La quinta edizione di Vini d’Abbazia ha portato vita e movimento alla splendida Abbazia di Fossanova, trasformandola per tre giorni in un luogo in cui il vino ha dialogato con la storia, la spiritualità e la curiosità dei visitatori. Dal 12 al 14 giugno 2026, il chiostro e il borgo si sono riempiti di persone — oltre cinquemila — molte delle quali giovani, attenti e curiosi davanti ai banchi d’assaggio.
Il fine settimana è stato ricco di appuntamenti: il
seminario dedicato al valore dei vitigni autoctoni ha aperto la manifestazione,
seguito dal convegno sull’olio extravergine, che ha unito ricerca scientifica e
cultura del benessere. Nel Villaggio Food & Wine, la musica ha accompagnato
i visitatori e produttori e ragazzi si scambiavano storie di vigne e scelte di
vita. È stato evidente come le nuove generazioni abbiano mostrato un interesse
autentico per il vino — non come moda, ma come cultura.
Il programma prevedeva anche masterclass che hanno
registrato il tutto esaurito. Roberto Cipresso ha
aperto il programma venerdì, guidando un viaggio nei grandi rossi italiani e
internazionali, mentre il giorno successivo Vincenzo
Mercurio ha portato il pubblico dentro la dimensione più intima del vino
dei monasteri, accompagnato dal racconto appassionato di fratel Michele Badino
della comunità di Bose. Chiara Giovoni, la
domenica, ha condotto un percorso luminoso tra bianchi, vitigni rari e
bollicine d’autore, attraversando territori italiani e internazionali con una
selezione che ha mostrato la ricchezza delle produzioni monastiche e non solo.
Ho partecipato a questa masterclass, che racconterò nel dettaglio in un
prossimo articolo.
Accanto alle degustazioni tecniche, la masterclass
emozionale di Francesca Venturi e Giuseppe Ferroni ha aggiunto un livello nuovo: il
vino osservato attraverso le emozioni. I partecipanti hanno assaggiato,
risposto a un questionario in tempo reale e visto trasformarsi sensazioni come
sorpresa, gioia, serenità o nostalgia in dati che diventeranno parte di una
ricerca di neuroscienze applicate al vino. Nel Refettorio, la mostra ViCro
ha rivelato il vino al microscopio, trasformando lieviti, cristalli e strutture
invisibili in immagini che sembravano opere d’arte.
Il mio percorso degustazioni è iniziato con Lorenzo Nichelatti della Cantina Valle Isarco,
che ha raccontato i vini Cru della linea Sabiona. Ha evocato la rocca di
Sabiona, le suore in clausura che attraversavano un ponte chiuso per assistere
alla messa senza essere viste, e il vigneto unico che custodisce secoli di
storia monastica. Produzione limitata: 3.000 bottiglie per vitigno. Nel calice,
il Kerner mostrava la sua doppia anima — l’acidità del Riesling e la
morbidezza dello Chardonnay — mentre il Sylvaner, figlio di vecchie
vigne e di un legno usato con misura, sorprendeva per eleganza, tanto che nelle
degustazioni alla cieca nessuno lo riconosce come altoatesino. Curiosità: le
due etichette, affiancate, formano il disegno del monastero.
Accanto, il Monastero delle Suore Trappiste di
Vitorchiano con i vini coltivati dalle monache nel terreno del monastero
con metodi naturali: il Coenobium, ottenuto da Trebbiano, Malvasia e
Verdicchio, e il Coenobium Ruscum, stessi vitigni ma macerato. Entrambi
mi hanno colpito per eleganza e aromaticità.
Dalla storia monastica si è passati alla memoria familiare
con Stefania Vallone delle Vigne Toniche,
nel Lazio, cantina aderente alle Donne del Vino. Stefania ha parlato del bisnonno tornato dall’America nei primi
del ’900, dei terreni acquistati con vigne già presenti, fino ad arrivare ai
giorni nostri. Quando hanno deciso di capire davvero cosa stessero coltivando,
le analisi genetiche hanno rivelato l’inatteso: i vitigni Reale di Esperia e
Olivello di Esperia non avevano parentela con nessun vitigno conosciuto.
L’Olivello è diventato Raspato Nero per distinguerlo da altre varietà simili.
Molti contadini avevano estirpato queste viti difficili, loro invece hanno
scelto di salvarle, vinificando solo nelle annate migliori e senza acquistare
uve. Ora stanno preparando una piccola sala degustazione nel vigneto.
Il viaggio è proseguito verso la Palestina con la Cantina
Cremisan. Il Nabuki mi è stato presentato come un vino che racconta
il territorio attraverso la freschezza: agrumi, frutta bianca, una linea pulita
e verticale. La cantina si trova a pochi chilometri da Betlemme e Gerusalemme,
in un territorio complesso ma ricco di tradizione. Sui rossi autoctoni si è
parlato delle differenze tra annate e bottiglie, sottolineando come questi vini
cambino rapidamente e vadano assaggiati con mente aperta. Il tono era diretto,
essenziale, concentrato sulla varietà e sulla bevibilità.
Poi un salto in Francia con Juliette
di Domaine Dominique Gruhier, a Épineuil, in Borgogna. Ho iniziato con
il Crémant de Bourgogne Extra Brut Blanc, proveniente da un piccolo
vigneto situato intorno al villaggio di Épineuil, in un ambiente molto
preservato, vicino a Chablis e ai vigneti della Champagne dell’Aube. Dorato,
brillante e luminoso, con bollicine molto fini e leggere. All’olfatto frutti a
polpa bianca, crema pasticciera, note floreali. Fresco al gusto. Poi lo Chablis
2023, 70% acciaio e 30% botte, lieviti indigeni e fermentazione
malolattica. All’olfatto complesso, con frutti gialli, agrumi e frutta secca;
al gusto note tostate e minerali, fresco e persistente. Infine, i due Pinot
Nero 2023: il Bourgogne Épineuil, affinato in pièces bourguignonnes con
il 20% di grappolo intero, e il Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette Rouge,
vendemmia manuale al 100% e affinamento in pièces bourguignonnes (30% nuove,
30% primo passaggio, 30% secondo passaggio). Il primo più fresco e acido, il
secondo più complesso, con tannini finissimi e chiusura amaricante.
Il viaggio nelle degustazioni è proseguito con Giada Grasso di Cascina del Monastero,
storica azienda di La Morra fondata nel 1926 e legata alla famiglia Grasso da
generazioni. Giada ha raccontato la storia
della vecchia Cascina Luciani, un tempo appartenuta ai monaci benedettini di
Mercenasco nel XVI secolo, e come questa eredità spirituale continui a vivere
nei vigneti e nel lavoro quotidiano della famiglia. Nel calice, il Langhe
Nebbiolo 2021 ha mostrato un profilo nitido: frutto rosso croccante, una
trama tannica fine e una freschezza che richiama immediatamente le colline di
La Morra. Il Barolo 2019, affinato per 48 mesi in barrique, ha invece
rivelato un carattere più profondo: spezie dolci, ciliegia matura, tabacco
leggero e una bocca ampia sostenuta da tannini fitti ma ben integrati. Un
Barolo che unisce tradizione e precisione, e che racconta il lavoro di una
famiglia che ha saputo custodire e rinnovare un’eredità lunga quasi un secolo.
In Toscana, Daniele, area
manager Marchesi Antinori, ha raccontato il Chianti Classico Gran
Selezione 2022, UGA San Donato in Poggio. La raccolta viene fatta
interamente a mano nei vigneti attorno a Badia a Passignano, dove si trovano le
parcelle dedicate alla Gran Selezione. Le uve vengono poi portate a Tignanello,
in una zona di lavorazione separata: qui si vinifica per parcelle, rispettando
la conformazione dei vigneti. La fermentazione alcolica avviene in acciaio, poi
il vino torna all’abbazia per l’affinamento in legno. Inizialmente si usavano
solo barrique nuove; nel tempo si è capito che i tonneaux da 500 litri davano
un equilibrio migliore. Oggi si lavora con un blend delle due tipologie, scelta
tornata dopo il Covid. L’affinamento dura 14–16 mesi. Terminato il legno, il
vino rientra a Tignanello per l’imbottigliamento. È un progetto importante per
la famiglia Antinori, anche perché oggi le Gran Selezione possono riportare in
etichetta la UGA, proprio come le MGA piemontesi, e San Donato in Poggio è una
delle zone più vocate.
Un grazie sincero a Vini d’Abbazia, a SM Studio
con Stefania e Yuki
per l’organizzazione, ai produttori e ai sommelier AIS Latina, in
particolare Umberto, Valentina ed Emanuela, per
il loro supporto e la loro professionalità.







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