sabato 5 settembre 2026

Tra vigna e cantina: due giorni con Claudio Mariotto

Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la Cantina Mariotto insieme all’amica Roberta Marchese Ragona e, soprattutto, di conoscere Claudio. Sono stati due giorni intensi, vissuti tra vigna e cantina, resi ancora più piacevoli dall’ospitalità di Claudio, del figlio Filippo, il fratello Mauro, di Davide — il wine ambassador di Roma — e degli amici che ruotano attorno alla cantina. Mi sono trovato così bene che ad agosto sono tornato a trovarlo!

I Colli Tortonesi e la storia della cantina

Siamo nei Colli Tortonesi, un territorio storicamente vocato alla vite fin dai tempi dei romani, al confine tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria. È un crocevia naturale, con un paesaggio dove i vigneti si alternano a pendii scoscesi e boschi di rovere e castagno. Qui la vite cresce tra i 150 e i 400 metri di altitudine, su circa 900 ettari complessivi. I vitigni principali sono Barbera, Cortese, Timorasso e Dolcetto.

La cantina si trova nella frazione di Vho, sulle prime colline alle spalle di Tortona, nella punta sudorientale del Piemonte. Qui l’azienda coltiva 54 ettari di vigneti tra Vho e Sarezzano, a un’altitudine compresa tra i 250 e i 300 metri. È una zona che gode di un microclima particolare: i vigneti sono a ridosso degli Appennini, affacciati sulla Pianura Padana e influenzati dalla vicinanza del mare, che dista appena 60 chilometri in linea d’aria.

Claudio oggi porta avanti l’azienda fondata nel 1921 dal bisnonno Bepi. La produzione della cantina è dedicata ai vitigni autoctoni dei Colli Tortonesi. Per i bianchi, dopo una pigiatura soffice e lenta, la fermentazione avviene in modo spontaneo e termocontrollato. Il vino resta sulle fecce nobili per dodici mesi in acciaio, prima di un affinamento in bottiglia che dura da sei a dodici mesi. I rossi mantengono l’identità del territorio grazie a macerazioni equilibrate e all’uso di tonneaux e barrique nuove o di secondo passaggio.

La visita

Sabato: la prima degustazione in cantina

La visita è iniziata sabato pomeriggio. Oltre a Roberta, Claudio, Filippo e Daniele erano presenti il fratello Mauro e gli amici Angelo, Pigi e altri che hanno reso il pomeriggio memorabile. Accompagnati da una pancetta deliziosa, siamo stati accolti dalla bollicina Graia. L’avevo già descritta nell’articolo dedicato all’evento Roma in Bolle. Blend di Cortese e Timorasso, è un metodo classico che riposa 36 mesi sui lieviti, dosaggio zero. È la loro terza sboccatura: stanno ancora costruendo la loro identità nel metodo classico, facendo prove ogni anno.

Si è poi passati al Bricco San Michele 2024, Timorasso che fa acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia. Giallo dorato, pronto per l’evoluzione, ma già si sentono note di pietra focaia e camomilla. È stata la volta dell’ Imbevibile, Timorasso che matura in anfora 12 mesi e poi riposa almeno un altro anno in bottiglia. Un bel colore aranciato vivo, al naso arrivano albicocca, pesca matura e camomilla. I profumi sono puliti. In bocca è secco, sapido, con una freschezza che tiene il sorso teso e una persistenza lunga. Un vino che si fa bere e ricordare.

È arrivato il rosato della casa, il Campo del Gatto. Un rosato 100% Dolcetto con una brevissima macerazione sulle bucce. Rosato intenso e brillante. Al naso arrivano fragolina di bosco, lampone, melograno e ciliegia fresca, con leggere sfumature floreali. In bocca è fresco, equilibrato e sapido, una morbidezza piacevole e un finale persistente, fruttato e minerale.

Infine, la sorpresa di Pigi con un assaggio alla cieca. Il vino mostrava un colore dorato con riflessi caldi. Al naso miele, frutta gialla matura e una nota minerale che emerge piano. In bocca è ampio, sapido, con una freschezza ancora viva e una persistenza lunga. Era un Derthona 2001: un Timorasso che ha mostrato la forza dell’annata e la capacità di evolvere con eleganza.

Domenica: passeggiata tra le vigne

La mattina successiva abbiamo fatto un giro in vigna con Filippo, che ci ha raccontato che la vigna del Poggio del Rosso, quella della Barbera, è il loro cru. È una vigna speciale, perché l’ha piantata suo nonno. Il vino prende il nome dal luogo in cui ci troviamo, il Poggio, o Poggio Redente, anche se lui l’ha sempre chiamato semplicemente “Poggio”. Aggiunge un dettaglio affettuoso: si chiama Poggio del Rosso perché suo nonno aveva i capelli rossi, e così gli hanno dedicato la vigna.

Proseguendo, Filippo indica il Picasso, la vigna di Timorasso più vecchia che hanno, quella da cui nasce il loro vino più importante. Quando gli chiediamo se “Picasso” abbia un significato particolare, spiega che è semplicemente il nome della zona, il nome della collina dove si trova casa sua, che poggia proprio lì. Aggiunge che anche altri nomi della zona — Tasso, Cavallina (quest’ultima era il nome della strada) — sono quelli che “i vecchi”, dice lui con un po’ di pudore, davano ai campi e alle colline. Erano denominazioni nate dalla vita contadina, tramandate e rimaste nel tempo.

Filippo ci spiega che queste colline hanno sempre avuto dei nomi propri: piccole zone, magari due o tre campi uniti su un crinale, che finivano per essere identificate con un nome preciso tramandato nel tempo. È così anche per Campo del Gatto: è il nome della zona dove si trova la vigna del Dolcetto, la stessa da cui nasce il loro rosato. Non è il nome della vigna in sé, ma della piccola porzione di collina che la comprende. Un toponimo antico, nato dalla vita contadina, rimasto come un segno di identità del luogo.

Siamo a Sarezzano. Filippo indica la chiesa romanica che domina dall’alto. Da lì, racconta, si apre una distesa di vigneti: si vede una continuità di vigneti che scende lungo la collina e prosegue oltre l’orizzonte. Quella zona, spiega, è Graia: il nome della collina dove nasce la loro bollicina. Un altro di quei toponimi antichi, legati alla geografia minuta del luogo, che definiscono le vigne più di qualsiasi mappa ufficiale.

Poi ci mostra il versante di Bricco San Michele: tutta quella distesa è Timorasso, una continuità di vigneti che scende dalla collina fino a scomparire oltre la linea dell’orizzonte. Racconta che lavorare lì è bellissimo, ma quando si scende troppo… poi bisogna risalire, e allora la collina si fa sentire.

Parla anche della vendemmia meccanica: il cingolo con la vendemmiatrice dietro vibra in base al grado di maturazione dell’uva. Le bacche, una volta scosse, cadono: alcune finiscono direttamente nel raccoglitore, altre si staccano e cadono a terra per poi essere convogliate. Non c’è bisogno di regolare nulla. È la macchina, con le sue vibrazioni calibrate, a capire quando l’uva è pronta e a staccarla nel modo giusto.

Infine, accenna alla Croatina: la zona si chiama Montemirano, un altro dei toponimi che raccontano la storia agricola di queste colline.

Domenica: la seconda degustazione in cantina

Tornati in cantina, un’altra degustazione insieme al cibo preparato dalla gentilissima Rossana, insieme a Claudio, con tartare, salame cotto, pesche passate in padella alla polvere di caffè. Poi i formaggi della Cooperativa La Tula con il Montebore e il Marzocco con albicocche tardive, giardiniera piemontese, crema di topinambur da abbinare al salame cotto, salsa tonnata, salsa verde e la diavoletta, crema di peperone con peperoncino piccante. Infine, pomodorini con il tonno e quelli con acciuga.

I vini che ci hanno proposto con questo ben di Dio sono stati il Piccolo Derthona, l’entry level della cantina, fresco e veloce, ovviamente Timorasso.

È arrivato Cavallina 2022, un Timorasso tra i più importanti della cantina, che fa acciaio e poi almeno 12 mesi bottiglia. Giallo oro nitido e intenso. Al naso arrivano note minerali, camomilla, pesca e albicocca: profumi puliti, chiari, che si aprono con naturalezza. In bocca è fresco, equilibrato e sapido, con buona struttura, una morbidezza piacevole e un finale lungo, fruttato e minerale. Un Timorasso che scorre bene e resta elegante. Abbinato con tartare.

Per finire Martirella, un blend poco pubblicizzato di Barbera, Freisa e Bonarda: un bel rosso rubino, fresco e vivace, ottimo con il salame cotto con cui è stato abbinato.

Grazie a Claudio per la calorosa accoglienza, a Filippo per il bel giro tra le vigne molto istruttivo, a Davide e gli altri amici per la compagnia e a Roberta per l’organizzazione.

Antonello










giovedì 3 settembre 2026

Visita alla cantina Abrigo Fratelli: territorio, storia e vini

Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la cantina Abrigo Fratelli a Diano d’Alba insieme all’amica Roberta Marchese Ragona. Fabrizio Rosso, l’enologo della cantina, ci ha accompagnati durante la visita insieme allo splendido cane Duset (Dolcetto in piemontese).

Illustrazione del territorio e storia

La visita è iniziata all’esterno, dove Fabrizio ci ha illustrato le caratteristiche del territorio di Diano d’Alba e il contesto storico che ha influenzato la nascita e l’evoluzione delle zone del Barolo.

Siamo a Diano d’Alba, l’unico paese della zona dove si trovano i tre terroir del Barolo: Tortoniano, Serravalliano e Marne. Questa zona rappresenta la prosecuzione naturale del grande ferro di cavallo del Barolo, con le due valli che scendono tra Serralunga e Monforte. Dalla cantina abbiamo visto, dietro Serralunga, le Ginestre di Monforte e una valletta che corrisponde a quella di Barolo.

Dopo averci illustrato il territorio che avevamo davanti, Fabrizio ha raccontato perché questa area è fuori dalla zona del Barolo. È una storia che quasi nessuno racconta, e siamo contenti di proporvela. Vale la pena ricordare che negli anni ’70, quando si definivano le prime DOC, la zona non era come oggi: c’erano la metà delle vigne e un mercato completamente diverso.

Quando fu chiesto ai contadini della zona se volessero entrare nell’area del Nebbiolo, sembra che abbiano risposto: “Noi abbiamo il Dolcetto. Siete voi che avete il problema del Nebbiolo.” Era il campanilismo piemontese. Ai tempi il mercato era per il 90% Dolcetto. Ci sono aneddoti di vecchi produttori che raccontano come, fino agli anni ’80, “obbligassero” i clienti a comprare il Barolo per poter acquistare il Dolcetto.

Un altro aneddoto molto simpatico che fa capire il clima dell’epoca è quello della visita a Roma, durante la grande nevicata del 1985, di alcuni produttori di Dolcetto. Vennero in treno nella Capitale per incontrare dei clienti e arrivati a Termini, sotto la neve, il taxi non riusciva ad uscire dal parcheggio. Un produttore, nervoso com’era, armeggiò con le gomme del taxi e le sgonfiò. Il tassista si arrabbiò, ma il produttore gli disse: “Abbi pazienza, noi veniamo dal Piemonte, siamo abituati alla neve. Facciamo così: se riesco a tirare fuori il taxi, rimani con noi tre giorni. Se non riesco, hai vinto tu.” Morale: riuscì a tirarlo fuori, e viaggiarono insieme per tre giorni. Il produttore guidava, l’altro gli diceva dove andare.

Il secondo giorno andarono all’Enoteca Ercoli, ai Parioli. L’anno prima avevano venduto dieci cartoni di Dolcetto. Per Pasqua il cliente ordinò cinquanta cartoni, altri cinquanta per settembre, poi “vediamo Natale”. I produttori avevano la pelle d’oca: fecero la colletta e ordinarono una bottiglia di champagne, che poi non pagarono perché fu loro offerta dall’Enoteca. Quando stavano per andare via, il cliente li fermò, chiamò il ragazzo di bottega, lo mandò in cantina e tornò con un cartone di Barolo. Mancavano due bottiglie e disse: “Il Dolcetto l’ho fatto assaggiare e l’ho bruciato. Questo non so a chi darlo, tenetevelo.” Perché la quotidianità, la contemporaneità, la piacevolezza all’epoca erano il Dolcetto.

Questo è stato il clima in quegli anni.

Poi il mondo è cambiato: da una parte è arrivato lo scandalo del metanolo, e chi produceva vini quotidiani ha passato momenti terribili. Dall’altra, l’arrivo dei Barolo Boys ha spinto il Barolo alla conquista dei mercati.

La visita in cantina

La seconda parte della visita si è svolta all’interno della cantina, dove Fabrizio ci ha illustrato le fasi di lavorazione, la storia della cascina e alcune particolarità della produzione Abrigo Fratelli.

Entrati in cantina abbiamo seguito il percorso dell’uva. Illustrata la vinificazione, siamo passati all’affinamento, la parte più affascinante.

Abrigo Fratelli è un’azienda familiare cresciuta nel tempo, con una produzione che si mantiene tra le 70 e le 80 mila bottiglie, sempre sotto le 100.000. Oggi lavorano circa 17–18 ettari tra proprietà e affitti, con margini per ampliare ancora la superficie vitata.

Poi siamo entrati nella parte storica della cascina. Ci ha spiegato che le aziende familiari piemontesi nascono tutte dentro le cascine: attraversiamo la vecchia stanza dell’imbottigliamento, oggi trasferita nella parte nuova, e scopriamo che dove ora si trova la cantina un tempo c’erano il fienile e la stalla.

Abbiamo potuto ammirare le vecchie bottiglie di annate storiche e vedere quelle del metodo classico con il tappo a corona. Ci mostra anche un piccolo museo storiografico dell’azienda, con tutte le vecchie etichette. Ogni tanto ne aprono qualcuna. Ultimamente hanno aperto, con grandissima soddisfazione, il Diano d’Alba Pietrin del ’99.

Fabrizio ha spiegato che sulla vecchia etichetta c’è scritto: “Vigna Petrin sorride ai baci.” Vigna Petrin è la vigna più bella, più vecchia, quella che c’è ancora oggi. “Sorride ai baci” significa che è il solatio della collina, prima ancora che nascessero le MGA. È la parte più esposta al sole: il luogo dove il sole “fa” il vino.

Il Diano, ha detto, è sempre stato un precursore: quest’anno sono quarant’anni che si usano i sorì, le vigne più belle, i solativi più esposti. Una sorta di prima zonazione “fatta in casa”.

Sul metodo classico ha spiegato che fanno praticamente tutto in casa, tranne un paio di passaggi molto delicati dove interviene un terzista: imbottigliamento e sboccatura, operazioni che richiedono tecnologie precise e macchinari complessi. Il resto del lavoro – in particolare il remuage – lo fanno ancora a mano. È un modo di lavorare che ha un fascino particolare: bello e capace di restituire il senso di un mestiere antico. Dal punto di vista del risultato, ha detto, non cambia nulla tra farlo a mano o farlo a macchina: cambia solo la quantità.

Una volta le macchine “te le tiravano dietro”; oggi, con i costi del metodo classico, sono diventate troppo care. E siccome i numeri sono ancora piccoli e c’è la volontà di mantenere un’impronta artigianale, preferiscono continuare a farlo a mano.

Il tappo a vite

Si è parlato poi del tappo a vite, di cui Fabrizio è stato un grande sostenitore. Ha mostrato come si apre e ha spiegato che il tappo a vite è una chiusura fantastica perché ha eliminato i problemi collaterali del sughero: non il gusto di tappo — quello lo riconoscono anche i bambini — ma i difetti subdoli, bottiglie meno profumate, più amare, “a cui è mancato un pezzo”.

Ha spiegato come funziona l’applicazione del tappo a vite: il tappo arriva liscio, viene infilato sulla bottiglia e una macchina chiamata rullatore lo avvita con dischi a molla. Dentro c’è una membrana: oggi si studiano membrane diverse per ottimizzare la micro‑ossigenazione.

“Il mercato lo faccio io”, ha detto, rispondendo a chi sosteneva che il consumatore non avrebbe accettato il tappo a vite. Ha anche ricordato che bottiglie da migliaia di euro, come certi grandi Champagne, sono state tappate per decenni con il tappo a corona: “Perché non dovrebbe andare bene qui?”

Fabrizio ha raccontato di Jermann, il primo in Italia a utilizzarlo, e di una scena al Vinitaly, dove si è discusso del rituale dell’apertura della bottiglia: “Usate (i sommelier) i vostri quattro minuti per aprire la bottiglia e non per raccontarla.” Un momento glaciale, ma illuminante.

Ha concluso con un’immagine: una sera d’estate in campagna, la luna, le cicale, una bottiglia da aprire… e il cavatappi dimenticato. “Quanto ti girano le palle?” ha detto ridendo. È stato il motivo per cui il tappo a vite, alla fine, si è rivelato una soluzione pratica e romantica allo stesso tempo.

Le mappe e la geografia della zona

Un momento centrale della visita è stato quello dedicato alle mappe: un viaggio dentro la geologia, la storia e le suddivisioni del territorio, che Fabrizio ha raccontato con precisione e passione. Attraverso carte, valli, comuni e antiche proprietà, ha mostrato come questo areale sia nato, cresciuto e si sia frammentato nei secoli, diventando uno dei paesaggi vitivinicoli più complessi e affascinanti del mondo.

Fabrizio, mostrando le mappe del Piemonte, ha raccontato che oggi, percorrendo le colline, si viaggia per due ore e mezza in mezzo alle vigne, in posti stupendi, dove ogni sguardo apre un’altra storia. Ci ha mostrato la mappa della geologia: arenarie di Diano, marne di Sant’Agata Fossili, formazione di Lequio.

Ha indicato Neive, poi Castagnole. Ha evidenziato le valli del Tanaro e degli affluenti: il bacino orografico del Tanaro. Guardando la mappa, si capisce la differenza tra La Morra e Serralunga: quattro milioni di anni di diversità. L’unico comune che ha tutte e tre le formazioni geologiche è Diano, prosecuzione naturale della grande U che parte da Roddi, Verduno, La Morra, Cherasco (parte), Novello, Monforte.

Ha mostrato anche la zona del Barbaresco: parte di Alba, Treiso, Neive, Barbaresco.

Ha raccontato che tutti i dieci comuni del Barolo erano proprietà dei Marchesi Falletti. Il Barolo nasce con due cantine: una a Barolo e una a Serralunga.

Novello invece era dei Marchesi Falletto, di Saluzzo, una famiglia nobiliare con possedimenti fino a Chiavari. Senza fax, senza mail, con gli Appennini in mezzo, comunicavano con segnali di fumo dalle torri: dal castello di Novello alla torre di Murazzano, e così via.

Ha raccontato che ai tempi dell’Unità d’Italia i viticoltori di Novello vendevano le uve a quelli di Barolo: Ravera, Sottocastello, tutte le zone note. Poi Saluzzo e Barolo hanno fatto la guerra e hanno chiuso gli scambi. Barolo era in crisi: aveva bisogno di quelle uve. Quella è stata la prima crisi di mercato. Alla fine hanno dovuto ammettere che compravano le uve da Novello, e così Novello è entrato nella zona del Barolo. Ancora oggi metà Novello è dentro.

Tutto questo è servito per raccontare come è nato questo areale: fantastico, stupendo, meraviglioso da alcuni punti di vista, estremamente complicato da altri. Ci ha mostrato la mappa dei cru: Bricco Voghera è tre ettari, mentre la Bussia parte dal Gallo e arriva a Monforte, lunga cinque chilometri. A Monforte hanno fatto 10 cru, 20 cru, non sa quanti siano. Segmentazione enorme: bella, ma difficile da spiegare.

Ha raccontato che la divisione campanilistica nasce dall’Impero Romano. La piccola proprietà, l’orticello, se lo portano dentro geneticamente da 2000 anni. Non esiste il latifondo come in Sicilia o Toscana. Ogni castello era uno Stato.

Ha raccontato poi che da qui parte una fascia, tra Torino e Cuneo, che arriva fino a Bordeaux, dove si parla Padois. Ha clienti che, quando sono andati a Bordeaux, si sono ritrovati a parlare lo stesso dialetto. Lui non li capisce, anche se è di qui, perché è un’altra lingua.

La degustazione

Il cibo

Fabrizio ha introdotto il tema della merenda sinoira (dal piemontese: una merenda che fa da cena). La merenda sinoira è stata una delle tradizioni più autentiche del Piemonte, e in parte lo è ancora. Un modo di stare insieme senza formalità, un rito sociale che racconta più del territorio di mille trattati di sociologia.

È nata nel tardo pomeriggio, quando il lavoro nei campi è finito e siamo al tramonto. Non è ancora cena, ma non è più merenda.

La tavola si è riempita di tutto ciò che la casa offriva, senza formalità, grazie alla gentilissima Rita. Salame cotto, prodotto dal macellaio di Diano, salame crudo, pancetta. La giardiniera – la bumatì – con il profumo di pomodoro, aceto e verdure dell’orto. Formaggi freschi e stagionati, acciughe, tonno, uova sode. Pane, burro, olio, pomodori strofinati. Nocciole con il cioccolato.

Sono piatti piccoli, immediati, sinceri. Fabrizio lo ha detto con una naturalezza che non ha avuto bisogno di enfasi: “Noi siamo la base degli antipasti.” Ed è vero: la merenda sinoira è stata un mosaico di assaggi. La tradizione degli antipasti piemontesi è vastissima: nei libri di cucina dei Savoia sono comparse decine di pubblicazioni, ognuna con molti piatti dedicati proprio alla merenda sinoira.

I vini e il carattere del Dolcetto

Si è poi brindato, e Fabrizio ha spiegato che cosa è il Dolcetto secondo lui.

“Cos’è il Dolcetto?” “L’uva più dolce che c’è.” Il nome deriva dalla dolcezza dell’acino.

Ha raccontato che è una vite difficile, molto più del Nebbiolo. Il Nebbiolo è “un soldatino”: cresce dritto, ha grappoli regolari, è vinificato con due travasi e il vino è fatto. Il Dolcetto no: è un cespuglio ribelle. Ha tralci piccoli, fragili, che sembrano lunghi mezzo metro ma si estendono per metri. Se arrivano due nuvolette, soffre. Nella vigna vecchia, ha detto, si vedono tralci sottilissimi che reggono grappoli enormi: “Come fanno a non spaccarsi?”

È una vite che richiede pazienza: va legata, seguita, coccolata. Ma ha una piacevolezza incredibile. È il vino della quotidianità, della contemporaneità, quello che si beve tutti i giorni.

Il Dolcetto è anche difficile da localizzare nella vigna: bisogna scegliere il terreno giusto. Se si sbaglia, soffre di problemi di allegagione — il fiore non diventa frutto — oppure di dissecazione del rachide: la parte erbacea del grappolo si secca e gli acini cadono. Patisce le notti fresche d’estate.

Il grappolo è delicatissimo. Fabrizio ha ricordato sua zia, una donna enorme, chinata con i guanti a raccogliere gli acini uno per uno: “Tocchi un palo e cadono gli acini.” Un’immagine che ha raccontato la fragilità del Dolcetto meglio di qualsiasi manuale.

Alla fine della splendida giornata abbiamo chiesto a Fabrizio: “Qual è il vino più buono?” Ha risposto senza esitazione: “Il vino bevuto con la compagnia più bella.”

Non potevamo che essere d’accordo, e ne abbiamo avuto la prova da Abrigo.

Antonello

I vini degustati:

Charmatto: da . Così è scritto sull’etichetta e ci è piaciuto moltissimo. Spumante Brut Rosè.

Rossese Bianco 2025: Rossese in purezza

Diano d’Alba 2024: Dolcetto in purezza

Diano d’Alba 2022 Superiore: Dolcetto in purezza

Langhe Nebbiolo 2025: Nebbiolo in purezza

Nebbiolo d’Alba 2022: Nebbiolo in purezza

Barolo 2017 Ravera: Nebbiolo in purezza, da Novello, sottozona di Ravera

Sivà Riserva Alta Langa DOCG 60 mesi: Chardonnay in purezza

















Tra vigna e cantina: due giorni con Claudio Mariotto

Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la Cantina Mariotto insieme all’amica Roberta Marchese Ragona e, soprattutto, di conoscere...