lunedì 8 giugno 2026

A Montefalco 2026: la mia visita alla cantina Perticaia tra Trebbiano e Sagrantino

Nell’ambito di “A Montefalco” 2026 ho raggiunto la cantina Perticaia con la curiosità di degustare la verticale del Trebbiano Spoletino e quella del Montefalco Sagrantino DOCG.

Perticaia vive immersa nelle colline morbide dell’Umbria, a pochi passi da Montefalco, in un paesaggio che sembra fatto apposta per il vino. La famiglia Becca, imprenditori che da anni lavorano all’estero ma con le radici ben piantate nella loro terra d’origine, nel 2018 ha scelto di riportare a nuova vita una piccola realtà locale, trasformandola in un progetto che unisce tradizione, identità e visione.

Oggi la cantina coltiva 34 ettari di vigneto e si distingue per uno stile che privilegia eleganza e finezza, soprattutto nelle denominazioni simbolo del territorio: Montefalco Sagrantino DOCG, anche nella versione Passito, Montefalco Rosso DOC e Montefalco Rosso Riserva. Accanto a questi, un ruolo speciale è affidato al Trebbiano Spoletino, vitigno antico e montano che Perticaia ha contribuito a riportare al centro dell’attenzione, facendone una vera firma della casa.

Il nome stesso racconta molto: Perticaia era l’antico termine umbro per indicare l’aratro, simbolo del legame profondo tra l’uomo e la terra.

Sono stato accolto da Federica e Gabriele.

La parte dedicata ai vini l’ho vissuta interamente con Federica, che mi ha guidato con precisione e passione. Abbiamo iniziato dai bianchi, assaggiando l’annata 2025 del Trebbiano Spoletino direttamente dalla vasca: un vino ancora in formazione, vibrante, che lasciava intuire la struttura e la complessità che avrebbe acquisito con il tempo.

Da lì siamo passati al Trebbiano Spoletino DOC Del Posto, degustato in due annate molto diverse tra loro, la 2018 e la 2023. Federica mi ha raccontato come questo vino abbia un potenziale di affinamento di 8–10 anni e come ogni annata esprima una sfumatura diversa. La 2018 mostrava una maturità piena, con aromi e struttura evoluti; la 2023, invece, era più tesa e luminosa, con quella energia tipica dei vini giovani che promettono un’evoluzione interessante.

Federica ha sintetizzato il processo produttivo spiegandomi come il Trebbiano nasca da una lavorazione attenta: una breve fase di refrigerazione, una diraspatura che lascia l’acino integro, una macerazione a freddo per ampliare il profilo aromatico e una fermentazione in acciaio a temperatura controllata. L’affinamento prosegue poi tra acciaio e tonneaux per dodici mesi, con bâtonnage sulle fecce fini. Il risultato è un vino dal colore paglierino con riflessi dorati, all’olfatto un insieme di vaniglia, resina, salvia, menta, pesca gialla, cedro e fiori gialli, e che con il tempo sviluppa anche note di idrocarburi. Al palato è corposo, intenso, sapido e persistente, con richiami al miele d’acacia e alla resina.

Siamo poi passati ai rossi, iniziando dall’annata 2022 direttamente dalla vasca. È stato interessante cogliere il Sagrantino nella sua fase più giovane, quando i tannini ancora giovani e la struttura sta prendendo forma. Le annate 2013 e 2019 hanno mostrato invece l’evoluzione naturale del vitigno: il colore rubino intenso, gli aromi di frutti maturi e spezie, le note terziarie eleganti, la profondità del sorso, la persistenza e i tannini ormai vellutati.

Federica mi ha raccontato anche il lavoro che precede tutto questo: la raccolta manuale in cassette, la selezione dei grappoli tra settembre e inizio ottobre, la vinificazione a temperatura controllata con macerazioni fino a quindici giorni e l’affinamento in rovere francese per trenta–trentasei mesi, prima del lungo riposo in bottiglia. Un vino capace di evolvere per venticinque–trenta anni, ideale con carni rosse, cacciagione e piatti a base di tartufo.

In entrambi i percorsi – bianchi e rossi – è stato affascinante osservare come il vino cambi volto nelle diverse fasi della sua vita. Il tutto è stato accompagnato da un tagliere di salumi e formaggi locali, semplice ma perfetto per la degustazione.

La visita si è conclusa all’esterno, tra i filari, insieme a Gabriele. È stato lui a raccontarmi il lavoro quotidiano in vigna, l’organizzazione necessaria, le scelte agronomiche e la cura costante che richiede ogni stagione. Un passaggio che ha completato il quadro, riportando l’attenzione alle radici del vino, alla terra e al gesto agricolo.

Un grazie a Federica, Gabriele e alla cantina Perticaia per la splendida visita.

By Antonello









domenica 7 giugno 2026

Claudio Mariotto all’Enosteria del Gallo: una degustazione guidata da Roberta Marchese Ragona

Il 27 maggio scorso, all’Enosteria del Gallo, si è svolta una serata enogastronomica dedicata ai vini di Claudio Mariotto, uno dei nomi più rappresentativi dei Colli Tortonesi. L’evento, organizzato e condotto come sempre in modo impeccabile e coinvolgente da Roberta Marchese Ragona, è stato ospitato da Gloria e Roberto, nuova gestione del locale inaugurata a metà maggio con una festa che ha segnato un nuovo inizio. L’enosteria, in vicolo di Montevecchio 27, a due passi da Piazza Navona e dal Chiostro del Bramante, si trova in un angolo tranquillo e defilato: un piccolo privilegio nel cuore di Roma, ideale anche per una cena all’aperto lontano dal flusso turistico.

Durante la serata Roberta ha introdotto il lavoro di Claudio Mariotto, spiegando come la cantina privilegi l’acciaio e utilizzi la barrique solo in misura minima, per non coprire il carattere del Timorasso. Ha ripercorso la storia recente della denominazione: il vitigno entra nella DOC Colli Tortonesi nel 2005, dopo decenni in cui era stato considerato difficile, spigoloso e poco produttivo, complice un territorio argilloso e calcareo che richiede molta acqua e grande attenzione in vigna.

Roberta ha raccontato anche le difficoltà dell’ultima annata: un improvviso aumento delle temperature e un irradiamento solare paragonabile a quello della Sicilia hanno costretto i produttori ad anticipare i trattamenti di circa quindici giorni per contenere la peronospora, che ha già compromesso parte della produzione.

A supporto tecnico è intervenuto Davide, sommelier e ambasciatore della cantina Mariotto, che ha approfondito la natura del Timorasso: un’uva capace di grande struttura e complessità, ma anche di note terziarie importanti con l’evoluzione. Proprio per la sua “difficoltà”, in passato era stata quasi abbandonata e usata come uva da taglio, finché Walter Massa e pochi altri non ne hanno riscoperto il valore, riportandola al centro dell’identità dei Colli Tortonesi.

Il primo vino servito è stato Graia, un metodo classico 50% Timorasso e 50% Cortese, affinato 30 mesi sui lieviti. Roberta e Davide hanno spiegato come il Timorasso apporti struttura e complessità, mentre il Cortese — lo stesso vitigno del Gavi — aggiunga freschezza e gentilezza. L’abbinamento scelto, una pinsa con mortadella, burrata e pistacchio, è stato pensato per giocare tra contrasto (la bollicina che sgrassa) e concordanza (le note di crosta di pane del metodo classico che richiamano l’impasto).

Davide ha poi raccontato la realtà aziendale: una cantina familiare con circa 80 ettari tra proprietà e affitto, rese molto basse (circa 50 q/ha per il Timorasso, ancora meno nei cru) e una produzione complessiva di circa 250.000 bottiglie. Oltre al Timorasso e al Cortese, la cantina produce anche Moscato, Croatina e Barbera. Ha sottolineato come i Colli Tortonesi si trovino in una fascia vitivinicola privilegiata, tra Oltrepò Pavese, Monferrato e Langhe, con vitigni piemontesi e lombardi che convivono naturalmente.

Nel corso della serata Davide ha aperto anche una parentesi sul tappo a vite, definendolo provocatoriamente “la medicina dell’anima”, paragonandolo al blister dei farmaci per affidabilità e igiene. Ha spiegato come il tappo a vite garantisca una costanza superiore rispetto al sughero — “il 100% delle bottiglie arriva come esce dalla cantina” — mentre il sughero, pur affascinante, comporta sempre un margine di rischio. Ha ricordato che i tappi a vite di vent’anni fa non sono quelli di oggi, molto più evoluti, e che la cantina continua a testarli anche su vini da invecchiamento, pur non avendo ancora adottato una scelta definitiva. Il limite principale resta culturale: il tappo a vite è ancora associato ai vecchi vini da tavola o ai lambruschi economici, un retaggio che oggi non ha più ragione di esistere. Per i bianchi — incluso il Timorasso — è già una soluzione più che valida, ma la transizione richiede tempo e sensibilità verso il mercato.

La degustazione è proseguita con Derthona 2024, servito con una pinsa con fonduta di pecorino e asparagi. Il vino proviene da terreni calcareo‑argillosi, con vigneti coltivati senza concimi chimici né diserbanti. La vendemmia viene fatta a fine settembre; seguono una pressatura soffice, la fermentazione spontanea e infine un anno di affinamento sulle fecce nobili in acciaio. Nel bicchiere risulta complesso, con sentori di frutta, camomilla, pietra focaia, freschezza e sapidità. L’abbinamento ha funzionato perché la fonduta di pecorino ha trovato equilibrio nella sapidità del vino, mentre l’asparago — vegetale e leggermente amaricante — ha dialogato bene con la nota minerale e la freschezza del Derthona, creando un insieme pulito e armonico.

Il percorso si è chiuso con Braghè 2023, Freisa DOC, accompagnato da una pinsa con julienne di pollo e peperoni arrostiti. Allevato su terreni calcareo‑argillosi, viene vendemmiato tra fine settembre e inizio ottobre. Segue una macerazione breve e poi l’affinamento in acciaio e bottiglia. All’olfatto si notano rosa, ciliegia marasca e lampone, con un’evoluzione verso note muschiate. La freschezza della Freisa ha alleggerito la dolcezza dei peperoni arrostiti, mentre la sua delicata trama tannica ha sostenuto il pollo senza sovrastarlo, rendendo il piatto più vivace e completo.

Una serata piacevole, ben costruita e ricca di contenuti, che ha permesso di conoscere da vicino il lavoro di Claudio Mariotto e la complessità del Timorasso, raccontato con passione da Roberta e Davide, con il supporto del sommelier Francesco per gli abbinamenti. L’Enosteria del Gallo si è rivelata una cornice ideale: accogliente, curata e con una cucina capace di valorizzare ogni vino con abbinamenti semplici ma centrati. Un incontro che ha unito territorio, tecnica e convivialità, lasciando la voglia di approfondire ancora di più questo vitigno così affascinante.

Un grazie a Roberta, per la sua conduzione attenta e chiara, a Davide e a Claudio Mariotto per gli ottimi vini degustati, a Francesco per gli abbinamenti e a Gloria e Roberto per l’ospitalità.

By Antonello















A Montefalco 2026: la mia visita alla cantina Perticaia tra Trebbiano e Sagrantino

Nell’ambito di “A Montefalco” 2026 ho raggiunto la cantina Perticaia con la curiosità di degustare la verticale del Trebbiano Spoletino e q...