domenica 28 giugno 2026

Vini d’Abbazia 2026: un viaggio tra storia e calici di territorio

La quinta edizione di Vini d’Abbazia ha portato vita e movimento alla splendida Abbazia di Fossanova, trasformandola per tre giorni in un luogo in cui il vino ha dialogato con la storia, la spiritualità e la curiosità dei visitatori. Dal 12 al 14 giugno 2026, il chiostro e il borgo si sono riempiti di persone — oltre cinquemila — molte delle quali giovani, attenti e curiosi davanti ai banchi d’assaggio.

Il fine settimana è stato ricco di appuntamenti: il seminario dedicato al valore dei vitigni autoctoni ha aperto la manifestazione, seguito dal convegno sull’olio extravergine, che ha unito ricerca scientifica e cultura del benessere. Nel Villaggio Food & Wine, la musica ha accompagnato i visitatori e produttori e ragazzi si scambiavano storie di vigne e scelte di vita. È stato evidente come le nuove generazioni abbiano mostrato un interesse autentico per il vino — non come moda, ma come cultura.

Il programma prevedeva anche masterclass che hanno registrato il tutto esaurito. Roberto Cipresso ha aperto il programma venerdì, guidando un viaggio nei grandi rossi italiani e internazionali, mentre il giorno successivo Vincenzo Mercurio ha portato il pubblico dentro la dimensione più intima del vino dei monasteri, accompagnato dal racconto appassionato di fratel Michele Badino della comunità di Bose. Chiara Giovoni, la domenica, ha condotto un percorso luminoso tra bianchi, vitigni rari e bollicine d’autore, attraversando territori italiani e internazionali con una selezione che ha mostrato la ricchezza delle produzioni monastiche e non solo. Ho partecipato a questa masterclass, che racconterò nel dettaglio in un prossimo articolo.

Accanto alle degustazioni tecniche, la masterclass emozionale di Francesca Venturi e Giuseppe Ferroni ha aggiunto un livello nuovo: il vino osservato attraverso le emozioni. I partecipanti hanno assaggiato, risposto a un questionario in tempo reale e visto trasformarsi sensazioni come sorpresa, gioia, serenità o nostalgia in dati che diventeranno parte di una ricerca di neuroscienze applicate al vino. Nel Refettorio, la mostra ViCro ha rivelato il vino al microscopio, trasformando lieviti, cristalli e strutture invisibili in immagini che sembravano opere d’arte.

Il mio percorso degustazioni è iniziato con Lorenzo Nichelatti della Cantina Valle Isarco, che ha raccontato i vini Cru della linea Sabiona. Ha evocato la rocca di Sabiona, le suore in clausura che attraversavano un ponte chiuso per assistere alla messa senza essere viste, e il vigneto unico che custodisce secoli di storia monastica. Produzione limitata: 3.000 bottiglie per vitigno. Nel calice, il Kerner mostrava la sua doppia anima — l’acidità del Riesling e la morbidezza dello Chardonnay — mentre il Sylvaner, figlio di vecchie vigne e di un legno usato con misura, sorprendeva per eleganza, tanto che nelle degustazioni alla cieca nessuno lo riconosce come altoatesino. Curiosità: le due etichette, affiancate, formano il disegno del monastero.

Accanto, il Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano con i vini coltivati dalle monache nel terreno del monastero con metodi naturali: il Coenobium, ottenuto da Trebbiano, Malvasia e Verdicchio, e il Coenobium Ruscum, stessi vitigni ma macerato. Entrambi mi hanno colpito per eleganza e aromaticità.

Dalla storia monastica si è passati alla memoria familiare con Stefania Vallone delle Vigne Toniche, nel Lazio, cantina aderente alle Donne del Vino. Stefania ha parlato del bisnonno tornato dall’America nei primi del ’900, dei terreni acquistati con vigne già presenti, fino ad arrivare ai giorni nostri. Quando hanno deciso di capire davvero cosa stessero coltivando, le analisi genetiche hanno rivelato l’inatteso: i vitigni Reale di Esperia e Olivello di Esperia non avevano parentela con nessun vitigno conosciuto. L’Olivello è diventato Raspato Nero per distinguerlo da altre varietà simili. Molti contadini avevano estirpato queste viti difficili, loro invece hanno scelto di salvarle, vinificando solo nelle annate migliori e senza acquistare uve. Ora stanno preparando una piccola sala degustazione nel vigneto.

Il viaggio è proseguito verso la Palestina con la Cantina Cremisan. Il Nabuki mi è stato presentato come un vino che racconta il territorio attraverso la freschezza: agrumi, frutta bianca, una linea pulita e verticale. La cantina si trova a pochi chilometri da Betlemme e Gerusalemme, in un territorio complesso ma ricco di tradizione. Sui rossi autoctoni si è parlato delle differenze tra annate e bottiglie, sottolineando come questi vini cambino rapidamente e vadano assaggiati con mente aperta. Il tono era diretto, essenziale, concentrato sulla varietà e sulla bevibilità.

Poi un salto in Francia con Juliette di Domaine Dominique Gruhier, a Épineuil, in Borgogna. Ho iniziato con il Crémant de Bourgogne Extra Brut Blanc, proveniente da un piccolo vigneto situato intorno al villaggio di Épineuil, in un ambiente molto preservato, vicino a Chablis e ai vigneti della Champagne dell’Aube. Dorato, brillante e luminoso, con bollicine molto fini e leggere. All’olfatto frutti a polpa bianca, crema pasticciera, note floreali. Fresco al gusto. Poi lo Chablis 2023, 70% acciaio e 30% botte, lieviti indigeni e fermentazione malolattica. All’olfatto complesso, con frutti gialli, agrumi e frutta secca; al gusto note tostate e minerali, fresco e persistente. Infine, i due Pinot Nero 2023: il Bourgogne Épineuil, affinato in pièces bourguignonnes con il 20% di grappolo intero, e il Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette Rouge, vendemmia manuale al 100% e affinamento in pièces bourguignonnes (30% nuove, 30% primo passaggio, 30% secondo passaggio). Il primo più fresco e acido, il secondo più complesso, con tannini finissimi e chiusura amaricante.

Il viaggio nelle degustazioni è proseguito con Giada Grasso di Cascina del Monastero, storica azienda di La Morra fondata nel 1926 e legata alla famiglia Grasso da generazioni. Giada ha raccontato la storia della vecchia Cascina Luciani, un tempo appartenuta ai monaci benedettini di Mercenasco nel XVI secolo, e come questa eredità spirituale continui a vivere nei vigneti e nel lavoro quotidiano della famiglia. Nel calice, il Langhe Nebbiolo 2021 ha mostrato un profilo nitido: frutto rosso croccante, una trama tannica fine e una freschezza che richiama immediatamente le colline di La Morra. Il Barolo 2019, affinato per 48 mesi in barrique, ha invece rivelato un carattere più profondo: spezie dolci, ciliegia matura, tabacco leggero e una bocca ampia sostenuta da tannini fitti ma ben integrati. Un Barolo che unisce tradizione e precisione, e che racconta il lavoro di una famiglia che ha saputo custodire e rinnovare un’eredità lunga quasi un secolo.

In Toscana, Daniele, area manager Marchesi Antinori, ha raccontato il Chianti Classico Gran Selezione 2022, UGA San Donato in Poggio. La raccolta viene fatta interamente a mano nei vigneti attorno a Badia a Passignano, dove si trovano le parcelle dedicate alla Gran Selezione. Le uve vengono poi portate a Tignanello, in una zona di lavorazione separata: qui si vinifica per parcelle, rispettando la conformazione dei vigneti. La fermentazione alcolica avviene in acciaio, poi il vino torna all’abbazia per l’affinamento in legno. Inizialmente si usavano solo barrique nuove; nel tempo si è capito che i tonneaux da 500 litri davano un equilibrio migliore. Oggi si lavora con un blend delle due tipologie, scelta tornata dopo il Covid. L’affinamento dura 14–16 mesi. Terminato il legno, il vino rientra a Tignanello per l’imbottigliamento. È un progetto importante per la famiglia Antinori, anche perché oggi le Gran Selezione possono riportare in etichetta la UGA, proprio come le MGA piemontesi, e San Donato in Poggio è una delle zone più vocate.

Un grazie sincero a Vini d’Abbazia, a SM Studio con Stefania e Yuki per l’organizzazione, ai produttori e ai sommelier AIS Latina, in particolare Umberto, Valentina ed Emanuela, per il loro supporto e la loro professionalità.

By Antonello




















Paella Mista alla Mediterranea Il piatto che profuma di festa e mare

La paella è uno di quei piatti che trasformano una tavola in un piccolo evento. È conviviale, colorata, ricca: un abbraccio tra terra e mare che racconta la Spagna più autentica. Prepararla richiede calma, attenzione e un pizzico di poesia, ma il risultato ripaga ogni minuto. Questa versione mista — con carne, pesce e verdure — è pensata per portare in casa tua un’esplosione di profumi mediterranei, perfetta per un pranzo con gli amici o una cena d’estate all’aperto.

Ingredienti (per 6 persone):

1 zucchina

1 carota

150 g di piselli

1/4 di peperone rosso

1/4 di peperone giallo

Olio EVO

300 g di cosce di pollo (a pezzi)

250 g di coniglio disossato

150 g di salsiccia

200 g di calamari puliti

500 g di cozze

6 gamberoni

350 g di riso bomba

0,7 l di brodo (ottenuto con le ossa del pollo o con brodo di pollo allungato con l’acqua filtrata delle cozze)

Vino bianco

1–2 bustine di zafferano

1/2 cipolla

1 spicchio d’aglio

Prezzemolo fresco  qb

Procedimento:

Taglia tutte le verdure a dadini regolari. Saltale in padella con un filo d’olio per 2 minuti, giusto il tempo di farle brillare senza cuocerle troppo. Metti da parte.

In una padella ampia scalda un po’ d’olio e aggiungi nell’ordine: pollo, coniglio e salsiccia. Fai rosolare bene, sfuma con vino bianco e lascia cuocere per circa 15 minuti.

Salta i gamberoni in padella per 1 minuto per lato. Rosola i calamari finché diventano bianchi e teneri. Fai aprire le cozze in padella coperta e sgusciane almeno metà.

Nella paellera (oppure una padella larga e bassa) soffriggi aglio e cipolla tritati. Aggiungi il riso e tostalo leggermente. Sfuma con un goccio di vino bianco.

Aggiungi nell’ordine: le carni rosolate, metà del brodo caldo in cui hai sciolto lo zafferano, le verdure, il pesce

Mescola una sola volta, poi unisci il resto del brodo.

Cuoci a fiamma moderata, coperto, per 15–20 minuti senza più mescolare. Lascia riposare qualche minuto a fuoco spento.

Spolvera con prezzemolo fresco tritato. Per un tocco luminoso, prova una grattugiata di scorza di limone prima di servire.

Per ottenere la crosticina dorata e irresistibile sul fondo — la socarrat — alza leggermente la fiamma negli ultimi 2 minuti di cottura. È il segreto che trasforma una buona paella in una paella memorabile.

By Mario

Vini d’Abbazia 2026: un viaggio tra storia e calici di territorio

La quinta edizione di Vini d’Abbazia ha portato vita e movimento alla splendida Abbazia di Fossanova , trasformandola per tre giorni in un ...