Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la Cantina Mariotto insieme all’amica Roberta Marchese Ragona e, soprattutto, di conoscere Claudio. Sono stati due giorni intensi, vissuti tra vigna e cantina, resi ancora più piacevoli dall’ospitalità di Claudio, del figlio Filippo, il fratello Mauro, di Davide — il wine ambassador di Roma — e degli amici che ruotano attorno alla cantina. Mi sono trovato così bene che ad agosto sono tornato a trovarlo!
I Colli Tortonesi e la storia della cantina
Siamo nei Colli Tortonesi, un territorio storicamente vocato
alla vite fin dai tempi dei romani, al confine tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna
e Liguria. È un crocevia naturale, con un paesaggio dove i vigneti si alternano
a pendii scoscesi e boschi di rovere e castagno. Qui la vite cresce tra i 150 e
i 400 metri di altitudine, su circa 900 ettari complessivi. I vitigni
principali sono Barbera, Cortese, Timorasso e Dolcetto.
La cantina si trova nella frazione di Vho, sulle prime
colline alle spalle di Tortona, nella punta sudorientale del Piemonte. Qui
l’azienda coltiva 54 ettari di vigneti tra Vho e Sarezzano, a un’altitudine
compresa tra i 250 e i 300 metri. È una zona che gode di un microclima
particolare: i vigneti sono a ridosso degli Appennini, affacciati sulla Pianura
Padana e influenzati dalla vicinanza del mare, che dista appena 60 chilometri
in linea d’aria.
Claudio oggi porta avanti
l’azienda fondata nel 1921 dal bisnonno Bepi.
La produzione della cantina è dedicata ai vitigni autoctoni dei Colli
Tortonesi. Per i bianchi, dopo una pigiatura soffice e lenta, la fermentazione
avviene in modo spontaneo e termocontrollato. Il vino resta sulle fecce nobili
per dodici mesi in acciaio, prima di un affinamento in bottiglia che dura da
sei a dodici mesi. I rossi mantengono l’identità del territorio grazie a
macerazioni equilibrate e all’uso di tonneaux e barrique nuove o di secondo
passaggio.
La visita
Sabato: la prima degustazione in cantina
La visita è iniziata sabato pomeriggio. Oltre a Roberta, Claudio, Filippo e Daniele erano presenti il fratello Mauro e gli amici Angelo,
Pigi e altri che hanno reso il pomeriggio
memorabile. Accompagnati da una pancetta deliziosa, siamo stati accolti dalla
bollicina Graia. L’avevo già descritta nell’articolo dedicato all’evento
Roma in Bolle. Blend di Cortese e Timorasso, è un metodo classico che
riposa 36 mesi sui lieviti, dosaggio zero. È la loro terza sboccatura: stanno
ancora costruendo la loro identità nel metodo classico, facendo prove ogni
anno.
Si è poi passati al Bricco San Michele 2024,
Timorasso che fa acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia. Giallo dorato, pronto
per l’evoluzione, ma già si sentono note di pietra focaia e camomilla. È stata
la volta dell’ Imbevibile, Timorasso che matura in anfora 12 mesi e poi
riposa almeno un altro anno in bottiglia. Un bel colore aranciato vivo,
al naso arrivano albicocca, pesca matura e camomilla. I profumi sono puliti. In
bocca è secco, sapido, con una freschezza che tiene il sorso teso e una
persistenza lunga. Un vino che si fa bere e ricordare.
È arrivato il rosato della casa, il Campo del Gatto.
Un rosato 100% Dolcetto con una brevissima macerazione sulle bucce. Rosato
intenso e brillante. Al naso arrivano fragolina di bosco, lampone, melograno e
ciliegia fresca, con leggere sfumature floreali. In bocca è fresco, equilibrato
e sapido, una morbidezza piacevole e un finale persistente, fruttato e
minerale.
Infine, la sorpresa di Pigi
con un assaggio alla cieca. Il vino mostrava un colore dorato con riflessi
caldi. Al naso miele, frutta gialla matura e una nota minerale che emerge
piano. In bocca è ampio, sapido, con una freschezza ancora viva e una
persistenza lunga. Era un Derthona 2001: un Timorasso che ha mostrato la
forza dell’annata e la capacità di evolvere con eleganza.
Domenica: passeggiata tra le vigne
La mattina successiva abbiamo fatto un giro in vigna con Filippo, che ci ha raccontato che la vigna del
Poggio del Rosso, quella della Barbera, è il loro cru. È una vigna speciale,
perché l’ha piantata suo nonno. Il vino prende il nome dal luogo in cui ci
troviamo, il Poggio, o Poggio Redente, anche se lui l’ha sempre chiamato
semplicemente “Poggio”. Aggiunge un dettaglio affettuoso: si chiama Poggio del
Rosso perché suo nonno aveva i capelli rossi, e così gli hanno dedicato la
vigna.
Proseguendo, Filippo
indica il Picasso, la vigna di Timorasso più vecchia che hanno, quella da cui
nasce il loro vino più importante. Quando gli chiediamo se “Picasso” abbia un
significato particolare, spiega che è semplicemente il nome della zona, il nome
della collina dove si trova casa sua, che poggia proprio lì. Aggiunge che anche
altri nomi della zona — Tasso, Cavallina (quest’ultima era il nome della
strada) — sono quelli che “i vecchi”, dice lui con un po’ di pudore, davano ai
campi e alle colline. Erano denominazioni nate dalla vita contadina, tramandate
e rimaste nel tempo.
Filippo ci spiega che
queste colline hanno sempre avuto dei nomi propri: piccole zone, magari due o
tre campi uniti su un crinale, che finivano per essere identificate con un nome
preciso tramandato nel tempo. È così anche per Campo del Gatto: è il nome della
zona dove si trova la vigna del Dolcetto, la stessa da cui nasce il loro
rosato. Non è il nome della vigna in sé, ma della piccola porzione di collina
che la comprende. Un toponimo antico, nato dalla vita contadina, rimasto come
un segno di identità del luogo.
Siamo a Sarezzano. Filippo
indica la chiesa romanica che domina dall’alto. Da lì, racconta, si apre una
distesa di vigneti: si vede una continuità di vigneti che scende lungo la
collina e prosegue oltre l’orizzonte. Quella zona, spiega, è Graia: il nome
della collina dove nasce la loro bollicina. Un altro di quei toponimi antichi,
legati alla geografia minuta del luogo, che definiscono le vigne più di
qualsiasi mappa ufficiale.
Poi ci mostra il versante di Bricco San Michele: tutta
quella distesa è Timorasso, una continuità di vigneti che scende dalla collina
fino a scomparire oltre la linea dell’orizzonte. Racconta che lavorare lì è
bellissimo, ma quando si scende troppo… poi bisogna risalire, e allora la
collina si fa sentire.
Parla anche della vendemmia meccanica: il cingolo con la
vendemmiatrice dietro vibra in base al grado di maturazione dell’uva. Le
bacche, una volta scosse, cadono: alcune finiscono direttamente nel
raccoglitore, altre si staccano e cadono a terra per poi essere convogliate. Non
c’è bisogno di regolare nulla. È la macchina, con le sue vibrazioni calibrate,
a capire quando l’uva è pronta e a staccarla nel modo giusto.
Infine, accenna alla Croatina: la zona si chiama
Montemirano, un altro dei toponimi che raccontano la storia agricola di queste
colline.
Domenica: la seconda degustazione in cantina
Tornati in cantina, un’altra degustazione insieme al cibo
preparato dalla gentilissima Rossana,
insieme a Claudio, con tartare, salame
cotto, pesche passate in padella alla polvere di caffè. Poi i formaggi della Cooperativa
La Tula con il Montebore e il Marzocco con albicocche tardive, giardiniera
piemontese, crema di topinambur da abbinare al salame cotto, salsa tonnata,
salsa verde e la diavoletta, crema di peperone con peperoncino piccante. Infine,
pomodorini con il tonno e quelli con acciuga.
I vini che ci hanno proposto con questo ben di Dio sono
stati il Piccolo Derthona, l’entry level della cantina, fresco e veloce,
ovviamente Timorasso.
È arrivato Cavallina 2022, un Timorasso tra i più
importanti della cantina, che fa acciaio e poi almeno 12 mesi bottiglia. Giallo
oro nitido e intenso. Al naso arrivano note minerali, camomilla, pesca e
albicocca: profumi puliti, chiari, che si aprono con naturalezza. In bocca è
fresco, equilibrato e sapido, con buona struttura, una morbidezza piacevole e
un finale lungo, fruttato e minerale. Un Timorasso che scorre bene e resta
elegante. Abbinato con tartare.
Per finire Martirella, un blend poco pubblicizzato di
Barbera, Freisa e Bonarda: un bel rosso rubino, fresco e vivace, ottimo con il
salame cotto con cui è stato abbinato.
Grazie a Claudio per la
calorosa accoglienza, a Filippo per il bel
giro tra le vigne molto istruttivo, a Davide
e gli altri amici per la compagnia e a Roberta
per l’organizzazione.
Antonello






















