Il 27 maggio scorso, all’Enosteria del Gallo, si è svolta una serata enogastronomica dedicata ai vini di Claudio Mariotto, uno dei nomi più rappresentativi dei Colli Tortonesi. L’evento, organizzato e condotto come sempre in modo impeccabile e coinvolgente da Roberta Marchese Ragona, è stato ospitato da Gloria e Roberto, nuova gestione del locale inaugurata a metà maggio con una festa che ha segnato un nuovo inizio. L’enosteria, in vicolo di Montevecchio 27, a due passi da Piazza Navona e dal Chiostro del Bramante, si trova in un angolo tranquillo e defilato: un piccolo privilegio nel cuore di Roma, ideale anche per una cena all’aperto lontano dal flusso turistico.
Durante la serata Roberta
ha introdotto il lavoro di Claudio
Mariotto, spiegando come la cantina privilegi l’acciaio e utilizzi
la barrique solo in misura minima, per non coprire il carattere del Timorasso.
Ha ripercorso la storia recente della denominazione: il vitigno entra nella DOC
Colli Tortonesi nel 2005, dopo decenni in cui era stato considerato difficile,
spigoloso e poco produttivo, complice un territorio argilloso e calcareo che
richiede molta acqua e grande attenzione in vigna.
Roberta ha raccontato
anche le difficoltà dell’ultima annata: un improvviso aumento delle temperature
e un irradiamento solare paragonabile a quello della Sicilia hanno costretto i
produttori ad anticipare i trattamenti di circa quindici giorni per contenere
la peronospora, che ha già compromesso parte della produzione.
A supporto tecnico è intervenuto Davide,
sommelier e ambasciatore della cantina Mariotto, che ha approfondito la natura
del Timorasso: un’uva capace di grande struttura e complessità, ma anche di
note terziarie importanti con l’evoluzione. Proprio per la sua “difficoltà”, in
passato era stata quasi abbandonata e usata come uva da taglio, finché Walter Massa e pochi altri non ne hanno riscoperto
il valore, riportandola al centro dell’identità dei Colli Tortonesi.
Il primo vino servito è stato Graia, un metodo
classico 50% Timorasso e 50% Cortese, affinato 30 mesi sui lieviti. Roberta e Davide
hanno spiegato come il Timorasso apporti struttura e complessità, mentre il
Cortese — lo stesso vitigno del Gavi — aggiunga freschezza e gentilezza.
L’abbinamento scelto, una pinsa con mortadella, burrata e pistacchio, è stato
pensato per giocare tra contrasto (la bollicina che sgrassa) e concordanza (le
note di crosta di pane del metodo classico che richiamano l’impasto).
Davide ha poi raccontato
la realtà aziendale: una cantina familiare con circa 80 ettari tra proprietà e
affitto, rese molto basse (circa 50 q/ha per il Timorasso, ancora meno nei cru)
e una produzione complessiva di circa 250.000 bottiglie. Oltre al Timorasso e
al Cortese, la cantina produce anche Moscato, Croatina e Barbera. Ha
sottolineato come i Colli Tortonesi si trovino in una fascia vitivinicola
privilegiata, tra Oltrepò Pavese, Monferrato e Langhe, con vitigni piemontesi e
lombardi che convivono naturalmente.
Nel corso della serata Davide
ha aperto anche una parentesi sul tappo a vite, definendolo provocatoriamente
“la medicina dell’anima”, paragonandolo al blister dei farmaci per affidabilità
e igiene. Ha spiegato come il tappo a vite garantisca una costanza superiore
rispetto al sughero — “il 100% delle bottiglie arriva come esce dalla cantina”
— mentre il sughero, pur affascinante, comporta sempre un margine di rischio.
Ha ricordato che i tappi a vite di vent’anni fa non sono quelli di oggi, molto
più evoluti, e che la cantina continua a testarli anche su vini da
invecchiamento, pur non avendo ancora adottato una scelta definitiva. Il limite
principale resta culturale: il tappo a vite è ancora associato ai vecchi vini
da tavola o ai lambruschi economici, un retaggio che oggi non ha più ragione di
esistere. Per i bianchi — incluso il Timorasso — è già una soluzione più che
valida, ma la transizione richiede tempo e sensibilità verso il mercato.
La degustazione è proseguita con Derthona 2024,
servito con una pinsa con fonduta di pecorino e asparagi. Il vino proviene da
terreni calcareo‑argillosi, con vigneti coltivati senza concimi chimici né
diserbanti. La vendemmia viene fatta a fine settembre; seguono una pressatura
soffice, la fermentazione spontanea e infine un anno di affinamento sulle fecce
nobili in acciaio. Nel bicchiere risulta complesso, con sentori di frutta,
camomilla, pietra focaia, freschezza e sapidità. L’abbinamento ha funzionato perché
la fonduta di pecorino ha trovato equilibrio nella sapidità del vino, mentre
l’asparago — vegetale e leggermente amaricante — ha dialogato bene con la nota
minerale e la freschezza del Derthona, creando un insieme pulito e armonico.
Il percorso si è chiuso con Braghè 2023, Freisa DOC,
accompagnato da una pinsa con julienne di pollo e peperoni arrostiti. Allevato
su terreni calcareo‑argillosi, viene vendemmiato tra fine settembre e inizio
ottobre. Segue una macerazione breve e poi l’affinamento in acciaio e
bottiglia. All’olfatto si notano rosa, ciliegia marasca e lampone, con
un’evoluzione verso note muschiate. La freschezza della Freisa ha alleggerito
la dolcezza dei peperoni arrostiti, mentre la sua delicata trama tannica ha
sostenuto il pollo senza sovrastarlo, rendendo il piatto più vivace e completo.
Una serata piacevole, ben costruita e ricca di contenuti,
che ha permesso di conoscere da vicino il lavoro di Claudio Mariotto e
la complessità del Timorasso, raccontato con passione da Roberta e Davide,
con il supporto del sommelier Francesco per
gli abbinamenti. L’Enosteria del Gallo si è rivelata una cornice ideale:
accogliente, curata e con una cucina capace di valorizzare ogni vino con
abbinamenti semplici ma centrati. Un incontro che ha unito territorio, tecnica
e convivialità, lasciando la voglia di approfondire ancora di più questo
vitigno così affascinante.
Un grazie a Roberta, per
la sua conduzione attenta e chiara, a Davide
e a Claudio Mariotto per gli ottimi vini degustati, a Francesco per gli abbinamenti e a Gloria e Roberto
per l’ospitalità.
By Antonello














