lunedì 7 settembre 2026

Caldaro, la Strada del Vino: la magia dei “Kalterer Weintage”

Il 3 e 4 settembre 2026 Caldaro è tornata a celebrare il vino, il suo territorio e una tradizione vitivinicola profondamente radicata nella storia dell’Alto Adige. Nella storica piazza Principale del borgo si sono svolti “Kalterer Weintage”, le Giornate Caldaresi del Vino: un appuntamento dedicato agli amanti del buon bere, ai produttori e a tutti coloro che desiderano conoscere più da vicino l’anima di questo straordinario territorio.

Caldaro, sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, è uno di quei luoghi in cui il vino non è semplicemente un prodotto, ma parte integrante del paesaggio, della cultura e della vita quotidiana.

Durante le due giornate, 23 cantine hanno portato in piazza il meglio della propria produzione, offrendo ai visitatori l'opportunità di degustare una selezione di oltre 150 vini e di incontrare direttamente i protagonisti della viticoltura caldaresе.

Un unico principio ha guidato l'evento: stupire gli ospiti attraverso la qualità e la varietà dei vini del territorio.

Per comprendere i vini di Caldaro bisogna partire dal territorio. I vigneti si sviluppano tra circa 250 e 600 metri di altitudine, su un paesaggio modellato da pendii, colline e terrazze vitate. Qui la vite trova condizioni particolarmente favorevoli: molta luce, giornate calde, importanti escursioni termiche e una ventilazione che contribuisce alla salute delle uve e alla loro maturazione.

È proprio questo equilibrio tra clima, altitudine, esposizione e caratteristiche dei suoli a dare ai vini caldaresi una personalità riconoscibile.

A settembre, poi, il paesaggio assume un fascino particolare. È il momento in cui l'estate lentamente lascia spazio all'autunno, i grappoli raggiungono la maturazione e nei vigneti comincia a respirarsi l'atmosfera della vendemmia.

Il protagonista indiscusso dei “Kalterer Weintage” è naturalmente il Kalterersee, il vino che più di ogni altro identifica Caldaro.

Nasce principalmente dalla Schiava, uno dei grandi vitigni tradizionali dell'Alto Adige, capace di regalare vini freschi, profumati, eleganti e piacevolmente conviviali.

Il Kalterersee è un vino che racconta il territorio senza bisogno di eccessi: è immediato, fine, fragrante e profondamente legato alla cultura locale.

Ma Caldaro non vive soltanto di Schiava. La ricchezza della sua produzione emerge proprio dalla capacità di affiancare ai vitigni della tradizione una gamma ampia di interpretazioni e stili.

Tra i vitigni che caratterizzano la produzione altoatesina troviamo la Schiava, il Lagrein, il Gewürztraminer e il Sauvignon.

La Schiava rappresenta forse l'anima più autentica e quotidiana di Caldaro. È il vitigno simbolo del Kalterersee e quello che maggiormente esprime la tradizione vitivinicola locale.

Il Lagrein, invece, porta nel bicchiere maggiore struttura e intensità. È uno dei grandi vitigni rossi autoctoni dell'Alto Adige, capace di dare vini profondi, corposi e caratterizzati da una piacevole trama tannica.

Con il Gewürztraminer entriamo invece nel mondo dei grandi vini aromatici. Profumi intensi, note floreali e speziate e una personalità inconfondibile lo hanno reso uno dei vini più conosciuti dell'Alto Adige.

Il Sauvignon completa questo quadro con la sua impronta fresca e aromatica, capace di esprimere eleganza, mineralità e una spiccata componente varietale.

Il vero valore dei “Kalterer Weintage” è però anche nell'incontro diretto con i produttori.

Le 23 cantine presenti hanno trasformato la piazza principale di Caldaro in una sorta di grande enoteca a cielo aperto. Ogni stand ha raccontato una storia diversa: quella di una famiglia, di una cantina, di un vigneto e di una filosofia produttiva.

Degustare in questo contesto significa andare oltre il semplice assaggio con chi quel vino lo produce, conoscere le caratteristiche dei vigneti, capire quanto il lavoro in cantina sia legato alle condizioni climatiche e alle peculiarità delle diverse zone di produzione, e soprattutto significa scoprire che, dietro una bottiglia, c'è sempre un pezzo di territorio.

I vini di Caldaro hanno accompagnato specialità del territorio e raffinate creazioni dolci, creando un percorso di degustazione capace di unire vino, cucina e tradizione.

Perché anche questo è il bello della Strada del Vino: il paesaggio continua nel piatto e il territorio ritorna nel bicchiere.

I “Kalterer Weintage” non sono soltanto una manifestazione dedicata al vino. Sono soprattutto un'occasione per fermarsi e osservare un territorio attraverso ciò che produce.

Qui la viticoltura convive con il paesaggio, con la storia e con una cultura che si tramanda da generazioni.

Tra vigneti che salgono dai 250 fino ai 600 metri di altitudine, il sole di fine estate, l'inizio della vendemmia e le montagne che fanno da cornice, Caldaro mostra il suo volto più autentico.

E alla fine della degustazione rimane una certezza: per conoscere davvero Caldaro bisogna assaggiarla.

Un calice di Schiava, un Kalterersee, un Lagrein, un Gewürztraminer o un Sauvignon diventano così una porta d'ingresso per scoprire un territorio dove il vino non è soltanto qualcosa da bere, ma una storia da raccontare.

By Simone & Serena












sabato 5 settembre 2026

Tra vigna e cantina: due giorni con Claudio Mariotto

Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la Cantina Mariotto insieme all’amica Roberta Marchese Ragona e, soprattutto, di conoscere Claudio. Sono stati due giorni intensi, vissuti tra vigna e cantina, resi ancora più piacevoli dall’ospitalità di Claudio, del figlio Filippo, il fratello Mauro, di Davide — il wine ambassador di Roma — e degli amici che ruotano attorno alla cantina. Mi sono trovato così bene che ad agosto sono tornato a trovarlo!

I Colli Tortonesi e la storia della cantina

Siamo nei Colli Tortonesi, un territorio storicamente vocato alla vite fin dai tempi dei romani, al confine tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria. È un crocevia naturale, con un paesaggio dove i vigneti si alternano a pendii scoscesi e boschi di rovere e castagno. Qui la vite cresce tra i 150 e i 400 metri di altitudine, su circa 900 ettari complessivi. I vitigni principali sono Barbera, Cortese, Timorasso e Dolcetto.

La cantina si trova nella frazione di Vho, sulle prime colline alle spalle di Tortona, nella punta sudorientale del Piemonte. Qui l’azienda coltiva 54 ettari di vigneti tra Vho e Sarezzano, a un’altitudine compresa tra i 250 e i 300 metri. È una zona che gode di un microclima particolare: i vigneti sono a ridosso degli Appennini, affacciati sulla Pianura Padana e influenzati dalla vicinanza del mare, che dista appena 60 chilometri in linea d’aria.

Claudio oggi porta avanti l’azienda fondata nel 1921 dal bisnonno Bepi. La produzione della cantina è dedicata ai vitigni autoctoni dei Colli Tortonesi. Per i bianchi, dopo una pigiatura soffice e lenta, la fermentazione avviene in modo spontaneo e termocontrollato. Il vino resta sulle fecce nobili per dodici mesi in acciaio, prima di un affinamento in bottiglia che dura da sei a dodici mesi. I rossi mantengono l’identità del territorio grazie a macerazioni equilibrate e all’uso di tonneaux e barrique nuove o di secondo passaggio.

La visita

Sabato: la prima degustazione in cantina

La visita è iniziata sabato pomeriggio. Oltre a Roberta, Claudio, Filippo e Daniele erano presenti il fratello Mauro e gli amici Angelo, Pigi e altri che hanno reso il pomeriggio memorabile. Accompagnati da una pancetta deliziosa, siamo stati accolti dalla bollicina Graia. L’avevo già descritta nell’articolo dedicato all’evento Roma in Bolle. Blend di Cortese e Timorasso, è un metodo classico che riposa 36 mesi sui lieviti, dosaggio zero. È la loro terza sboccatura: stanno ancora costruendo la loro identità nel metodo classico, facendo prove ogni anno.

Si è poi passati al Bricco San Michele 2024, Timorasso che fa acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia. Giallo dorato, pronto per l’evoluzione, ma già si sentono note di pietra focaia e camomilla. È stata la volta dell’ Imbevibile, Timorasso che matura in anfora 12 mesi e poi riposa almeno un altro anno in bottiglia. Un bel colore aranciato vivo, al naso arrivano albicocca, pesca matura e camomilla. I profumi sono puliti. In bocca è secco, sapido, con una freschezza che tiene il sorso teso e una persistenza lunga. Un vino che si fa bere e ricordare.

È arrivato il rosato della casa, il Campo del Gatto. Un rosato 100% Dolcetto con una brevissima macerazione sulle bucce. Rosato intenso e brillante. Al naso arrivano fragolina di bosco, lampone, melograno e ciliegia fresca, con leggere sfumature floreali. In bocca è fresco, equilibrato e sapido, una morbidezza piacevole e un finale persistente, fruttato e minerale.

Infine, la sorpresa di Pigi con un assaggio alla cieca. Il vino mostrava un colore dorato con riflessi caldi. Al naso miele, frutta gialla matura e una nota minerale che emerge piano. In bocca è ampio, sapido, con una freschezza ancora viva e una persistenza lunga. Era un Derthona 2001: un Timorasso che ha mostrato la forza dell’annata e la capacità di evolvere con eleganza.

Domenica: passeggiata tra le vigne

La mattina successiva abbiamo fatto un giro in vigna con Filippo, che ci ha raccontato che la vigna del Poggio del Rosso, quella della Barbera, è il loro cru. È una vigna speciale, perché l’ha piantata suo nonno. Il vino prende il nome dal luogo in cui ci troviamo, il Poggio, o Poggio Redente, anche se lui l’ha sempre chiamato semplicemente “Poggio”. Aggiunge un dettaglio affettuoso: si chiama Poggio del Rosso perché suo nonno aveva i capelli rossi, e così gli hanno dedicato la vigna.

Proseguendo, Filippo indica il Picasso, la vigna di Timorasso più vecchia che hanno, quella da cui nasce il loro vino più importante. Quando gli chiediamo se “Picasso” abbia un significato particolare, spiega che è semplicemente il nome della zona, il nome della collina dove si trova casa sua, che poggia proprio lì. Aggiunge che anche altri nomi della zona — Tasso, Cavallina (quest’ultima era il nome della strada) — sono quelli che “i vecchi”, dice lui con un po’ di pudore, davano ai campi e alle colline. Erano denominazioni nate dalla vita contadina, tramandate e rimaste nel tempo.

Filippo ci spiega che queste colline hanno sempre avuto dei nomi propri: piccole zone, magari due o tre campi uniti su un crinale, che finivano per essere identificate con un nome preciso tramandato nel tempo. È così anche per Campo del Gatto: è il nome della zona dove si trova la vigna del Dolcetto, la stessa da cui nasce il loro rosato. Non è il nome della vigna in sé, ma della piccola porzione di collina che la comprende. Un toponimo antico, nato dalla vita contadina, rimasto come un segno di identità del luogo.

Siamo a Sarezzano. Filippo indica la chiesa romanica che domina dall’alto. Da lì, racconta, si apre una distesa di vigneti: si vede una continuità di vigneti che scende lungo la collina e prosegue oltre l’orizzonte. Quella zona, spiega, è Graia: il nome della collina dove nasce la loro bollicina. Un altro di quei toponimi antichi, legati alla geografia minuta del luogo, che definiscono le vigne più di qualsiasi mappa ufficiale.

Poi ci mostra il versante di Bricco San Michele: tutta quella distesa è Timorasso, una continuità di vigneti che scende dalla collina fino a scomparire oltre la linea dell’orizzonte. Racconta che lavorare lì è bellissimo, ma quando si scende troppo… poi bisogna risalire, e allora la collina si fa sentire.

Parla anche della vendemmia meccanica: il cingolo con la vendemmiatrice dietro vibra in base al grado di maturazione dell’uva. Le bacche, una volta scosse, cadono: alcune finiscono direttamente nel raccoglitore, altre si staccano e cadono a terra per poi essere convogliate. Non c’è bisogno di regolare nulla. È la macchina, con le sue vibrazioni calibrate, a capire quando l’uva è pronta e a staccarla nel modo giusto.

Infine, accenna alla Croatina: la zona si chiama Montemirano, un altro dei toponimi che raccontano la storia agricola di queste colline.

Domenica: la seconda degustazione in cantina

Tornati in cantina, un’altra degustazione insieme al cibo preparato dalla gentilissima Rossana, insieme a Claudio, con tartare, salame cotto, pesche passate in padella alla polvere di caffè. Poi i formaggi della Cooperativa La Tula con il Montebore e il Marzocco con albicocche tardive, giardiniera piemontese, crema di topinambur da abbinare al salame cotto, salsa tonnata, salsa verde e la diavoletta, crema di peperone con peperoncino piccante. Infine, pomodorini con il tonno e quelli con acciuga.

I vini che ci hanno proposto con questo ben di Dio sono stati il Piccolo Derthona, l’entry level della cantina, fresco e veloce, ovviamente Timorasso.

È arrivato Cavallina 2022, un Timorasso tra i più importanti della cantina, che fa acciaio e poi almeno 12 mesi bottiglia. Giallo oro nitido e intenso. Al naso arrivano note minerali, camomilla, pesca e albicocca: profumi puliti, chiari, che si aprono con naturalezza. In bocca è fresco, equilibrato e sapido, con buona struttura, una morbidezza piacevole e un finale lungo, fruttato e minerale. Un Timorasso che scorre bene e resta elegante. Abbinato con tartare.

Per finire Martirella, un blend poco pubblicizzato di Barbera, Freisa e Bonarda: un bel rosso rubino, fresco e vivace, ottimo con il salame cotto con cui è stato abbinato.

Grazie a Claudio per la calorosa accoglienza, a Filippo per il bel giro tra le vigne molto istruttivo, a Davide e gli altri amici per la compagnia e a Roberta per l’organizzazione.

Antonello










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