Lo scorso luglio, insieme a Roberta Marchese Ragona, siamo andati a visitare la cantina Petricci e Del Pianta a Suvereto. Ad accoglierci è stato Daniele Petricci, che ci ha fatto sentire subito a casa. Appena arrivati ci ha detto: «Avevo preparato anche qualche cosina da mangiare, vi porto un pochino di formaggio, un po’ di salame, un po’ di prosciutto.» Un gesto semplice, perfetto per aprire la visita.
La storia del territorio e del consorzio
Come prima cosa, Daniele
ci ha raccontato un po' della storia del territorio. Questo percorso nasce nel
1983, quando l'obiettivo era puntare sulla produzione di vini di qualità. Fino
a quel momento, come accadeva in molte zone d'Italia, si produceva soprattutto
vino sfuso. Fu allora che otto o nove produttori, tra cui la famiglia Petricci
e Del Pianta, decisero di intraprendere una strada diversa.
In quegli anni nacque la Val di Cornia DOC, che
abbraccia un'ampia porzione di territorio compresa tra il Golfo di Baratti e
quello di Follonica. Diverse aziende producevano vino in tutta l'area, ma con
il tempo l'attenzione si concentrò soprattutto su Suvereto, ritenuta la zona
più vocata alla viticoltura di qualità. Prima venne istituita la sottozona Suvereto,
poi divenuta DOCG nel 2011.
Oggi la Val di Cornia DOC esiste ancora, ma le
aziende più importanti si concentrano soprattutto a Suvereto. Negli anni il
territorio ha attirato sempre più investimenti grazie alla qualità dei vini e a
prezzi dei terreni ancora sostenibili. Basta confrontarli con quelli di zone
vicine molto più celebri per capire perché molti abbiano deciso di scommettere
su queste colline.
Il territorio era tradizionalmente legato ai vitigni
autoctoni: Sangiovese, Ciliegiolo e Canaiolo per i rossi; Trebbiano, Malvasia,
Ansonica e Vermentino per i bianchi. Con il passare degli anni, e con una
crescente attenzione alla qualità, il disciplinare si è aperto anche ai vitigni
internazionali. Oggi i principali vitigni rossi ammessi sono cinque:
Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Syrah. Il Sangiovese
resta comunque un punto di riferimento per la zona.
Tra i bianchi, invece, il Vermentino ha assunto un ruolo
sempre più importante, anche grazie al turismo estivo: con le temperature
elevate i rossi sono meno richiesti, mentre il Vermentino incontra maggiormente
i gusti dei consumatori. Continua però a seguire un percorso diverso e viene
commercializzato come IGT Toscana Costa. La scelta è stata quella di
concentrare l'identità della denominazione soprattutto sui vini rossi.
Il consorzio è rinato nel 2021 e oggi rappresenta una realtà
giovane ma molto attiva. Tra i primi obiettivi c'era l'aggiornamento del
disciplinare, un percorso portato a termine con successo. L'attenzione è ora
rivolta soprattutto alla promozione del territorio e alla tutela della
denominazione, all'interno di una realtà che riunisce aziende di dimensioni
diverse.
Quest'anno il consorzio ha partecipato a Vinitaly con uno
stand dedicato, un passo importante per aumentare la visibilità della
denominazione. Per un territorio che vuole continuare a crescere e a farsi
conoscere, è un appuntamento imprescindibile.
Tra le iniziative più recenti c'è anche il Suvereto Wine
Festival, giunto alla terza edizione. Quest'anno, complice il ponte del 1°
maggio, la manifestazione ha superato le 2.500 presenze, un risultato che
conferma il crescente interesse per il territorio.
Daniele, che dal 2023
guida il Consorzio Vini Suvereto e Val di Cornia, sottolinea come il
territorio stia attirando sempre più investimenti. Nascono nuove aziende,
agriturismi e cantine, mentre realtà ormai affermate continuano a rappresentare
importanti punti di riferimento. Raccontare la propria zona, spiega, è
fondamentale: promuovere il territorio significa promuovere anche i suoi vini.
Suvereto ha molte carte da giocare: la bellezza del borgo,
la vicinanza al mare e un contesto paesaggistico di grande fascino. Anche per
questo continua ad attirare l'interesse di chi guarda al mondo del vino. Il
momento non è semplice, ma gli investimenti non si fermano. I territori
evolvono continuamente: alcuni hanno già raggiunto una piena maturità, altri
stanno vivendo una fase di crescita e scoperta. Suvereto, per molti,
rappresenta proprio una di queste realtà emergenti.
La cantina Petricci e Del Pianta
L'azienda nasce nel 1983 dall'iniziativa di Petricci e
Del Pianta, i genitori di Daniele. Ancora
oggi l'azienda è portata avanti dalla famiglia: ci lavorano sempre loro cinque,
i genitori, Daniele, il fratello e la
moglie. I dipendenti non mancano, ma ad accogliere i visitatori sono quasi
sempre loro.
La gamma è ampia e racconta bene la loro idea di vino. I
bianchi sono due: uno ottenuto da Trebbiano, Malvasia e Vermentino, nel segno
della tradizione di famiglia, e un Vermentino in purezza. C'è poi un rosato di
Sangiovese, un vitigno a cui sono particolarmente legati. Amano il Sangiovese
grosso, ma senza rigidità: qui i terreni cambiano molto da una zona all'altra e
non esiste una regola valida ovunque. Ci sono vigneti che esprimono al meglio
il Sangiovese e altri che si adattano maggiormente ai vitigni internazionali.
Dal Sangiovese nascono due vini molto diversi tra loro. Il
primo è un rosso giovane, affinato esclusivamente in cemento, fresco e di
grande bevibilità. Il secondo è il Buca di Cleonte, la selezione
più rappresentativa dell'azienda, affinato per dodici mesi in barrique. Completano
la gamma dei rossi Cero Secco e Nubio, due vini da
vitigni internazionali che prevedono anch'essi un passaggio in barrique.
Una parte importante della produzione è dedicata anche ai
passiti. Tutto nasce nel 1996, quando i genitori di Daniele,
durante una visita all'Elba, assaggiarono un Aleatico passito e
ne rimasero affascinati. L'enologo con cui collaboravano lavorava proprio
all'Elba e produceva quel vino. Considerando la somiglianza del clima, decisero
di fare un tentativo anche a Suvereto. Due anni dopo, nel 1998, arrivò la prima
bottiglia. In seguito, si aggiunse anche il passito di Ansonica,
un vitigno presente sia all'Elba sia nei loro vigneti. Oggi producono così due
passiti: uno da Aleatico e uno da Ansonica.
Nel raccontare la storia dell'azienda, Daniele torna spesso alle origini. Ricorda che i
nonni, con enormi sacrifici, avevano già acquistato venti ettari di terreno,
costruito il fienile, alcune strutture e la casa. Quando i suoi genitori
avviarono l'azienda nel 1983 potevano contare su quanto costruito dai nonni.
Tra i progetti più recenti c'è invece il Cabernet Franc,
piantato dopo l'approvazione del nuovo disciplinare. È un vitigno che lo
incuriosisce e che ha imparato ad apprezzare nel tempo, assaggiandone diverse
versioni. Eppure sa bene che prima di arrivare a una bottiglia servirà tempo.
La vigna deve crescere e lui deve imparare a conoscerla. Ha
messo a dimora cento piantine, ma in campagna nulla è scontato: il caldo, la
pioggia, il vento o l'esposizione possono fare la differenza. Non è detto che
attecchiscano tutte e, se necessario, bisognerà sostituire quelle che non ce la
fanno.
È il ritmo naturale della viticoltura, fatto di pazienza e
attesa. Ed è proprio questo che ama del suo lavoro: vedere una piantina
trasformarsi in una bottiglia servita sulla tavola di un grande ristorante. I
loro vini sono già presenti in alcune realtà di rilievo.
Dietro ogni bottiglia c'è un lavoro quotidiano fatto di
tempo, attenzioni e fatica. Ma, dice, quando il risultato arriva, tutto il
resto passa in secondo piano.
I nomi dei vini
Anche i nomi dei vini nascono dal territorio. Quando
iniziarono a imbottigliare, una delle difficoltà maggiori fu proprio trovare un
nome per le etichette. Chiesero aiuto al nonno, cacciatore e profondo
conoscitore della macchia, che iniziò a indicare luoghi, persone e soprannomi
legati a queste terre.
Albatrone era un grande corbezzolo, punto di
riferimento per i cacciatori. Cero Secco prende il nome da un
cerro ormai seccato. Buca di Cleonte era una piccola valle nella
quale Cleonte, un uomo del posto, si smarrì. Liseo era invece il mezzadro che
lavorava con il nonno, un uomo dai lunghi baffi che trascorreva le giornate tra
le vigne. Nubio è dedicato al nonno Nubio
Petricci. Favolo è l'unico nome di fantasia. Lo
Stillo, il passito, richiama invece la sua produzione limitata: poche
bottiglie, "a stille", come si dice con le carte. Il Bianco di
Casetta prende il nome dalla stanza in cui ci troviamo, Casetta
Petricci, una vecchia stalla costruita nei primi anni del Novecento. C'è poi Olio
dell'Assunta, che porta il nome della nonna.
La Degustazione
Il primo vino degustato è stato Liseo, un
metodo classico pas dosé da Vermentino in purezza. È la loro bollicina,
affinata per 12-18 mesi sui lieviti. Un progetto nato nel 1994 dalla passione
del padre per gli spumanti e portato avanti con pazienza: prima le prove sul
Sangiovese, poi sul Trebbiano e infine sul Vermentino.
Oggi producono circa 4.000 bottiglie, molto apprezzate. Pur
sapendo di non essere "né in Alta Langa né in Trentino", ritengono
che i loro 18 mesi sui lieviti abbiano trovato una propria dimensione.
Poi siamo passati al Vermentino Fabula 2025.
Dopo la fermentazione in cemento, il vino trascorre gli ultimi quindici giorni
in barrique nuove, dove viene effettuato un breve bâtonnage. Successivamente
torna in cemento, dove il lavoro sulle fecce fini prosegue fino
all'imbottigliamento di marzo.
L'obiettivo è dare maggiore ampiezza e lunghezza al sorso,
compensando una minore escursione termica che limita lo sviluppo dei profumi.
Alla mia domanda se tutto il vino passi in barrique, la
risposta è sì, ma soltanto per quindici giorni. Un periodo calibrato con
precisione perché, come sottolinea Daniele,
«il legno non si deve sentire».
Daniele introduce poi Vigne
Corte, il rosato di Sangiovese dell'azienda. Il nome deriva da un
vigneto caratterizzato da filari lunghi appena sessanta metri. Il Sangiovese
utilizzato proviene da un clone antico della famiglia, più produttivo del
Sangiovese grosso e con maturazione più tardiva.
Racconta che il rosato è ripartito tre anni fa: lo avevano
già fatto nel ’94, poi era stata una moda di un anno; oggi invece è una realtà
stabile.
La vigna è dedicata interamente al rosato: raccolta intorno
al 15 settembre, pressatura di tre ore, uso di ghiaccio secco e fermentazione
in bianco in cemento a bassa temperatura per ottenere una fermentazione lunga. «Poi,
se siamo stati bravi, viene buono.»
Si passa quindi ad Albatrone, il vino base
dell'azienda. È un rosso vinificato interamente in cemento, che per Daniele rappresenta bene lo stile della cantina:
diretto, moderno e capace di stare accanto ai vini più strutturati della gamma
senza sfigurare.
Daniele propone di
assaggiare i monovitigni dell'azienda: prima il Buca di Cleonte,
un Sangiovese che fa 12 mesi in barrique, e poi il Nubio,
Cabernet Sauvignon in purezza.
Il Buca di Cleonte è un Sangiovese 100% del
2023, ottenuto dalla selezione del loro vigneto più vecchio, rinnovato nel 1998
e oggi con 27 anni, nella vigna più alta.
Qui fanno due selezioni: una a luglio, per ridurre la
produzione, e una a inizio settembre, per eliminare i grappoli indietro. Per Daniele la selezione è decisiva: il Sangiovese è
più produttivo dei vitigni internazionali e richiede maggiore attenzione.
Passando alla vinificazione, spiega che questo rosso fa
cemento, ma con una macerazione diversa dall’Albatrone: l’Albatrone
macera pochi giorni, massimo sette, per non estrarre tannini; qui invece la
macerazione è di 20 giorni, con tannino poi ammorbidito in barrique di secondo
passaggio.
Il vino resta circa 12 mesi in barrique, ma non è una regola
fissa: ogni 15 giorni lo assaggiano con l’enologa e decidono. Un’annata può
richiedere 11 mesi, un’altra 13. Dopo la barrique torna in cemento per
ritrovare equilibrio, poi fa almeno 12 mesi in bottiglia, fase per loro
fondamentale.
Daniele presenta poi Nubio,
Cabernet Sauvignon in purezza e vino di punta della cantina. L'affinamento dura
diciotto mesi in barrique. Tecnicamente potrebbe essere definito una Riserva,
ma osserva che oggi questa dicitura è molto meno utilizzata rispetto al
passato.
Poi si passa allo Stillo, Aleatico passito
2024. Per Daniele l'abbinamento ideale resta
il tortino al cioccolato, mentre dolci più strutturati, come la Sacher, possono
entrare maggiormente in competizione con il vino.
L'uva viene raccolta intorno al 10 settembre e lasciata
appassire per circa quaranta giorni. Segue la separazione manuale tra acini e
raspi, il momento più importante della selezione. Se tutto procede
correttamente, il vino raggiunge naturalmente 13-14 gradi alcolici mantenendo
un importante residuo zuccherino. L'acidità ha il compito di bilanciare la
dolcezza, evitando che il sorso risulti stucchevole.
Un grazie a Daniele per
l'ospitalità, il tempo dedicatoci e i vini degustati. E un grazie a Roberta per l'organizzazione e, soprattutto, per
la compagnia che ha reso ancora più piacevole questa visita.
Antonello











