sabato 19 settembre 2026

La Colombera, nel regno di Elisa Semino, Queen of Timorasso

Avevo incontrato Elisa, la "Queen of Timorasso", a Roma lo scorso luglio. Da allora mi ero ripromesso di raggiungerla a Vho, presso la cantina La Colombera, una delle realtà che più hanno contribuito alla valorizzazione e all'affermazione del Timorasso. Quando se n'è presentata l'occasione, non me la sono lasciata sfuggire.

Enologa e allieva di Attilio Scienza, Elisa Semino è tra i protagonisti della rinascita del Timorasso. Insieme al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo ha creduto nelle potenzialità di un vitigno allora quasi abbandonato, complesso da coltivare ma capace di regalare vini di grande carattere. Un percorso che ha accompagnato la crescita de La Colombera e il ritorno del Timorasso sulle tavole e nelle cantine degli appassionati.

 

La Cantina

A La Colombera tutto ruota attorno alla famiglia. Se Elisa è il volto più conosciuto dell'azienda, la gestione dei campi e del lavoro in vigneto è affidata al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo.

Passeggiando tra i filari emerge subito il forte legame della famiglia con la terra. La storia della cascina inizia nel 1937, quando i bisnonni Pietro e Maria presero in affitto La Colombera. Per molti anni la famiglia ha vissuto grazie a un'economia agricola autosufficiente, fino alla svolta degli anni Ottanta, quando Piercarlo decise di smettere di conferire le uve e iniziare a vinificare e imbottigliare il proprio vino.

Oggi l'azienda lavora seguendo un approccio organico non certificato: niente diserbanti e gran parte del lavoro svolto a mano tra i filari. Anche in cantina la filosofia è quella di intervenire il meno possibile, limitandosi all'aggiunta di solforosa prima dell'imbottigliamento.

Durante la visita emerge anche il lavoro svolto negli anni per studiare le singole parcelle e comprenderne sempre meglio le caratteristiche.

L'azienda dedica particolare attenzione anche all'accoglienza. Con l'ampliamento completato nel 2022 è stata realizzata una nuova sala degustazione, dove si svolgono visite e degustazioni dedicate ai vini dell'azienda e al territorio dei Colli Tortonesi.

La Degustazione

Elisa era impegnata nella vendemmia, ma siamo comunque riusciti a scambiarci un rapido saluto. A guidarmi nella visita è stato Giovanni, che mi ha accompagnato tra vigneti e cantina raccontandomi la filosofia della famiglia Semino e le etichette che danno forma all'identità de La Colombera.

Il Timorasso è naturalmente il protagonista. L'azienda ne produce tre interpretazioni: Derthona, Montino e Santa Croce. Accanto a questi trovano spazio anche altri vitigni storici del territorio, come Barbera, Croatina e Cortese.

La degustazione è iniziata con il Derthona 2024, il primo Timorasso prodotto da La Colombera e quello che Elisa considera l'espressione più classica del vitigno. Il nome richiama l'antica Derthona, l'odierna Tortona, e sottolinea il legame profondo con il territorio.

Nel bicchiere confluiscono uve provenienti da diversi vigneti situati tra Vho, Cascina Macchetta e Sarezzano. È un assemblaggio che nasce anche da un importante lavoro di studio ampelografico: nel corso degli anni La Colombera ha individuato nelle vigne storiche le piante madri di Timorasso, identificando i siti più adatti alla coltivazione di diverse selezioni di barbatelle.

Le uve utilizzate per il Derthona provengono da cinque vigne differenti, accomunate da suoli argillosi ricchi di componente minerale, elementi che contribuiscono alla struttura e all'identità dei Timorasso dell'azienda.

Se il Derthona rappresenta l'espressione più immediata del vitigno, già passando al Montino 2024 si percepisce un cambio di passo. Le uve provengono da un unico vigneto a 250 slm su terreni argillosi chiari e scuri e il vino viene vinificato e affinato esclusivamente in acciaio. Pur essendo ancora molto giovane, lascia già intuire quella capacità evolutiva che negli anni ha reso questa etichetta una delle più apprezzate della cantina.

La storia del Montino nasce nel 1997, quando Piercarlo ed Elisa decisero di impiantare un vigneto di fronte all'antica cascina di famiglia. Qui il suolo alterna arenarie e marne a tessiture franche argillose, con presenze calcaree e tufacee che contribuiscono a definire il carattere del vino. Da questo appezzamento sarebbe nato il cru Montino, prodotto per la prima volta con la vendemmia 2006 e diventato nel tempo il vino più premiato dell'azienda, costantemente presente nelle principali guide italiane. L'annata 2021 ha ottenuto anche 93 punti dalla guida AIS Vitae.

Nel bicchiere, il Montino mostra un volto diverso a seconda del tempo trascorso in bottiglia. Nei primi anni emergono soprattutto note di pesca, fiori di acacia, biancospino, camomilla e miele. Con l'evoluzione, invece, affiorano progressivamente le note minerali e di idrocarburo, accompagnate da sfumature balsamiche sempre più intense.

È proprio questa complessità che Elisa ricerca vendemmia dopo vendemmia, cercando di interpretare le peculiarità di ogni raccolta senza perdere il legame con il territorio. Un lavoro che viene verificato e riletto periodicamente attraverso le verticali organizzate in cantina, momento fondamentale per verificare come ogni vendemmia si esprima nel corso degli anni.

Mi tengo il Montino nel bicchiere per confrontarlo con il Santa Croce, l'ultimo arrivato tra i cru aziendali. La sua storia comincia nel 2016, quando Elisa individua nella collina di Santa Croce, a Sarezzano, un'area particolarmente vocata al Timorasso. Il vigneto sorge su terreni bianchi, ricchi di carbonati e calcare, intrecciati con le argille del Tortoniano. Da qui nasce il secondo cru della cantina, prodotto per la prima volta con la vendemmia 2022 e presentato a Vinitaly 2024.

Rispetto al Montino, il Santa Croce segue una strada diversa anche in cantina. L'affinamento dura dodici mesi ed è suddiviso tra acciaio e tonneau, per poi essere riassemblato prima dell'imbottigliamento. L'annata 2023 ha ottenuto 92 punti nella guida AIS Vitae, mentre il campione in degustazione è il 2024.

Giovanni racconta che il Santa Croce è un vino che in azienda stanno ancora imparando a conoscere fino in fondo. Già oggi mostra eleganza, freschezza e verticalità, ma l'idea è che possa esprimere il meglio di sé con qualche anno di bottiglia. «Così va già bene», osserva, «ma evolvendosi cambia».

Il tema della longevità ritorna spesso durante la degustazione. Giovanni ricorda che il Timorasso è un vino molto longevo, capace di evolvere fino a dieci anni. È dopo il quarto o quinto anno, racconta, che "viene fuori" davvero, sviluppando progressivamente quella mineralità e quel caratteristico sentore di idrocarburo che gli appassionati ricercano con particolare interesse.

È però anche un vitigno delicatissimo da lavorare in vigna: quando si pota, quando si tirano giù le barbatelle, quando si lega il capofrutto, “appena lo tocchi si spacca”. A fine turno “le braccia…”, dice, per far capire la fatica.

Oggi il Timorasso viene esportato in molti Paesi e continua ad attrarre interesse nel Tortonese. «Vengono anche dalle Langhe a cercare terra da queste parti», osserva Giovanni, a testimonianza di quanto sia cambiata la percezione di questo territorio negli ultimi anni.

Terminata la parentesi dedicata al Timorasso, passiamo ai rossi. Giovanni propone un confronto tra due Barbera della stessa annata, Monleale ed Elisa, entrambi 2022, due vini che raccontano anime diverse della cantina.

Il Monleale nasce da uve provenienti dalle vigne più vecchie di Cascina Macchetta, alcune delle quali risalgono agli anni Cinquanta. Le rese contenute e un affinamento di dodici mesi in botte grande da 25 ettolitri contribuiscono a definirne il carattere. Il nome richiama l'omonima sottozona storicamente vocata e il profilo del vino è già ben riconoscibile: marasca, cioccolato, erbe aromatiche e note balsamiche si combinano in una beva ancora fresca e fragrante, destinata ad acquistare maggiore cremosità e profondità con il passare degli anni.

Nel calice accanto c'è invece Elisa. Le uve provengono da “Vegia Rampana”, il vigneto più vecchio dell'azienda, impiantato oltre sessant'anni fa dal nonno di Elisa su terreni argillosi. "Vegia Rampana" significa "vecchia strega", un nome che ben si presta al carattere di questo vino intenso e longevo, capace di esprimere il meglio di sé dopo molti anni di bottiglia. L'affinamento avviene in parte in barrique e in parte in acciaio. Alcune barrique sono nuove, altre hanno due o tre anni. La scelta di utilizzare botti di età diversa nasce dalla volontà di trovare un equilibrio che permetta al legno di accompagnare il vino senza sovrastarlo.

La conversazione si allarga poi alla storia della famiglia. Scopro così che la vecchia Colombera era il caseggiato originale, il punto più alto della proprietà, popolato da numerosi colombi. È proprio da quell'edificio che deriva il nome dell'azienda, un legame con le proprie radici che la famiglia Semino continua a custodire ancora oggi.

L'ultimo assaggio è Archè 2019, una Croatina che affina inizialmente in acciaio per poi passare in barrique, una scelta che contribuisce a definirne il carattere e la complessità.

Come spesso accade durante una degustazione, il discorso finisce presto a tavola. Si parla di salumi e di cucina tradizionale, e Giovanni non ha dubbi sugli abbinamenti: la Croatina dà il meglio con una grigliata, una fiorentina, una tagliata o con una ricca polenta con il cinghiale, piatti capaci di reggere la personalità e la struttura del vino.

Un sincero ringraziamento a Elisa e Giovanni per l'ospitalità, la disponibilità e la passione con cui mi hanno accompagnato alla scoperta de La Colombera. È stata una degustazione fatta non solo di vini, ma anche di storie, territorio e persone, gli ingredienti che rendono davvero speciale una visita in cantina.

Antonello










venerdì 18 settembre 2026

Tra Barolo e racconti: la mia visita alla famiglia Vajra

La mia conoscenza dei vini Vajra era nata a Roma, durante una degustazione, e ho voluto approfondirla direttamente nel loro territorio. Adriana mi ha accolto con gentilezza e competenza, guidandomi tra vini, territorio e storie della cantina. Ho avuto anche modo di conoscere Francesca Vajra, che ha portato nel racconto la voce della famiglia.

La degustazione è iniziata con un vino che, per la famiglia Vajra, è quasi un simbolo: la Barbera, annata 2025, con l’etichetta che, simbolicamente, raffigura i due fondatori, Aldo e Milena, insieme ai tre figli – Giuseppe, Francesca e Isidoro. Adriana racconta che la Barbera è legata alla loro storia d’amore. Negli anni ’80, i due andarono a Parigi a degustare i grandi vini della Borgogna. Durante quel viaggio Aldo chiese a Milena quale fosse il suo vino preferito. Lei rispose, con semplicità: «La Barbera.» Adriana racconta che Aldo rimase quasi scioccato: all’epoca la Barbera era considerata un vino “da taglio”, non certo un vino prestigioso. Ma quella risposta, racconta, era il modo di Milena per sostenere Aldo e il suo progetto. La Barbera non aveva ancora il valore che ha oggi, ma quella scelta fu un gesto di fiducia.

Per questo, dice Adriana, la Barbera Vajra è diventata un simbolo della famiglia: un vino conviviale ma con struttura, che fa solo acciaio e che rappresenta l’inizio di una storia che oggi comprende circa venti varietà. La famiglia Vajra è sempre stata anche una sorta di custode della biodiversità.

Adriana spiega che le piace iniziare la degustazione proprio con la Barbera: è un vino fresco, con una bella acidità, tanta frutta – soprattutto ciliegia – e si abbina facilmente a tutto. È un vino che “funziona sempre”, anche quando non si sa bene cosa scegliere.

Parlando della produzione, racconta che Vajra oggi realizza circa 600.000 bottiglie totali, distribuite sulle venti varietà. I Barolo provengono da vigne più vecchie, con almeno quarant’anni di età, e quindi hanno rese più basse.

Si passa quindi al Coste di Rose, annata 2022, che per la famiglia Vajra rappresenta un traguardo importante: segna i 50 anni della cantina (1972–2022). Coste di Rose è considerato “il bambino della famiglia”: nel 2016 decisero di investire in questo ettaro e mezzo di vigna che guarda Barolo. La parte più alta del vigneto ha una composizione sorprendente: 92% di arenaria, più di quanto si trovi persino nei Cannubi.

Nelle annate più fresche Coste di Rose può ricordare quasi un Pinot Nero, mentre in quelle più soleggiate emerge una maggiore ricchezza. Nel 2022 è stata necessaria una selezione molto attenta delle uve, perché l’annata era calda e qualche grappolo rischiava di bruciarsi.

Adriana ricorda un detto piemontese: «Se hai la luna piena il giorno di Natale, e hai quattro mucche, devi macellarne una, perché l’anno dopo sarà dura.» Ricorda che nel 2021 c’è stata la luna piena a Natale, e nel 2022 l’annata è stata effettivamente complessa: una coincidenza, forse, ma le tradizioni antiche a volte hanno un fondo di verità.

Il Coste di Rose è un Barolo più “dritto”, non opulento, con sentori floreali e aromi che richiamano il Mediterraneo: scorza d’arancia, erbe, sabbia ricca di magnesio. In bocca ha una frazione tattile particolare, data proprio dalla sabbia. Fa 22 mesi in legno e una lunga macerazione di 47 giorni. L’annata 2021 è stata valutata 93 punti dalla guida AIS Vitae.

La degustazione continua con il Ravera 2022. È una vigna che fa da “cerniera” tra la parte ovest e la parte est del territorio del Barolo. La cantina Vajra appartiene alla zona di Bussia, che guarda già verso est. Ravera è una zona che unisce suoli serravalliani e tortoniani. La vigna Vajra ricade nel comune di Novello, anche se una parte di Ravera si estende fino a Barolo. Francesca, seconda generazione della famiglia, l’ha acquistata nel 2010.

Adriana racconta che Aldo iniziò nel 1969 e che, dopo quarant’anni di lavoro, Ravera fu il primo vigneto a dare una “presa di luce”, cioè un riconoscimento importante, oltre a Bricco, che è l’unica eredità storica della famiglia, risalente all’Ottocento.

Ravera ha una vinificazione simile a Coste di Rose, con due giorni in più di macerazione. È un Barolo che rappresenta bene la parte ovest, ma che si mescola con l’est: una vigna di confine, ricca di complessità. Per l’annata 2021 la guida AIS Vitae ha assegnato 91,5 punti.

Adriana riprende il discorso passando al Barolo Bricco delle Viole 2022 e alle differenze con il Barolo Ravera, spiegando innanzitutto la diversa altitudine: «Saliamo di cento metri: Bricco delle Viole è a quasi cinquecento metri.»

Anche le esposizioni cambiano: Bricco delle Viole guarda a sud-est o sud-ovest, mentre Ravera è più orientato a sud/sud-est. Ravera beneficia di un “primo sole” e di una ventilazione costante, dovuta proprio all’altitudine. La ventilazione, sottolinea Adriana, incide molto sul profilo del vino.

Ci racconta anche che il paese dove ci troviamo, Vergne, significa “svernare”: un luogo dove si passa l’inverno, e questo dettaglio restituisce bene la natura ventilata e fresca della zona.

Sul piano aromatico i due vini mostrano differenze nette: Bricco delle Viole al naso può sembrare più timido rispetto a Ravera, ma presenta note di tabacco e una frutta più scura. Ravera conserva una famiglia aromatica diversa, più fresca e più verticale. La guida AIS Vitae ha premiato l’annata 2021 con 95 punti.

Adriana introduce poi un’altra varietà della zona: la Freisa. Chiede se l’abbiamo assaggiata e racconta che esiste anche la Freisa secca, senza residuo zuccherino, spesso frizzantina o rosé, molto amata dai torinesi.

Spiega che nel 2007, grazie alle analisi della professoressa Schneider, ampelografa dell’Università, si scoprì che la Freisa è figlia del Nebbiolo: il 50% del DNA è in comune.

La descrive come un vino che ricorda un mix tra Syrah e Bordeaux: tannino ricco, largo, ma che “pulisce”, quasi “sgrassante”. Aromi di fragola (dal francese fraise), note erbacee, eucalipto, una parte fumé. Fa sei mesi di legno in botti di dieci anni, quindi contenitori neutri.

Spiega anche il nome del vino: “Kyè”, che deriva dal dialetto citano, “io”. In italiano può essere letto come “chi è / chi sono”.

In chiusura, il Moscato d’Asti. Alla G.D. Vajra questo vino nasce con un’idea precisa: custodire la purezza del frutto e la sua naturale vivacità. Le uve provengono da vigneti storici tra Mango e Santo Stefano Belbo, piantati dal 1965 su pendii ventilati e suoli calcarei, coltivati in biologico fin dagli anni ’70.

La vendemmia 2025 è iniziata il 29 agosto e si è chiusa a fine settembre, con pressatura delicata e fermentazioni in piccoli lotti per preservare gli aromi più freschi.

Nel calice il Moscato d’Asti 2025 è radioso: pera, albicocca, fiori d’arancio, sambuco e un lieve accenno di miele d’acacia. Il sorso è cremoso, vivace e leggero, con una dolcezza fine sostenuta da una bollicina delicata. Il finale è pulito e fragrante, con echi floreali e sfumature mielate.

Un grazie davvero sentito ad Adriana, Francesca e alla famiglia Vajra: per gli ottimi vini, per l’ospitalità generosa e per le storie condivise con passione. Visitare la cantina è stato un piacere autentico, un incontro che ha dato profondità ai vini e al territorio, lasciando la sensazione di essere stati accolti in una casa più che in un’azienda.

Antonello











La Colombera, nel regno di Elisa Semino, Queen of Timorasso

Avevo incontrato Elisa , la "Queen of Timorasso", a Roma lo scorso luglio. Da allora mi ero ripromesso di raggiungerla a Vho, pr...