Ci sono degustazioni che permettono di conoscere un vino e altre che consentono di comprenderne davvero l'identità. La verticale dedicata al Chianti Classico Riserva Carpineto, andata in scena durante Vinòforum, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un percorso attraverso 35 anni di storia, dalla vendemmia 2020 fino alle annate dei primi anni Novanta, capace di mostrare come il tempo possa trasformare un vino senza cancellarne il carattere.
La serata si è aperta con la presentazione dell'azienda da
parte di Laura Ruggieri, responsabile
della comunicazione di Carpineto, realtà fondata nel 1967 nel territorio
del Chianti Classico e oggi presente con cinque tenute nelle principali
denominazioni toscane, dal Chianti Classico al Nobile di Montepulciano, dal
Brunello di Montalcino fino alla Maremma. È stata ricordata la figura dei
fondatori e il lavoro portato avanti oggi anche da Caterina
Sacchet, produttrice ed enologa dell'azienda. Si è parlato anche
dell'Archivio Enoteca, dove vengono conservate vecchie annate in condizioni
controllate, un patrimonio che rende possibile organizzare degustazioni come
quella della serata.
Prima di entrare nel vivo degli assaggi, Alessandro Brizi, AIS Lazio, si è soffermato
sul territorio. L'attenzione si è concentrata sull'area di Radda in
Chianti, una delle zone più fresche della denominazione. Altitudine,
escursioni termiche, boschi e suoli ricchi di galestro e alberese vengono
indicati come elementi determinanti per preservare freschezza e acidità, due
caratteristiche fondamentali per la longevità del Sangiovese. In fondo, è
proprio questa la domanda che accompagna tutta la degustazione: perché alcuni
vini riescono a sfidare il tempo meglio di altri?
La parte tecnica della masterclass si è concentrata
soprattutto su un concetto semplice ma decisivo. Nel Sangiovese l'equilibrio
tra acidità e tannino rappresenta uno dei principali indicatori del potenziale
evolutivo. Nei vini destinati a durare, la freschezza continua a sostenere il
sorso anche dopo molti anni, accompagnando l'evoluzione aromatica senza
lasciare che il vino perda slancio.
Il viaggio nel tempo prende avvio con l'annata 2020,
ancora nel pieno della propria giovinezza. Nel bicchiere si presenta con un
colore carminio intenso ma trasparente, mentre al naso emergono violetta,
susina, prugna e piccoli frutti rossi, accompagnati da leggere note speziate e
da un contributo del legno ancora ben percepibile. L'assaggio rivela
immediatamente una freschezza marcata che precede il tannino e accompagna tutto
il sorso. È un vino che parla soprattutto del futuro e lascia intuire
un'importante capacità di evoluzione.
Con il 2010 il tempo inizia a lasciare un'impronta
più evidente. Il colore vira verso il granato e il profilo aromatico si fa più
complesso. La frutta evolve verso sensazioni di confettura e cassis,
accompagnate da richiami di tabacco, spezie dolci, balsamicità e scorza
d'arancia candita. Se il naso racconta un vino già maturo, la bocca sorprende
per energia e tensione. L'acidità continua a guidare il sorso con decisione e
il tannino appare più fine e integrato. È probabilmente l'annata che meglio
rappresenta il punto di equilibrio tra maturità e vitalità.
Il momento più emozionante della degustazione arriva però
con il 1995. Il colore mostra ormai sfumature mattone e riflessi
aranciati, ma bastano pochi secondi per capire che non si tratta di un vino
disposto ad arrendersi all'anagrafe. Al naso emergono fiore secco, incenso,
note canforate, agrumi, frutta candita e richiami che ricordano le gelatine di
frutta. Le tostature risultano completamente integrate e il quadro aromatico
conserva una freschezza quasi inattesa. L'assaggio conferma le aspettative: il
vino è ancora vivo, il tannino sottilissimo e perfettamente fuso nella struttura,
mentre la freschezza continua a sostenere la progressione gustativa. Solo
qualche lieve accenno di nocciola, uvetta candita e pasticceria secca tradisce
il lungo percorso compiuto dalla bottiglia. È l'annata che conquista la sala e
che dimostra concretamente quanto lontano possa arrivare un Chianti Classico
costruito sull'equilibrio.
L'ultima annata in degustazione, la 1990, mostra
invece un profilo ormai pienamente evoluto. Il vino appare inizialmente chiuso,
poi si apre gradualmente su note di frutta cotta, mela cotogna, confettura,
tabacco e leggere sfumature di sottobosco. Mantiene ancora una buona tenuta
gustativa, ma si percepisce chiaramente che la freschezza sta entrando nella
fase finale del proprio percorso. Il confronto con il 1995 diventa inevitabile
e mette in evidenza una delle lezioni più interessanti della serata: non è
soltanto l'età a determinare lo stato di un vino, ma l'insieme di annata,
vigneto, equilibrio e territorio.
Ed è forse proprio questa la conclusione più affascinante
emersa dalla verticale. Più che una degustazione di vecchie annate, è stata una
dimostrazione concreta di come il tempo si comporti in maniera diversa da vino
a vino. Alcuni sembrano accelerare il proprio cammino, altri conservano energia
e profondità ben oltre quanto ci si potrebbe aspettare. Tutti, però, hanno
confermato quanto il Sangiovese, quando nasce in un territorio vocato e viene
sostenuto da una solida spalla acida, possa attraversare i decenni mantenendo
intatta la propria identità.
Se c'è un'immagine che resta impressa al termine della masterclass, è quella del 1995. Un vino di oltre trent'anni che, invece di limitarsi a raccontare il passato, sembrava ancora avere qualcosa da dire sul futuro. Un risultato che racconta le potenzialità del Sangiovese, ma anche il percorso di crescita qualitativa portato avanti da Carpineto nel corso degli anni.
Un grazie a Carpineto per la splendida masterclass e
per le straordinarie annate in degustazione, a Laura
Ruggieri per l'accoglienza, ad Alessandro Brizi per
aver condiviso con passione la storia e l'evoluzione di questi vini, all'AIS
Lazio e alle Delegazioni di Roma e Latina per l'ottimo servizio e a Vinòforum
per l'organizzazione.
Antonello






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