martedì 29 settembre 2026

Carpineto a Vinòforum: 35 anni di Chianti Classico Riserva

Ci sono degustazioni che permettono di conoscere un vino e altre che consentono di comprenderne davvero l'identità. La verticale dedicata al Chianti Classico Riserva Carpineto, andata in scena durante Vinòforum, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un percorso attraverso 35 anni di storia, dalla vendemmia 2020 fino alle annate dei primi anni Novanta, capace di mostrare come il tempo possa trasformare un vino senza cancellarne il carattere.

La serata si è aperta con la presentazione dell'azienda da parte di Laura Ruggieri, responsabile della comunicazione di Carpineto, realtà fondata nel 1967 nel territorio del Chianti Classico e oggi presente con cinque tenute nelle principali denominazioni toscane, dal Chianti Classico al Nobile di Montepulciano, dal Brunello di Montalcino fino alla Maremma. È stata ricordata la figura dei fondatori e il lavoro portato avanti oggi anche da Caterina Sacchet, produttrice ed enologa dell'azienda. Si è parlato anche dell'Archivio Enoteca, dove vengono conservate vecchie annate in condizioni controllate, un patrimonio che rende possibile organizzare degustazioni come quella della serata.

Prima di entrare nel vivo degli assaggi, Alessandro Brizi, AIS Lazio, si è soffermato sul territorio. L'attenzione si è concentrata sull'area di Radda in Chianti, una delle zone più fresche della denominazione. Altitudine, escursioni termiche, boschi e suoli ricchi di galestro e alberese vengono indicati come elementi determinanti per preservare freschezza e acidità, due caratteristiche fondamentali per la longevità del Sangiovese. In fondo, è proprio questa la domanda che accompagna tutta la degustazione: perché alcuni vini riescono a sfidare il tempo meglio di altri?

La parte tecnica della masterclass si è concentrata soprattutto su un concetto semplice ma decisivo. Nel Sangiovese l'equilibrio tra acidità e tannino rappresenta uno dei principali indicatori del potenziale evolutivo. Nei vini destinati a durare, la freschezza continua a sostenere il sorso anche dopo molti anni, accompagnando l'evoluzione aromatica senza lasciare che il vino perda slancio.

Il viaggio nel tempo prende avvio con l'annata 2020, ancora nel pieno della propria giovinezza. Nel bicchiere si presenta con un colore carminio intenso ma trasparente, mentre al naso emergono violetta, susina, prugna e piccoli frutti rossi, accompagnati da leggere note speziate e da un contributo del legno ancora ben percepibile. L'assaggio rivela immediatamente una freschezza marcata che precede il tannino e accompagna tutto il sorso. È un vino che parla soprattutto del futuro e lascia intuire un'importante capacità di evoluzione.

Con il 2010 il tempo inizia a lasciare un'impronta più evidente. Il colore vira verso il granato e il profilo aromatico si fa più complesso. La frutta evolve verso sensazioni di confettura e cassis, accompagnate da richiami di tabacco, spezie dolci, balsamicità e scorza d'arancia candita. Se il naso racconta un vino già maturo, la bocca sorprende per energia e tensione. L'acidità continua a guidare il sorso con decisione e il tannino appare più fine e integrato. È probabilmente l'annata che meglio rappresenta il punto di equilibrio tra maturità e vitalità.

Il momento più emozionante della degustazione arriva però con il 1995. Il colore mostra ormai sfumature mattone e riflessi aranciati, ma bastano pochi secondi per capire che non si tratta di un vino disposto ad arrendersi all'anagrafe. Al naso emergono fiore secco, incenso, note canforate, agrumi, frutta candita e richiami che ricordano le gelatine di frutta. Le tostature risultano completamente integrate e il quadro aromatico conserva una freschezza quasi inattesa. L'assaggio conferma le aspettative: il vino è ancora vivo, il tannino sottilissimo e perfettamente fuso nella struttura, mentre la freschezza continua a sostenere la progressione gustativa. Solo qualche lieve accenno di nocciola, uvetta candita e pasticceria secca tradisce il lungo percorso compiuto dalla bottiglia. È l'annata che conquista la sala e che dimostra concretamente quanto lontano possa arrivare un Chianti Classico costruito sull'equilibrio.

L'ultima annata in degustazione, la 1990, mostra invece un profilo ormai pienamente evoluto. Il vino appare inizialmente chiuso, poi si apre gradualmente su note di frutta cotta, mela cotogna, confettura, tabacco e leggere sfumature di sottobosco. Mantiene ancora una buona tenuta gustativa, ma si percepisce chiaramente che la freschezza sta entrando nella fase finale del proprio percorso. Il confronto con il 1995 diventa inevitabile e mette in evidenza una delle lezioni più interessanti della serata: non è soltanto l'età a determinare lo stato di un vino, ma l'insieme di annata, vigneto, equilibrio e territorio.

Ed è forse proprio questa la conclusione più affascinante emersa dalla verticale. Più che una degustazione di vecchie annate, è stata una dimostrazione concreta di come il tempo si comporti in maniera diversa da vino a vino. Alcuni sembrano accelerare il proprio cammino, altri conservano energia e profondità ben oltre quanto ci si potrebbe aspettare. Tutti, però, hanno confermato quanto il Sangiovese, quando nasce in un territorio vocato e viene sostenuto da una solida spalla acida, possa attraversare i decenni mantenendo intatta la propria identità.

Se c'è un'immagine che resta impressa al termine della masterclass, è quella del 1995. Un vino di oltre trent'anni che, invece di limitarsi a raccontare il passato, sembrava ancora avere qualcosa da dire sul futuro. Un risultato che racconta le potenzialità del Sangiovese, ma anche il percorso di crescita qualitativa portato avanti da Carpineto nel corso degli anni.

Un grazie a Carpineto per la splendida masterclass e per le straordinarie annate in degustazione, a Laura Ruggieri per l'accoglienza, ad Alessandro Brizi per aver condiviso con passione la storia e l'evoluzione di questi vini, all'AIS Lazio e alle Delegazioni di Roma e Latina per l'ottimo servizio e a Vinòforum per l'organizzazione.

Antonello












lunedì 28 settembre 2026

Campania Wine 2026, il vino campano si racconta nel cuore di Napoli

Campania Wine 2026, il vino campano si racconta nel cuore di Napoli

Lo scorso 6 settembre ho avuto modo di partecipare alla terza edizione di Campania Wine, ospitata nella Galleria Umberto I di Napoli, un appuntamento che per due giorni ha riunito appassionati, operatori del settore e produttori provenienti da tutta la regione.

Erano presenti 101 aziende provenienti da tutta la Campania, dai territori dell'Irpinia e del Sannio fino al Vesuvio, ai Campi Flegrei, al Cilento e alla Costiera Amalfitana. Un'opportunità per incontrare i produttori e approfondire le diverse identità del vino campano.

Accanto al walk around tasting nella Galleria Umberto I, il programma ha proposto masterclass, degustazioni, showcooking e incontri di approfondimento ospitati al MUSAP, Museo Artistico Politecnico di Napoli.

Ho partecipato con piacere alla Masterclass “Tra classici e fuori rotta: i bianchi campani”, condotta da Othmar Kiem, Direttore di Falstaff Italia, insieme all'archeologo Ferdinando De Simone. Un incontro che ha permesso di approfondire i vini attraverso il racconto dei territori di origine, dei suoli e della storia della viticoltura campana. Attraverso un percorso tra aree vulcaniche, zone interne e differenti contesti geografici, è emerso come la varietà del paesaggio campano contribuisca a definire l'identità e le caratteristiche dei suoi vini bianchi.

Successivamente mi sono recato al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo per il Lunch Experience e Wine Tasting dedicato ai vini della Campania, con il servizio dei Sommelier AIS Campania. Dalla terrazza dell'hotel si godeva di una splendida vista sul golfo di Napoli, che ha reso l'esperienza ancora più piacevole. Lo showcooking di Donna Brigida Pizzeria è stato particolarmente interessante e ha accompagnato un pranzo dai sapori tipicamente campani. Il menu proponeva parmigiana di melanzane e mozzarella, pizza fritta e, in conclusione, la tradizionale sfogliatella.

I banchi d’assaggio

Cantina Sapientia, una storia di famiglia nel Sannio

Tra gli incontri della manifestazione c'è stato anche quello con Cantina Sapientia, realtà familiare del Sannio. A raccontare l'azienda sono state Tania, le figlie e soprattutto il padre Gaetano, con il quale è stato interessante confrontarsi durante la degustazione. L'azienda produce Falanghina e Aglianico, oltre a una linea di spumanti realizzati sia con Metodo Classico sia con Metodo Charmat.

Fin dai primi assaggi è emerso il carattere familiare della cantina e il ruolo dell'esperienza maturata negli anni, spesso richiamata nei racconti di Gaetano, ancora oggi molto coinvolto nelle scelte produttive.

La Falanghina 2025 si è distinta per i profumi floreali, accompagnati da una componente fruttata e da un'acidità ben equilibrata. Un vino scorrevole e piacevole da bere, nel quale freschezza ed equilibrio procedono insieme senza risultare eccessivamente taglienti.

In degustazione anche l'Aglianico 2021, affinato per 14 mesi in botti di rovere francese di secondo passaggio. Durante il confronto è stato spiegato come questa scelta serva ad ammorbidire i tannini e a rendere il vino più armonico, senza coprirne il carattere. È emersa inoltre grande attenzione alla selezione delle uve e al lavoro svolto sia in vigneto sia in cantina.

Cantina dei Monaci, il Greco come racconto di territorio

Tra le cantine incontrate durante la manifestazione, Cantina dei Monaci ha proposto una lettura del territorio irpino fortemente legata al Greco. Gianluca Carpenito ha raccontato la storia di questa realtà familiare, nata a metà degli anni Novanta, che oggi coltiva circa otto ettari tra Santa Paolina, Tufo e Montefusco, aree che consentono di osservare diverse espressioni dello stesso vitigno. Interessante anche la storia del nome aziendale: "Monaci" era il soprannome della famiglia, legato al nonno del produttore, noto nel territorio per la sua abilità negli innesti delle viti di Greco.

Durante la degustazione è emersa la volontà di valorizzare il territorio attraverso una gamma articolata su due livelli: la linea Flower, composta da Falanghina, Fiano e Greco, pensata per un approccio più immediato, e una serie di selezioni e cru dedicati alle singole vigne. Nel Greco degustato sono emerse note di nespola, frutta gialla e una marcata componente minerale, attribuita alla natura calcarea dei terreni.

Accanto ai cru trova spazio anche una Riserva affinata tra acciaio e barrique francesi di secondo passaggio, mentre l'azienda produce inoltre un Aglianico proveniente da Monte Marano, interpretato in uno stile orientato all'eleganza e all'equilibrio.

Vigne Guadagno, il tempo e l'identità dei vini d'Irpinia

Giuseppe Guadagno ha raccontato una filosofia produttiva che mette al centro il tempo e il legame con il territorio di Montefredane, in Irpinia, caratterizzato da terreni molto calcarei e vigneti situati tra i 350 e i 550 metri di altitudine.

Durante la degustazione è emerso un approccio essenziale alla vinificazione, con i vini bianchi lavorati prevalentemente in acciaio e sottoposti a lunghi affinamenti prima della commercializzazione. Una scelta che punta a preservare il carattere originario delle uve e a proporre vini capaci di evolvere nel tempo. Particolarmente forte il legame con il Fiano, primo vitigno vinificato dall'azienda e ancora oggi punto di riferimento della sua identità.

Interessante anche la descrizione del Greco, definito dal produttore come "un rosso vestito di bianco" per la sua struttura e la sua presenza gustativa. Le fermentazioni spontanee e gli interventi ridotti in cantina completano una filosofia orientata alla naturale espressione delle uve.

Palmieri Domus Vinaria, il coraggio di partire da zero nell'Alto Casertano

Tra gli incontri più interessanti della manifestazione c'è stato quello con Andrea Palmieri, la sua compagna Alina e Roberta, sorella di Andrea, che mi hanno raccontato la storia di Palmieri Domus Vinaria, una realtà nata circa undici anni fa dalla volontà di una famiglia di costruire da zero il proprio progetto vitivinicolo nel cuore dell'Alto Casertano. Da un terreno destinato ad altro utilizzo è nato, passo dopo passo, un vigneto che oggi produce circa 15 mila bottiglie l'anno.

La scelta è stata quella di puntare fin dall'inizio su due vitigni identitari del territorio, Pallagrello Bianco e Casavecchia. Il primo vino prodotto è stato il Pallagrello Bianco, seguito successivamente dal Casavecchia, oggi insieme al bianco protagonista della produzione aziendale.

Durante la degustazione è emersa la volontà di costruire un'identità riconoscibile senza inseguire mode o interpretazioni già consolidate. Grande attenzione viene dedicata alla selezione delle uve, con rese contenute e una filosofia orientata alla qualità più che alla quantità. Il Pallagrello Bianco rappresenta oggi il vino simbolo dell'azienda, mentre il Casavecchia viene considerato un progetto in continua evoluzione, con interessanti prospettive di crescita.

Ringrazio Campania Wine per l'invito e per l'opportunità di partecipare a un evento che mi ha permesso di conoscere più da vicino la ricchezza e la varietà del panorama vitivinicolo campano, e Miriade Partners per l'organizzazione e la gestione dei rapporti stampa.

Antonello

















Carpineto a Vinòforum: 35 anni di Chianti Classico Riserva

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