giovedì 4 giugno 2026

Sciacchetrà: il racconto identitario delle Cinque Terre a Vinitaly 2026

Nel corso della masterclass “L’Ora dell’Oro – Sciacchetrà”, il racconto è partito da un punto chiave: le Cinque Terre non sono soltanto un luogo iconico, ma un territorio la cui storia nasce dal vino. Dietro l’immagine turistica fatta di paesaggi e fotografie, esiste una cultura profonda, radicata nella viticoltura. Per questo, la presenza a Vinitaly ha rappresentato per il territorio un momento significativo, quasi “un evento nell’evento”: l’occasione per riportare il vino al centro della narrazione identitaria.

Lo Sciacchetrà, come ricordato durante la masterclass, non ha sempre portato questo nome. In origine si parlava di vini bianchi secchi, affiancati da versioni “amabili” o “rinforzate”. Solo tra gli anni ’50 e ’60 si è affermata la denominazione attuale, la cui origine rimane incerta, sospesa tra ipotesi linguistiche e racconti popolari.

Storicamente, il vino delle Cinque Terre non era destinato al consumo domestico, ma alla vendita: una risorsa economica essenziale che ha contribuito a rendere lo Sciacchetrà un prodotto raro e prezioso. Il suo valore, però, non era soltanto economico. Era un vino simbolico, conservato per i momenti più importanti della vita — la nascita di un figlio, la partenza per il servizio militare, il matrimonio, o come dono a figure di rilievo. Un vino della memoria, legato ai passaggi fondamentali dell’esistenza. Ancora oggi questa dimensione sopravvive: nelle cantine private lo Sciacchetrà può essere condiviso solo in occasioni speciali, quasi come un segreto di famiglia.

Il territorio ha inciso profondamente su questa identità. Prima della fillossera, alle Cinque Terre si contavano circa 1600 ettari vitati (oggi 1600 ettari ci sono in tutta la Liguria) , una densità impressionante per un paesaggio così verticale. Dopo il 1923, tra malattie della vite, guerra e difficoltà economiche, è iniziato un progressivo abbandono dei vigneti. La viticoltura è sopravvissuta, ma in forma ridotta, contribuendo a rafforzare il carattere raro e prezioso di questo vino.

Lo Sciacchetrà nasce dall’uvaggio tradizionale di Bosco, Vermentino e Albarola. Tra questi, il Bosco è il vitigno chiave: autoctono, resistente, capace di adattarsi a un ambiente estremo fatto di roccia, pendenze e forte drenaggio. La sua buccia spessa contribuisce in modo determinante alla struttura, alla sapidità e alla personalità del vino.

La produzione segue un processo lungo e manuale. Le uve vengono raccolte prima di quelle destinate al vino secco, selezionate con grande attenzione e lasciate appassire in ambienti ventilati per un periodo variabile. Dopo l’appassimento, vengono diraspate a mano e lasciate a contatto con le bucce per circa 15–20 giorni, ottenendo un’estrazione importante. L’affinamento può avvenire in contenitori diversi — acciaio, legno o soluzioni più particolari — contribuendo a definire lo stile del vino. Il risultato è un equilibrio tra concentrazione zuccherina e glicerina, da un lato, e sapidità e struttura dall’altro.

La degustazione è stata il cuore della masterclass, mostrando la varietà interpretativa dello Sciacchetrà. Si è iniziato con un prodotto rarissimo, il vin de gussa, ottenuto dal ripasso delle vinacce dello Sciacchetrà con vino secco, oggi prodotto da pochissime cantine; tra gli esempi, quello della cantina Cappellini.

È seguito lo Sciacchetrà 2022 della Cooperativa Agricola Cinque Terre, ottenuto da uve provenienti da tutto il territorio: un vino didattico nel senso più nobile, riconoscibile, con note di frutta candita, miele e una chiara impronta salina.

La Polenza di Corniglia 2021, prodotto da Stefania Basso, ha mostrato un carattere più deciso, con note marine ed erbacee più evidenti rispetto alla componente fruttata, e una chiusura asciutta e sapida che sottolinea la variabilità stilistica del territorio.

Infine, un’interpretazione particolare: uno Sciacchetrà affinato in vetro sotto il mare per alcuni mesi. È l ’Underwater 2019 di Azienda Agricola Possa. Il movimento e la pressione hanno favorito un’evoluzione diversa, con una dolcezza più sottile ma sempre presente, una sapidità marcata e note di albicocca, frutta secca e leggere sfumature ossidative.

Nel complesso, i profili emersi richiamano i tratti tipici dello Sciacchetrà: scorza d’arancia, albicocca disidratata, miele, dattero, spezie, talvolta un soffio balsamico o erbaceo. Al palato, la dolcezza è sempre bilanciata da una componente sapida e leggermente astringente, che evita la stucchevolezza e dona equilibrio.

Tradizionalmente considerato un vino da meditazione o da festa, lo Sciacchetrà trova abbinamenti ideali nella pasticceria secca, nei dolci da forno — crostate, panettone — e nei formaggi, in particolare pecorini di diversa stagionatura. Il servizio migliore è a temperatura di cantina, evitando raffreddamenti eccessivi che ne limiterebbero l’espressione aromatica.

In definitiva, la masterclass ha restituito lo Sciacchetrà come un vino unico, nato da una viticoltura eroica e da un territorio estremo. Un prodotto raro, complesso e profondamente identitario.

Un ringraziamento al Parco Nazionale delle Cinque Terre per l’organizzazione della masterclass e per il lavoro di valorizzazione di un territorio unico, e ai produttori presenti allo stand, che con il loro contributo diretto hanno arricchito il racconto e la degustazione.

By Antonello








martedì 2 giugno 2026

Bevagna celebra il vino: il racconto del Mevania Wine Festival

Lo scorso 2 maggio si è svolto il Mevania Wine Festival, ospitato nell’antica Mevania – la Bevagna romana, bellissimo borgo umbro. Organizzato dall’Associazione Culturale Share, nel suggestivo Chiostro di San Domenico, 56 cantine hanno animato una giornata di degustazioni libere, permettendo ai visitatori di scoprire la storia enologica del territorio e il dialogo con altre realtà umbre e italiane, nel segno della filosofia Slow Wine, che promuove un approccio etico e sostenibile alla produzione.

La quarta edizione del festival è stata dedicata, grazie alla collaborazione con l’Associazione Donne del Vino dell’Umbria, a Marisa Leo e Donatella Briosi, due figure simbolo del mondo del vino tragicamente scomparse. Non sono mancati momenti di approfondimento, con due masterclass organizzate insieme ai partner Slow Wine Coalition e Donne del Vino: la prima, Ciliegiolo: la rivincita di un vitigno, condotta da Loredana Sarpe, Sommelier e Assaggiatrice ONAV; la seconda, Slow Wine Coalition: comunicare il vino oltre il calice, guidata da Stefano Tonanni e Alessandro Marra.

Nel chiostro ho avuto modo di fare varie degustazioni, spesso di vini naturali. Di seguito il racconto di alcune di queste esperienze.

Ho iniziato il mio percorso di assaggi lasciandomi guidare più dall’istinto che da una scaletta. La prima sosta è stata da Cantina Cocco, dove Ilaria Cocco ha raccontato la sua storia con la stessa naturalezza con cui ha versato il vino. Il metodo ancestrale, alla prima uscita, L’attacca bottoni 2024 ha aperto la degustazione con una freschezza immediata, seguito da L’Avventata 2024, un Trebbiano Spoletino giallo paglierino, con note agrumate e tropicali: un vino fresco e sapido che promette una bella capacità evolutiva. Il viaggio si è chiuso con Camorata 2010, un rosso complesso che unisce Sangiovese, Merlot e Sagrantino.

Da lì sono passato a un progetto che sembra più un manifesto che una cantina: Viticoltori Anonimi. Francesca racconta il recupero di un vecchio vigneto come un atto di resistenza culturale, un modo per restituire identità a un paesaggio. Qui il vino nasce senza lieviti e senza solfiti aggiunti. Ho assaggiato Trespolo 2023, un Trebbiano Spoletino macerato quindici giorni; Decoccio 2022, affinato in terracotta; e Descoccio 2021, nato da un imprevisto trasformato in opportunità. Quest’ultimo è ottenuto da uve Sagrantino con piccole parti di Sangiovese, Merlot e Montepulciano, fermentate spontaneamente e lasciate macerare 38 giorni, poi affinate 12 mesi in giara di terracotta. Tre vini diversi, accomunati da un’identità forte e da un approccio che mette al centro natura e autenticità.

Il viaggio è proseguito con Alma Raminga, il progetto di Andrea Pesaresi, dove ogni etichetta sembra avere un carattere proprio. Arbolle (“rifermenta”), un rifermentato da Trebbiano Spoletino, è un’esplosione di agrumi ed erbe di campo; Compà (“compagno, amico”), Trebbiano in purezza, è dorato e quasi mediterraneo nei profumi; Armischiu (“miscuglio”), ottenuto dall’unione di due tipologie di vino – Sangiovese 75% e un rosso autoctono umbro 25% – unisce freschezza, spezie e una vena balsamica che lo rende sorprendentemente dinamico.

Da Sapentia Wine, Tania mi ha accolto con un Metodo Charmat Brut da Falanghina in purezza. Nel calice è luminoso, con riflessi verdognoli e un perlage fine e persistente. Al naso emergono fiori bianchi, agrumi e una delicata nota di lievito. Al sorso è fresco, sapido e ben strutturato. Ho proseguito con la Falanghina del Sannio DOC 2025, più tenue nel colore ma vivace nei riflessi. Il profilo olfattivo è pulito e ampio: fiori d’arancio, biancospino, mela verde e leggere sfumature esotiche. In bocca domina un’acidità equilibrata che slancia il sorso e chiude in modo pulito e armonico, confermandone la grande versatilità.

Ho chiuso con Alfaprivativo, un progetto giovane ma già molto consapevole di Alex Calisti e Simone Manci. Chiara mi ha offerto Château Freccô, un rosso leggero, trasparente, quasi un bianco travestito, perfetto nella sua immediatezza. Tascaioso, invece, è un vino più profondo, nato da vecchi cloni di Sangiovese e arricchito da una nota inaspettata di visciola, dovuta ai lieviti degli alberi che circondano il vigneto. Un dettaglio che racconta quanto il territorio possa entrare nel bicchiere in modi imprevedibili.

Un bel percorso tra vini molto interessanti e conversazioni piacevoli con i produttori.

Ricordo infine che l’Associazione Culturale Share organizza La Sagrantina, un progetto che declina al femminile l’eccellenza del Sagrantino, valorizzando un modo di vivere il territorio più lento, consapevole e vicino alla natura.

Il 4 luglio si terrà il prossimo appuntamento: Sagrantino Slowalk, una passeggiata enogastronomica al tramonto tra borghi, vigne, cantine, ulivi e frantoi. Il percorso, di circa 10 km, partirà da Piazza Silvestri a Bevagna e prevede soste nelle cantine con degustazioni guidate da accompagnatori, sommelier e Presìdi Slow Food. La serata si concluderà con musica e festa in piazza.

Grazie a La Sagrantina per l’invito e per l’accoglienza. È sempre un piacere tornare a Bevagna. Alla prossima.

 By Antonello










Sciacchetrà: il racconto identitario delle Cinque Terre a Vinitaly 2026

Nel corso della masterclass “ L’Ora dell’Oro – Sciacchetrà ”, il racconto è partito da un punto chiave: le Cinque Terre non sono soltanto u...