lunedì 21 settembre 2026

Alla scoperta di Petricci e Del Pianta, nel cuore di Suvereto

Lo scorso luglio, insieme a Roberta Marchese Ragona, siamo andati a visitare la cantina Petricci e Del Pianta a Suvereto. Ad accoglierci è stato Daniele Petricci, che ci ha fatto sentire subito a casa. Appena arrivati ci ha detto: «Avevo preparato anche qualche cosina da mangiare, vi porto un pochino di formaggio, un po’ di salame, un po’ di prosciutto.» Un gesto semplice, perfetto per aprire la visita.

La storia del territorio e del consorzio

Come prima cosa, Daniele ci ha raccontato un po' della storia del territorio. Questo percorso nasce nel 1983, quando l'obiettivo era puntare sulla produzione di vini di qualità. Fino a quel momento, come accadeva in molte zone d'Italia, si produceva soprattutto vino sfuso. Fu allora che otto o nove produttori, tra cui la famiglia Petricci e Del Pianta, decisero di intraprendere una strada diversa.

In quegli anni nacque la Val di Cornia DOC, che abbraccia un'ampia porzione di territorio compresa tra il Golfo di Baratti e quello di Follonica. Diverse aziende producevano vino in tutta l'area, ma con il tempo l'attenzione si concentrò soprattutto su Suvereto, ritenuta la zona più vocata alla viticoltura di qualità. Prima venne istituita la sottozona Suvereto, poi divenuta DOCG nel 2011.

Oggi la Val di Cornia DOC esiste ancora, ma le aziende più importanti si concentrano soprattutto a Suvereto. Negli anni il territorio ha attirato sempre più investimenti grazie alla qualità dei vini e a prezzi dei terreni ancora sostenibili. Basta confrontarli con quelli di zone vicine molto più celebri per capire perché molti abbiano deciso di scommettere su queste colline.

Il territorio era tradizionalmente legato ai vitigni autoctoni: Sangiovese, Ciliegiolo e Canaiolo per i rossi; Trebbiano, Malvasia, Ansonica e Vermentino per i bianchi. Con il passare degli anni, e con una crescente attenzione alla qualità, il disciplinare si è aperto anche ai vitigni internazionali. Oggi i principali vitigni rossi ammessi sono cinque: Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Syrah. Il Sangiovese resta comunque un punto di riferimento per la zona.

Tra i bianchi, invece, il Vermentino ha assunto un ruolo sempre più importante, anche grazie al turismo estivo: con le temperature elevate i rossi sono meno richiesti, mentre il Vermentino incontra maggiormente i gusti dei consumatori. Continua però a seguire un percorso diverso e viene commercializzato come IGT Toscana Costa. La scelta è stata quella di concentrare l'identità della denominazione soprattutto sui vini rossi.

Il consorzio è rinato nel 2021 e oggi rappresenta una realtà giovane ma molto attiva. Tra i primi obiettivi c'era l'aggiornamento del disciplinare, un percorso portato a termine con successo. L'attenzione è ora rivolta soprattutto alla promozione del territorio e alla tutela della denominazione, all'interno di una realtà che riunisce aziende di dimensioni diverse.

Quest'anno il consorzio ha partecipato a Vinitaly con uno stand dedicato, un passo importante per aumentare la visibilità della denominazione. Per un territorio che vuole continuare a crescere e a farsi conoscere, è un appuntamento imprescindibile.

Tra le iniziative più recenti c'è anche il Suvereto Wine Festival, giunto alla terza edizione. Quest'anno, complice il ponte del 1° maggio, la manifestazione ha superato le 2.500 presenze, un risultato che conferma il crescente interesse per il territorio.

Daniele, che dal 2023 guida il Consorzio Vini Suvereto e Val di Cornia, sottolinea come il territorio stia attirando sempre più investimenti. Nascono nuove aziende, agriturismi e cantine, mentre realtà ormai affermate continuano a rappresentare importanti punti di riferimento. Raccontare la propria zona, spiega, è fondamentale: promuovere il territorio significa promuovere anche i suoi vini.

Suvereto ha molte carte da giocare: la bellezza del borgo, la vicinanza al mare e un contesto paesaggistico di grande fascino. Anche per questo continua ad attirare l'interesse di chi guarda al mondo del vino. Il momento non è semplice, ma gli investimenti non si fermano. I territori evolvono continuamente: alcuni hanno già raggiunto una piena maturità, altri stanno vivendo una fase di crescita e scoperta. Suvereto, per molti, rappresenta proprio una di queste realtà emergenti.

La cantina Petricci e Del Pianta

L'azienda nasce nel 1983 dall'iniziativa di Petricci e Del Pianta, i genitori di Daniele. Ancora oggi l'azienda è portata avanti dalla famiglia: ci lavorano sempre loro cinque, i genitori, Daniele, il fratello e la moglie. I dipendenti non mancano, ma ad accogliere i visitatori sono quasi sempre loro.

La gamma è ampia e racconta bene la loro idea di vino. I bianchi sono due: uno ottenuto da Trebbiano, Malvasia e Vermentino, nel segno della tradizione di famiglia, e un Vermentino in purezza. C'è poi un rosato di Sangiovese, un vitigno a cui sono particolarmente legati. Amano il Sangiovese grosso, ma senza rigidità: qui i terreni cambiano molto da una zona all'altra e non esiste una regola valida ovunque. Ci sono vigneti che esprimono al meglio il Sangiovese e altri che si adattano maggiormente ai vitigni internazionali.

Dal Sangiovese nascono due vini molto diversi tra loro. Il primo è un rosso giovane, affinato esclusivamente in cemento, fresco e di grande bevibilità. Il secondo è il Buca di Cleonte, la selezione più rappresentativa dell'azienda, affinato per dodici mesi in barrique. Completano la gamma dei rossi Cero Secco e Nubio, due vini da vitigni internazionali che prevedono anch'essi un passaggio in barrique.

Una parte importante della produzione è dedicata anche ai passiti. Tutto nasce nel 1996, quando i genitori di Daniele, durante una visita all'Elba, assaggiarono un Aleatico passito e ne rimasero affascinati. L'enologo con cui collaboravano lavorava proprio all'Elba e produceva quel vino. Considerando la somiglianza del clima, decisero di fare un tentativo anche a Suvereto. Due anni dopo, nel 1998, arrivò la prima bottiglia. In seguito, si aggiunse anche il passito di Ansonica, un vitigno presente sia all'Elba sia nei loro vigneti. Oggi producono così due passiti: uno da Aleatico e uno da Ansonica.

Nel raccontare la storia dell'azienda, Daniele torna spesso alle origini. Ricorda che i nonni, con enormi sacrifici, avevano già acquistato venti ettari di terreno, costruito il fienile, alcune strutture e la casa. Quando i suoi genitori avviarono l'azienda nel 1983 potevano contare su quanto costruito dai nonni.

Tra i progetti più recenti c'è invece il Cabernet Franc, piantato dopo l'approvazione del nuovo disciplinare. È un vitigno che lo incuriosisce e che ha imparato ad apprezzare nel tempo, assaggiandone diverse versioni. Eppure sa bene che prima di arrivare a una bottiglia servirà tempo.

La vigna deve crescere e lui deve imparare a conoscerla. Ha messo a dimora cento piantine, ma in campagna nulla è scontato: il caldo, la pioggia, il vento o l'esposizione possono fare la differenza. Non è detto che attecchiscano tutte e, se necessario, bisognerà sostituire quelle che non ce la fanno.

È il ritmo naturale della viticoltura, fatto di pazienza e attesa. Ed è proprio questo che ama del suo lavoro: vedere una piantina trasformarsi in una bottiglia servita sulla tavola di un grande ristorante. I loro vini sono già presenti in alcune realtà di rilievo.

Dietro ogni bottiglia c'è un lavoro quotidiano fatto di tempo, attenzioni e fatica. Ma, dice, quando il risultato arriva, tutto il resto passa in secondo piano.

I nomi dei vini

Anche i nomi dei vini nascono dal territorio. Quando iniziarono a imbottigliare, una delle difficoltà maggiori fu proprio trovare un nome per le etichette. Chiesero aiuto al nonno, cacciatore e profondo conoscitore della macchia, che iniziò a indicare luoghi, persone e soprannomi legati a queste terre.

Albatrone era un grande corbezzolo, punto di riferimento per i cacciatori. Cero Secco prende il nome da un cerro ormai seccato. Buca di Cleonte era una piccola valle nella quale Cleonte, un uomo del posto, si smarrì. Liseo era invece il mezzadro che lavorava con il nonno, un uomo dai lunghi baffi che trascorreva le giornate tra le vigne. Nubio è dedicato al nonno Nubio Petricci. Favolo è l'unico nome di fantasia. Lo Stillo, il passito, richiama invece la sua produzione limitata: poche bottiglie, "a stille", come si dice con le carte. Il Bianco di Casetta prende il nome dalla stanza in cui ci troviamo, Casetta Petricci, una vecchia stalla costruita nei primi anni del Novecento. C'è poi Olio dell'Assunta, che porta il nome della nonna.

La Degustazione

Il primo vino degustato è stato Liseo, un metodo classico pas dosé da Vermentino in purezza. È la loro bollicina, affinata per 12-18 mesi sui lieviti. Un progetto nato nel 1994 dalla passione del padre per gli spumanti e portato avanti con pazienza: prima le prove sul Sangiovese, poi sul Trebbiano e infine sul Vermentino.

Oggi producono circa 4.000 bottiglie, molto apprezzate. Pur sapendo di non essere "né in Alta Langa né in Trentino", ritengono che i loro 18 mesi sui lieviti abbiano trovato una propria dimensione.

Poi siamo passati al Vermentino Fabula 2025. Dopo la fermentazione in cemento, il vino trascorre gli ultimi quindici giorni in barrique nuove, dove viene effettuato un breve bâtonnage. Successivamente torna in cemento, dove il lavoro sulle fecce fini prosegue fino all'imbottigliamento di marzo.

L'obiettivo è dare maggiore ampiezza e lunghezza al sorso, compensando una minore escursione termica che limita lo sviluppo dei profumi.

Alla mia domanda se tutto il vino passi in barrique, la risposta è sì, ma soltanto per quindici giorni. Un periodo calibrato con precisione perché, come sottolinea Daniele, «il legno non si deve sentire».

Daniele introduce poi Vigne Corte, il rosato di Sangiovese dell'azienda. Il nome deriva da un vigneto caratterizzato da filari lunghi appena sessanta metri. Il Sangiovese utilizzato proviene da un clone antico della famiglia, più produttivo del Sangiovese grosso e con maturazione più tardiva.

Racconta che il rosato è ripartito tre anni fa: lo avevano già fatto nel ’94, poi era stata una moda di un anno; oggi invece è una realtà stabile.

La vigna è dedicata interamente al rosato: raccolta intorno al 15 settembre, pressatura di tre ore, uso di ghiaccio secco e fermentazione in bianco in cemento a bassa temperatura per ottenere una fermentazione lunga. «Poi, se siamo stati bravi, viene buono.»

Si passa quindi ad Albatrone, il vino base dell'azienda. È un rosso vinificato interamente in cemento, che per Daniele rappresenta bene lo stile della cantina: diretto, moderno e capace di stare accanto ai vini più strutturati della gamma senza sfigurare.

Daniele propone di assaggiare i monovitigni dell'azienda: prima il Buca di Cleonte, un Sangiovese che fa 12 mesi in barrique, e poi il Nubio, Cabernet Sauvignon in purezza.

Il Buca di Cleonte è un Sangiovese 100% del 2023, ottenuto dalla selezione del loro vigneto più vecchio, rinnovato nel 1998 e oggi con 27 anni, nella vigna più alta.

Qui fanno due selezioni: una a luglio, per ridurre la produzione, e una a inizio settembre, per eliminare i grappoli indietro. Per Daniele la selezione è decisiva: il Sangiovese è più produttivo dei vitigni internazionali e richiede maggiore attenzione.

Passando alla vinificazione, spiega che questo rosso fa cemento, ma con una macerazione diversa dall’Albatrone: l’Albatrone macera pochi giorni, massimo sette, per non estrarre tannini; qui invece la macerazione è di 20 giorni, con tannino poi ammorbidito in barrique di secondo passaggio.

Il vino resta circa 12 mesi in barrique, ma non è una regola fissa: ogni 15 giorni lo assaggiano con l’enologa e decidono. Un’annata può richiedere 11 mesi, un’altra 13. Dopo la barrique torna in cemento per ritrovare equilibrio, poi fa almeno 12 mesi in bottiglia, fase per loro fondamentale.

Daniele presenta poi Nubio, Cabernet Sauvignon in purezza e vino di punta della cantina. L'affinamento dura diciotto mesi in barrique. Tecnicamente potrebbe essere definito una Riserva, ma osserva che oggi questa dicitura è molto meno utilizzata rispetto al passato.

Poi si passa allo Stillo, Aleatico passito 2024. Per Daniele l'abbinamento ideale resta il tortino al cioccolato, mentre dolci più strutturati, come la Sacher, possono entrare maggiormente in competizione con il vino.

L'uva viene raccolta intorno al 10 settembre e lasciata appassire per circa quaranta giorni. Segue la separazione manuale tra acini e raspi, il momento più importante della selezione. Se tutto procede correttamente, il vino raggiunge naturalmente 13-14 gradi alcolici mantenendo un importante residuo zuccherino. L'acidità ha il compito di bilanciare la dolcezza, evitando che il sorso risulti stucchevole.

Un grazie a Daniele per l'ospitalità, il tempo dedicatoci e i vini degustati. E un grazie a Roberta per l'organizzazione e, soprattutto, per la compagnia che ha reso ancora più piacevole questa visita.

Antonello








sabato 19 settembre 2026

La Colombera, nel regno di Elisa Semino, Queen of Timorasso

Avevo incontrato Elisa, la "Queen of Timorasso", a Roma lo scorso luglio. Da allora mi ero ripromesso di raggiungerla a Vho, presso la cantina La Colombera, una delle realtà che più hanno contribuito alla valorizzazione e all'affermazione del Timorasso. Quando se n'è presentata l'occasione, non me la sono lasciata sfuggire.

Enologa e allieva di Attilio Scienza, Elisa Semino è tra i protagonisti della rinascita del Timorasso. Insieme al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo ha creduto nelle potenzialità di un vitigno allora quasi abbandonato, complesso da coltivare ma capace di regalare vini di grande carattere. Un percorso che ha accompagnato la crescita de La Colombera e il ritorno del Timorasso sulle tavole e nelle cantine degli appassionati.

 

La Cantina

A La Colombera tutto ruota attorno alla famiglia. Se Elisa è il volto più conosciuto dell'azienda, la gestione dei campi e del lavoro in vigneto è affidata al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo.

Passeggiando tra i filari emerge subito il forte legame della famiglia con la terra. La storia della cascina inizia nel 1937, quando i bisnonni Pietro e Maria presero in affitto La Colombera. Per molti anni la famiglia ha vissuto grazie a un'economia agricola autosufficiente, fino alla svolta degli anni Ottanta, quando Piercarlo decise di smettere di conferire le uve e iniziare a vinificare e imbottigliare il proprio vino.

Oggi l'azienda lavora seguendo un approccio organico non certificato: niente diserbanti e gran parte del lavoro svolto a mano tra i filari. Anche in cantina la filosofia è quella di intervenire il meno possibile, limitandosi all'aggiunta di solforosa prima dell'imbottigliamento.

Durante la visita emerge anche il lavoro svolto negli anni per studiare le singole parcelle e comprenderne sempre meglio le caratteristiche.

L'azienda dedica particolare attenzione anche all'accoglienza. Con l'ampliamento completato nel 2022 è stata realizzata una nuova sala degustazione, dove si svolgono visite e degustazioni dedicate ai vini dell'azienda e al territorio dei Colli Tortonesi.

La Degustazione

Elisa era impegnata nella vendemmia, ma siamo comunque riusciti a scambiarci un rapido saluto. A guidarmi nella visita è stato Giovanni, che mi ha accompagnato tra vigneti e cantina raccontandomi la filosofia della famiglia Semino e le etichette che danno forma all'identità de La Colombera.

Il Timorasso è naturalmente il protagonista. L'azienda ne produce tre interpretazioni: Derthona, Montino e Santa Croce. Accanto a questi trovano spazio anche altri vitigni storici del territorio, come Barbera, Croatina e Cortese.

La degustazione è iniziata con il Derthona 2024, il primo Timorasso prodotto da La Colombera e quello che Elisa considera l'espressione più classica del vitigno. Il nome richiama l'antica Derthona, l'odierna Tortona, e sottolinea il legame profondo con il territorio.

Nel bicchiere confluiscono uve provenienti da diversi vigneti situati tra Vho, Cascina Macchetta e Sarezzano. È un assemblaggio che nasce anche da un importante lavoro di studio ampelografico: nel corso degli anni La Colombera ha individuato nelle vigne storiche le piante madri di Timorasso, identificando i siti più adatti alla coltivazione di diverse selezioni di barbatelle.

Le uve utilizzate per il Derthona provengono da cinque vigne differenti, accomunate da suoli argillosi ricchi di componente minerale, elementi che contribuiscono alla struttura e all'identità dei Timorasso dell'azienda.

Se il Derthona rappresenta l'espressione più immediata del vitigno, già passando al Montino 2024 si percepisce un cambio di passo. Le uve provengono da un unico vigneto a 250 slm su terreni argillosi chiari e scuri e il vino viene vinificato e affinato esclusivamente in acciaio. Pur essendo ancora molto giovane, lascia già intuire quella capacità evolutiva che negli anni ha reso questa etichetta una delle più apprezzate della cantina.

La storia del Montino nasce nel 1997, quando Piercarlo ed Elisa decisero di impiantare un vigneto di fronte all'antica cascina di famiglia. Qui il suolo alterna arenarie e marne a tessiture franche argillose, con presenze calcaree e tufacee che contribuiscono a definire il carattere del vino. Da questo appezzamento sarebbe nato il cru Montino, prodotto per la prima volta con la vendemmia 2006 e diventato nel tempo il vino più premiato dell'azienda, costantemente presente nelle principali guide italiane. L'annata 2021 ha ottenuto anche 93 punti dalla guida AIS Vitae.

Nel bicchiere, il Montino mostra un volto diverso a seconda del tempo trascorso in bottiglia. Nei primi anni emergono soprattutto note di pesca, fiori di acacia, biancospino, camomilla e miele. Con l'evoluzione, invece, affiorano progressivamente le note minerali e di idrocarburo, accompagnate da sfumature balsamiche sempre più intense.

È proprio questa complessità che Elisa ricerca vendemmia dopo vendemmia, cercando di interpretare le peculiarità di ogni raccolta senza perdere il legame con il territorio. Un lavoro che viene verificato e riletto periodicamente attraverso le verticali organizzate in cantina, momento fondamentale per verificare come ogni vendemmia si esprima nel corso degli anni.

Mi tengo il Montino nel bicchiere per confrontarlo con il Santa Croce, l'ultimo arrivato tra i cru aziendali. La sua storia comincia nel 2016, quando Elisa individua nella collina di Santa Croce, a Sarezzano, un'area particolarmente vocata al Timorasso. Il vigneto sorge su terreni bianchi, ricchi di carbonati e calcare, intrecciati con le argille del Tortoniano. Da qui nasce il secondo cru della cantina, prodotto per la prima volta con la vendemmia 2022 e presentato a Vinitaly 2024.

Rispetto al Montino, il Santa Croce segue una strada diversa anche in cantina. L'affinamento dura dodici mesi ed è suddiviso tra acciaio e tonneau, per poi essere riassemblato prima dell'imbottigliamento. L'annata 2023 ha ottenuto 92 punti nella guida AIS Vitae, mentre il campione in degustazione è il 2024.

Giovanni racconta che il Santa Croce è un vino che in azienda stanno ancora imparando a conoscere fino in fondo. Già oggi mostra eleganza, freschezza e verticalità, ma l'idea è che possa esprimere il meglio di sé con qualche anno di bottiglia. «Così va già bene», osserva, «ma evolvendosi cambia».

Il tema della longevità ritorna spesso durante la degustazione. Giovanni ricorda che il Timorasso è un vino molto longevo, capace di evolvere fino a dieci anni. È dopo il quarto o quinto anno, racconta, che "viene fuori" davvero, sviluppando progressivamente quella mineralità e quel caratteristico sentore di idrocarburo che gli appassionati ricercano con particolare interesse.

È però anche un vitigno delicatissimo da lavorare in vigna: quando si pota, quando si tirano giù le barbatelle, quando si lega il capofrutto, “appena lo tocchi si spacca”. A fine turno “le braccia…”, dice, per far capire la fatica.

Oggi il Timorasso viene esportato in molti Paesi e continua ad attrarre interesse nel Tortonese. «Vengono anche dalle Langhe a cercare terra da queste parti», osserva Giovanni, a testimonianza di quanto sia cambiata la percezione di questo territorio negli ultimi anni.

Terminata la parentesi dedicata al Timorasso, passiamo ai rossi. Giovanni propone un confronto tra due Barbera della stessa annata, Monleale ed Elisa, entrambi 2022, due vini che raccontano anime diverse della cantina.

Il Monleale nasce da uve provenienti dalle vigne più vecchie di Cascina Macchetta, alcune delle quali risalgono agli anni Cinquanta. Le rese contenute e un affinamento di dodici mesi in botte grande da 25 ettolitri contribuiscono a definirne il carattere. Il nome richiama l'omonima sottozona storicamente vocata e il profilo del vino è già ben riconoscibile: marasca, cioccolato, erbe aromatiche e note balsamiche si combinano in una beva ancora fresca e fragrante, destinata ad acquistare maggiore cremosità e profondità con il passare degli anni.

Nel calice accanto c'è invece Elisa. Le uve provengono da “Vegia Rampana”, il vigneto più vecchio dell'azienda, impiantato oltre sessant'anni fa dal nonno di Elisa su terreni argillosi. "Vegia Rampana" significa "vecchia strega", un nome che ben si presta al carattere di questo vino intenso e longevo, capace di esprimere il meglio di sé dopo molti anni di bottiglia. L'affinamento avviene in parte in barrique e in parte in acciaio. Alcune barrique sono nuove, altre hanno due o tre anni. La scelta di utilizzare botti di età diversa nasce dalla volontà di trovare un equilibrio che permetta al legno di accompagnare il vino senza sovrastarlo.

La conversazione si allarga poi alla storia della famiglia. Scopro così che la vecchia Colombera era il caseggiato originale, il punto più alto della proprietà, popolato da numerosi colombi. È proprio da quell'edificio che deriva il nome dell'azienda, un legame con le proprie radici che la famiglia Semino continua a custodire ancora oggi.

L'ultimo assaggio è Archè 2019, una Croatina che affina inizialmente in acciaio per poi passare in barrique, una scelta che contribuisce a definirne il carattere e la complessità.

Come spesso accade durante una degustazione, il discorso finisce presto a tavola. Si parla di salumi e di cucina tradizionale, e Giovanni non ha dubbi sugli abbinamenti: la Croatina dà il meglio con una grigliata, una fiorentina, una tagliata o con una ricca polenta con il cinghiale, piatti capaci di reggere la personalità e la struttura del vino.

Un sincero ringraziamento a Elisa e Giovanni per l'ospitalità, la disponibilità e la passione con cui mi hanno accompagnato alla scoperta de La Colombera. È stata una degustazione fatta non solo di vini, ma anche di storie, territorio e persone, gli ingredienti che rendono davvero speciale una visita in cantina.

Antonello










Alla scoperta di Petricci e Del Pianta, nel cuore di Suvereto

Lo scorso luglio, insieme a Roberta Marchese Ragona , siamo andati a visitare la cantina Petricci e Del Pianta a Suvereto . Ad accoglierci ...