il Cortese è un vitigno che conoscono
bene, ma commercialmente è difficile da proporre perché confinano con il
territorio del Gavi. Hanno scelto di valorizzarlo nel Metodo Classico Graia,
unendo Cortese e Timorasso: potenza e gentilezza insieme. Vendemmiano con
anticipo per mantenere acidità, non fanno malolattica. Il Metodo Classico
riposa 36 mesi sui lieviti, sboccato in Langa, dosaggio zero. In degustazione
il vino appare più morbido del previsto, pur avendo meno di 3 g/l. Il Cortese
dona eleganza e dolcezza percettiva. È la loro terza sboccatura: stanno ancora
costruendo la loro identità nel metodo classico, facendo prove ogni anno.
Riflette sul rapporto tra identità e mercato: un’azienda deve essere
sostenibile, e con una carta vini ampia possono essere fedeli al proprio stile
su alcune etichette e più flessibili su altre.
Dalle colline piemontesi sono sceso in Liguria, da Giusy e Tenuta Maffone, dove la viticoltura
è davvero “eroica”: piccoli appezzamenti tra le colline di Imperia, ai piedi
del Colle di Nava. Producono sia Charmat sia Metodo Classico. Lo Charmat nasce
da Pigato e Vermentino, fresco e immediato. Il Metodo Classico, il DueZeroSette,
è la loro espressione più profonda: 60
mesi sui lieviti, talvolta 100, con struttura e finezza. È una bollicina
versatile, perfetta con pesci bianchi, carni bianche, formaggi non troppo
intensi.
Un salto in Friuli, da Giorgio,
di Zorzon, che ha portato un Charmat di due mesi, da Pinot Bianco e
Ribolla Gialla. La base viene preparata in cantina e poi portata in Veneto per
la spumantizzazione, perché la loro azienda è soprattutto una realtà da bianchi
fermi, stile Collio. Questa bollicina nasce per rispondere al mercato: essendo
vicini all’Austria, molti clienti chiamano “prosecco” qualsiasi bollicina.
Giorgio lo chiarisce con fermezza: il loro Charmat non è prosecco, è un vino
semplice, pulito, pensato per essere bevuto con immediatezza.
L’ultimo incontro è stato con Marco
Capra, Alta Langa. Ha presentato Sei Tremenda, dedicato alla
figlia Elisabetta, due Metodo Classico della stessa annata, la 2022, entrambi
affinati 36 mesi sui lieviti: il primo 70% Pinot Nero e 30% Chardonnay,
dosaggio 4 g/l; il secondo Pinot Nero 100%, dosaggio 3 g/l. Racconta con
precisione come modulano il dosaggio nelle varie sboccature. Poi parla delle
etichette, nate con i suoi figli. In origine voleva coinvolgere artisti di
strada di Roma, Londra e Parigi, ma il progetto era complesso. Un’illustratrice
ha creato sei disegni: avrebbero dovuto sceglierne uno, ma Marco li ha voluti
tutti. La scelta ha funzionato: non per fare il vino più buono, ma per far
ricordare l’azienda. Riflette sul valore della riconoscibilità visiva, sulle
etichette banali o imitate, e sull’importanza di cogliere le occasioni giuste.
La costruzione dell’identità aziendale è fatta di sliding doors: fortuna e
bravura insieme. Chiude con un tono affettuoso: ogni volta che viene a Roma
torna a casa con una carica diversa.
E così, al Pulp — cornice ideale con la sua anima
glamour nel cuore della Garbatella — si chiude la mia giornata a Roma in
Bolle, un viaggio tra territori, storie, scelte produttive e persone che
credono nel vino come racconto. Un grazie a Roberta,
Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Luca della Regina e Adriano Romano per
una splendida iniziativa, con l’augurio che sia la prima di molte.
Antonello
Le cantine presenti
- Abrigo
Fratelli (Piemonte) – il Sivà Riserva, Metodo Classico da Chardonnay.
- Albamarina
(Campania) — L’Eremita, Metodo Charmat da Fiano del Cilento.
- Ambasciatori
del Gusto (Veneto) – Le Manzane, Glera in versione ancestrale.
- Blasi
(Umbria) – 1742, Metodo Classico da Chardonnay e Trebbiano Spoletino.
- Bortolin
Angelo (Veneto) – il Valdobbiadene DOCG e l’ancestrale Barch.
- Cantina
Messori (Emilia) – lo Spettinato da Lambrusco Grasparossa, il Ribelle
da Pignoletto, premiato dal pubblico e il Gasato da Lambrusco Salamino.
- Colle
Uncinano (Umbria) – lo Spoleto DOC da Trebbiano Spoletino.
- Conca
d’Oro (Veneto) – il Prosecco Superiore DOCG.
- Gozzelino
(Piemonte) – il Moscato DOCG e Elena, Metodo Classico da Pinot Nero.
- Il
Borro (Toscana) – Bolle di Borro, premiato dal pubblico, e il
raffinato Chiaro di Bolle.
- Marco Capra
(Piemonte) – Sei Tremenda, Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero.
- Mencaroni
(Marche) – il Brut Nature da Verdicchio.
- Muratori
(Franciacorta) – il Brut da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco.
- Poggio
Bonelli Chigi Saracini (Toscana) – il loro Sangiovese in versione
extra brut.
- Quaterluna –
Fase 3 e Fase 4, Metodo Classico da Chardonnay e Pinot Nero.
- Raparelli
(Lazio) – il Lallero da Vermentino.
- Rossi
di Madelana (Lazio) – il Ferrino da Bombino.
- Rotari
(Trentino) – la linea Alperegis, Trentodoc di montagna.
- Silvestri
(Lazio) – Brut e Rosé, bollicine dei Castelli Romani dal 1929.
- Solis
Terrae (Lazio) – Bullule, da Bellone e Chardonnay.
- Vin
Viandante (Lazio) – Confine, Cesanese rifermentato.
- Tenuta
Maffone (Liguria) – il Duezerosette da Ormeasco con 100 mesi di
affinamento.
- Valdarno
di Sopra (Toscana) – il Sangiovese con 18 e 60 mesi di affinamento
- Venturini
Baldini (Emilia) – il Rubino del Cerro e il Metodo Classico, entrambi
da Lambrusco.
- Vigna
Madre (Abruzzo) – il Villa Roscià da Pecorino.
- Vitematta
(Campania) – la Radice Etrusca da Asprinio d’Aversa.
- Zazzera
(Umbria) – Serperosa da Sangiovese e Serpeoro da Grechetto.
- Zorzon
(Friuli) – lo Spumante Brut da Pinot Bianco e Ribolla.











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