lunedì 20 luglio 2026

Roma in Bolle: la Garbatella brinda alla diversità delle bollicine

Il 14 luglio, al Pulp di Piazza Giovanni da Triora, Roma ha accolto la prima edizione di Roma in Bolle, un evento che ha riportato le bollicine al centro della scena. L’iniziativa, ideata da Roberta Marchese Ragona, Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Adriano Romano e Luca della Regina, si è divisa in due momenti: il pomeriggio dedicato agli operatori, ai giornalisti e ai wine blogger, con un confronto tecnico su metodi, terroir e identità produttive; la sera aperta agli appassionati, che hanno riempito il locale fino a tarda notte. Durante la degustazione, Luca della Regina e Ivan Vellucci hanno accompagnato il pubblico nel dialogo con i produttori, rendendo ogni assaggio un piccolo racconto, mentre con l’app MyVinApp, ideata da Claudia Spagnolo, il pubblico ha votato la migliore bollicina, premiando Ribelle di Cantina Messori, Charmat da Pignoletto e Bolle de Il Borro, Metodo Classico da Sangiovese.

Il pomeriggio dedicato a operatori, giornalisti e wine blogger si è aperto con un’introduzione di Roberta, che ha iniziato con leggerezza ricordando che il 14 luglio non era “la presa della Bastiglia”, ma un’occasione per brindare alla Garbatella. Ha presentato l’idea di riunire in un’unica giornata tutte le bollicine, dalle ancestrali alle classiche, e ha introdotto la squadra organizzatrice: Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Luca della Regina e Adriano Romano. Dopo aver salutato alcuni ospiti, come Carlo Dugo e il distributore dei vini in Spagna, Francesco Magno, ha presentato Ivan.

Ivan ha ricordato che oggi le bollicine rappresentano quasi il 30% della produzione italiana e ha spiegato perché si bevono sempre di più: fresche e versatili. Ha invitato a degustare seguendo le suggestioni, non in modo didascalico, citando territori e vitigni — dal Sangiovese spumantizzato alla Falanghina di Aversa, dall’Etna al Lambrusco, fino ai vitigni “ribelli” come Orneasco, Boschera, Glaia, Berrino e allo Spoletino umbro. È stato poi presentato Fabio Giberti.

Fabio, Assaggiatore Esperto di Parmigiano Reggiano, ha raccontato il ruolo del formaggio nell’abbinamento con gli spumanti. Ha presentato tre stagionature e le ha paragonate alla sosta sui lieviti del metodo classico: entrambe trasformano il prodotto nel tempo. Ha ricordato la naturalità del Parmigiano — solo latte, sale e caglio — e il rispetto della materia prima, proprio come nel vino.

Infine Carlo Dugo, enogastronomo, ha sottolineato come la possibilità di avere tante effervescenze diverse, abbinate a produzioni e stagionature differenti, sia molto interessante. Ha aggiunto che l’evento offre ottime occasioni di conoscenza: lui stesso ha scoperto aziende che non conosceva e gli fa piacere incontrarne di nuove.

Tra le cantine incontrate, la prima che voglio raccontare è Quaterluna, presentata da Isabella. Una realtà piccolissima, nata nel 2021, appena 4.500 bottiglie, costruita con la pazienza di chi sa che la qualità non si improvvisa. Il nome nasce da un vigneto in Franciacorta, nella contrada Valluna, e dai quattro soci: non hanno potuto usare “Valluna” perché già registrato, ma “Quaterluna” è diventato un nome evocativo, quasi poetico, che mi piace molto. Isabella ha portato il Fase 4, extra brut della vendemmia 2023, 65% Pinot Nero e 35% Chardonnay, sboccato a gennaio, dosaggio di un grammo per litro. Per lei l’extra brut è una scelta di stile, non una categoria. Ha anticipato l’uscita del loro primo millesimato, prevista per settembre, sempre a dosaggio zero. Ha raccontato anche il Fase 3, vendemmia 2022, più calda e matura, dove lo Chardonnay prevale per mantenere equilibrio. Ogni “Fase” è una cuvée unica, non replicata, niente standardizzazione. Producono poco, e questo significa accettare che il vino cambi ogni anno.

Dalla Franciacorta sono passato nelle Marche, da Mencaroni, con Federico. Ha presentato tre etichette pensate per la ristorazione: il Brut Nature, l’Extra Brut Rosé e il nuovo Dry. Quest’ultimo nasce da un’esigenza concreta: nei ristoranti stellati mancava un vino capace di accompagnare pesce crudo e dessert, due momenti difficili per le bollicine tradizionali. Federico si è ispirato a ciò che accadeva nei porti di Bordeaux, dove il pesce crudo veniva servito con champagne dosati. Il Dry compensa la sapidità di ostriche e salmone, ripulisce la parte grassa e allo stesso tempo funziona sul dessert. È già stato inserito in degustazione in ristoranti due stelle. Ha poi raccontato la vendemmia 2022 di Verdicchio in purezza, Brut Nature: rese bassissime, selezione del 35%, e ha ricordato le Magnum della 2012. La cantina, a Senigallia, produce anche rossi e vini da invecchiamento. Ha presentato un Rosé extra brut da Grenache, Montepulciano e Sangiovese, e il Dry, 80% Bianchello con Berlic e Malvasia, leggermente dolce al naso e in bocca, perfetto per pesce crudo, dessert e Parmigiano molto stagionato. Lavora anche su Verdicchio e Chardonnay sui lieviti, con rifermentazione “a tappo a fondo”, come si faceva una volta.

Poi sono arrivato in Umbria, da Colle Uncinano con Daniele, dove la storia delle bollicine nasce dal Trebbiano Spoletino. La linea Rosa è una delle espressioni più curate: da giovane è agrumata e citrica, poi evolve verso pompelmo rosa e, nelle versioni più strutturate, verso frutta tropicale come ananas e mango. Sempre presente la nota gessosa, la firma del vitigno. Il Metodo Classico riposa circa 40 mesi sui lieviti. In alcune cuvée usano lieviti indigeni, senza zuccheri aggiunti: è il vino stesso a dare la spinta per la presa di spuma. La cantina ha investito in un macchinario che sbocca automaticamente le bottiglie e reintegra la liqueur, migliorando costanza e precisione. Nelle versioni più evolute emergono note speziate, quasi orientali, sempre sostenute dalla mineralità del Trebbiano Spoletino.

Dal cuore dell’Umbria sono salito in Piemonte, da Claudio Mariotto, con Davide che presenta l’unico blend dell’azienda, perché solitamente vinificano tutto in purezza. Il Cortese è un vitigno che conoscono bene, ma commercialmente è difficile da proporre perché confinano con il territorio del Gavi. Hanno scelto di valorizzarlo nel Metodo Classico Graia, unendo Cortese e Timorasso: potenza e gentilezza insieme. Vendemmiano con anticipo per mantenere acidità, non fanno malolattica. Il Metodo Classico riposa 36 mesi sui lieviti, sboccato in Langa, dosaggio zero. In degustazione il vino appare più morbido del previsto, pur avendo meno di 3 g/l. Il Cortese dona eleganza e dolcezza percettiva. È la loro terza sboccatura: stanno ancora costruendo la loro identità nel metodo classico, facendo prove ogni anno. Riflette sul rapporto tra identità e mercato: un’azienda deve essere sostenibile, e con una carta vini ampia possono essere fedeli al proprio stile su alcune etichette e più flessibili su altre.

Dalle colline piemontesi sono sceso in Liguria, da Giusy e Tenuta Maffone, dove la viticoltura è davvero “eroica”: piccoli appezzamenti tra le colline di Imperia, ai piedi del Colle di Nava. Producono sia Charmat sia Metodo Classico. Lo Charmat nasce da Pigato e Vermentino, fresco e immediato. Il Metodo Classico, il DueZeroSette,  è la loro espressione più profonda: 60 mesi sui lieviti, talvolta 100, con struttura e finezza. È una bollicina versatile, perfetta con pesci bianchi, carni bianche, formaggi non troppo intensi.

Un salto in Friuli, da Giorgio, di Zorzon, che ha portato un Charmat di due mesi, da Pinot Bianco e Ribolla Gialla. La base viene preparata in cantina e poi portata in Veneto per la spumantizzazione, perché la loro azienda è soprattutto una realtà da bianchi fermi, stile Collio. Questa bollicina nasce per rispondere al mercato: essendo vicini all’Austria, molti clienti chiamano “prosecco” qualsiasi bollicina. Giorgio lo chiarisce con fermezza: il loro Charmat non è prosecco, è un vino semplice, pulito, pensato per essere bevuto con immediatezza.

L’ultimo incontro è stato con Marco Capra, Alta Langa. Ha presentato Sei Tremenda, dedicato alla figlia Elisabetta, due Metodo Classico della stessa annata, la 2022, entrambi affinati 36 mesi sui lieviti: il primo 70% Pinot Nero e 30% Chardonnay, dosaggio 4 g/l; il secondo Pinot Nero 100%, dosaggio 3 g/l. Racconta con precisione come modulano il dosaggio nelle varie sboccature. Poi parla delle etichette, nate con i suoi figli. In origine voleva coinvolgere artisti di strada di Roma, Londra e Parigi, ma il progetto era complesso. Un’illustratrice ha creato sei disegni: avrebbero dovuto sceglierne uno, ma Marco li ha voluti tutti. La scelta ha funzionato: non per fare il vino più buono, ma per far ricordare l’azienda. Riflette sul valore della riconoscibilità visiva, sulle etichette banali o imitate, e sull’importanza di cogliere le occasioni giuste. La costruzione dell’identità aziendale è fatta di sliding doors: fortuna e bravura insieme. Chiude con un tono affettuoso: ogni volta che viene a Roma torna a casa con una carica diversa.

E così, al Pulp — cornice ideale con la sua anima glamour nel cuore della Garbatella — si chiude la mia giornata a Roma in Bolle, un viaggio tra territori, storie, scelte produttive e persone che credono nel vino come racconto. Un grazie a Roberta, Ivan Vellucci, Marco Sargentini, Luca della Regina e Adriano Romano per una splendida iniziativa, con l’augurio che sia la prima di molte.

Antonello

Le cantine presenti

  • Abrigo Fratelli (Piemonte) – il Sivà Riserva, Metodo Classico da Chardonnay.
  • Albamarina (Campania) — L’Eremita, Metodo Charmat da Fiano del Cilento.
  • Ambasciatori del Gusto (Veneto) – Le Manzane, Glera in versione ancestrale.
  • Blasi (Umbria) – 1742, Metodo Classico da Chardonnay e Trebbiano Spoletino.
  • Bortolin Angelo (Veneto) – il Valdobbiadene DOCG e l’ancestrale Barch.
  • Cantina Messori (Emilia) – lo Spettinato da Lambrusco Grasparossa, il Ribelle da Pignoletto, premiato dal pubblico e il Gasato da Lambrusco Salamino.
  • Colle Uncinano (Umbria) – lo Spoleto DOC da Trebbiano Spoletino.
  • Conca d’Oro (Veneto) – il Prosecco Superiore DOCG.
  • Gozzelino (Piemonte) – il Moscato DOCG e Elena, Metodo Classico da Pinot Nero.
  • Il Borro (Toscana) – Bolle di Borro, premiato dal pubblico, e il raffinato Chiaro di Bolle.
  • Marco Capra (Piemonte) – Sei Tremenda, Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero.
  • Mencaroni (Marche) – il Brut Nature da Verdicchio.
  • Muratori (Franciacorta) – il Brut da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco.
  • Poggio Bonelli Chigi Saracini (Toscana) – il loro Sangiovese in versione extra brut.
  • Quaterluna – Fase 3 e Fase 4, Metodo Classico da Chardonnay e Pinot Nero.
  • Raparelli (Lazio) – il Lallero da Vermentino.
  • Rossi di Madelana (Lazio) – il Ferrino da Bombino.
  • Rotari (Trentino) – la linea Alperegis, Trentodoc di montagna.
  • Silvestri (Lazio) – Brut e Rosé, bollicine dei Castelli Romani dal 1929.
  • Solis Terrae (Lazio) – Bullule, da Bellone e Chardonnay.
  • Vin Viandante (Lazio) – Confine, Cesanese rifermentato.
  • Tenuta Maffone (Liguria) – il Duezerosette da Ormeasco con 100 mesi di affinamento.
  • Valdarno di Sopra (Toscana) – il Sangiovese con 18 e 60 mesi di affinamento
  • Venturini Baldini (Emilia) – il Rubino del Cerro e il Metodo Classico, entrambi da Lambrusco.
  • Vigna Madre (Abruzzo) – il Villa Roscià da Pecorino.
  • Vitematta (Campania) – la Radice Etrusca da Asprinio d’Aversa.
  • Zazzera (Umbria) – Serperosa da Sangiovese e Serpeoro da Grechetto.
  • Zorzon (Friuli) – lo Spumante Brut da Pinot Bianco e Ribolla.
















domenica 19 luglio 2026

Campo Sacro 2020 – Montepulciano d’Abruzzo DOC Il rosso che racconta l’Abruzzo con voce piena, scura e avvolgente

Ci sono bottiglie che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi notare: parlano con la calma dei luoghi da cui provengono, con la profondità delle colline abruzzesi e con la sincerità di un vitigno che non cerca mai di essere altro da sé. Campo Sacro 2020 è una di queste. Appoggiato sul tavolo, con la sua etichetta essenziale e la tonalità rubino che cattura la luce nel calice, sembra quasi invitare a un momento di quiete, a un sorso che diventa racconto. È il tipo di vino che accompagna una cena lenta, una conversazione che si allunga, un piatto che profuma di casa.

Si presenta con un colore rubino intenso, quasi impenetrabile. Al naso emergono subito note di frutta rossa matura, ciliegia sotto spirito e prugna, seguite da un tocco di spezie dolci e una leggera vena balsamica. È un bouquet classico per il Montepulciano d’Abruzzo, ma qui appare particolarmente pulito e ben definito.

In bocca è morbido, con tannini fitti ma ben integrati. La struttura è piena, avvolgente, senza risultare pesante. La freschezza tipica del vitigno sostiene il sorso e lo rende sorprendentemente equilibrato. Il finale è lungo, con ritorni di frutta scura e una piacevole nota di cacao.

Perfetto con piatti della tradizione abruzzese e non solo: Arrosticini, Ragù di carne, Formaggi, stagionati, Lasagne o timballi al forno.

Campo Sacro 2020 è un Montepulciano d’Abruzzo che punta sulla classicità e la valorizza. Non cerca effetti speciali: preferisce la solidità, la pulizia aromatica e la coerenza. È un vino che si beve con piacere, che accompagna la tavola e che racconta il territorio con autenticità.

By Mario

Voto LVDF: 8

Costo: 13 euro

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