Lo scorso agosto sono andato, insieme alla mia amica Patrizia, a trovare Walter Massa. Era una visita che desideravo da tempo: dopo anni di assaggi, masterclass e racconti, finalmente avrei visto da vicino la cantina di Walter, il luogo dove fu riscoperto il Timorasso e dove questo vitigno ha ritrovato la sua voce. E appena siamo arrivati, l’accoglienza è stata calorosissima, spontanea, di quelle che ti fanno sentire subito nel posto giusto.
La visita
La visita è iniziata dalla splendida terrazza che affaccia
sulle vigne della Valverta (7 ettari), dove Filippo,
27 anni, nipote di Walter, ci ha accolti. Da
sempre – come sottolinea Walter – lui e il
gemello Edoardo affiancano lo zio sia in
vigna sia in cantina. Filippo ci ha spiegato
i terreni che si vedevano davanti a noi, illustrando anche la mappa delle
vigne, la loro posizione nel territorio e i vigneti. Ha evidenziato come
cambiano i suoli e le esposizioni e come, di conseguenza, i vini risultino
diversi l’uno dall’altro.
In attesa dell’arrivo di Walter abbiamo avuto anche il
piacere di conoscere Fausto, titolare dell’azienda
“La Montemarzina” e di provare le famose pesche di Volpedo fresche.
L’azienda durante l’anno propone le “Volpedo sciroppate”, altra visione di Walter che sta facendo più belle ed interessanti
le “Terre Derthona”. Nel sito https://www.terrederthona.it/ si
trovano tutte le informazioni che riguardano questo progetto così ampio.
E poi è arrivato Walter:
ci guarda, sorride e dice con la sua schiettezza: «Cosa ci venite a fare?
Potevate andare da un’altra parte, ci sono tante cantine aperte in Italia.» È
bastata quella battuta per creare subito un bel clima.
Walter inizia raccontando come tutto è cominciato e dice che quello che fa è un atto dovuto nei confronti della vita. Nasce in una famiglia che definisce “anomala”, perché tutti andavano d’accordo: il papà con lo zio, la mamma con la zia. Nato nel 1955, ricorda che quando a tre o quattro anni ha iniziato a capire il mondo, vedeva due trattori sotto il portico di casa, mentre tutto il paese — quasi cento aziende agricole — lavorava ancora con i buoi. Da bambino capì subito di essere partito con un bel vantaggio rispetto agli altri.
Racconta che poi venne “obbligato” a studiare enologia ad
Alba. Finita la scuola propone mirati investimenti in campagna e moderni
aggiornamenti per la cantina appena costruita e lo zio
Giuseppe li accetta con entusiasmo, trasmettendogli fiducia e sicurezza
economica. Con un certo trasporto ricorda le parole dello zio «Non preoccuparti
se hai sbagliato, l’importante è che capisci perché e come è successo». Tutto
si sviluppa perché la famiglia non accetta di investire per sciroppare le,
comunque, redditizie “pesche di Volpedo “.
A fine anni Settanta, ispirato da Alejandro de Tomaso, che
in quegli anni rilevava aziende in difficoltà, decide di prendere in carico il
ramo secco dell’azienda e occuparsi della cantina e delle vigne dei Vigneti
Massa. Conduce con la sua testa,
ossia dettando le strategie di vigna (potatura, trattamenti, diradamento, epoca
di stacco uve) e cantina (travasi, temperatura, macerazione, contenitori).
Ricorda anche le battute della madre, convinta che se fa
vino buono è perché “metà è Boveri, i Massa hanno sempre premura, con il vino
ci vuol pazienza “. Aggiunge poi un aneddoto che dice molto del suo carattere e
della vita di famiglia: quando sua mamma era
signorina e suo fratello Renato Boveri,
nelle vigne confinanti, produceva vini molto piacevoli e quelli prodotti dai
Massa li trovava sgarbati, acidi, che non stimolavano la beva. Così diceva:
«No, io piuttosto che bere questo vino dico che sono astemia e bevo acqua. Non
bevo vino». Così almeno sua suocera era contenta e non l’avrebbe guardata storto.
E ricorda anche che prende spunto dal lavoro dello zio
Renato, morto due anni fa a 102 anni.
Per dieci anni coltiva e vinifica Barbera, pianta Cortese,
fa Croatina. Come dice Walter, “non cavavo
un ragno dal buco”: i tempi non erano maturi. Il mondo del vino doveva ancora
affrontare la crisi del metanolo del 1986 e la nascita di nuove aziende che
avrebbero rivoluzionato territori come Valpolicella, Gavi e Langhe. Ricorda,
con commozione, figure chiave come Quinto Chionetti,
l’uomo che ha fatto grande il Dolcetto, e la luce che gli ha trasmesso Angelo Gaja.
La svolta arriva nel 1987. A trent’anni, stanco di tutto,
decide di provare col Timorasso. Fa 560 bottiglie e le chiama Derthona
per mettere al centro il territorio e non il vitigno. Rifiuta la chimica e la
tecnologia scolastica: usa solo buon senso. Il problema principale è il prezzo,
visto che vende i suoi Barbera e Cortese a 3-4.000 lire a bottiglia. Si
confronta con Gavi, La Scolca e con alcuni vini francesi, e decide: 7.500 lire
a bottiglia. Il vino comincia a girare: chi lo prova, lo riprende.
Nel 1997 Paolo Poggio e Andrea Mutti provano a vinificare il Timorasso e,
dopo un primo tentativo, seguono i consigli di Walter.
La visione di Walter è far conoscere questo
vitigno e il territorio circostante, e non lesina consigli a chi glieli chiede.
Le indicazioni fondamentali sono tre: tenerlo fermo un anno in cantina; farlo
tutti con lo stesso stile, senza varianti frizzanti o spumanti; comunicare allo
stesso modo, ognuno con la propria etichetta, ma dicendo chiaramente che è
Timorasso.
Con il passare del tempo, racconta, la cantina si
ingrandisce, l’azienda cresce fino a 35 ettari e nascono altre due etichette di
Derthona dopo “Costa del Vento”: Sterpi e Montecitorio.
Le tre etichette diventano, nelle sue parole, “Sophia Loren, Claudia Cardinale
e Silvana Mangano”.
Il Piccolo Derthona
Dopo le prime etichette di Derthona, nasce il Piccolo Derthona. La scintilla si accende durante una manifestazione in Norvegia, dove scopre che il suo Derthona costa come lo Chablis e vede le bottiglie del Petit Chablis. Bingo: nasce il Piccolo Derthona, che non serve tanto a fare volume, quanto a lavorare meglio. È un vino più accessibile, utile per gestire annate difficili. Se un’annata non è all’altezza, non fa il Derthona: fa solo Piccolo Derthona. Il prezzo così riflette la qualità, senza scendere per convenienza. «Così d’altronde fanno i grandi, ai quali si ispira: Barolo, Barbaresco, Montalcino, Chablis e Bordeaux hanno costruito la loro forza anche attraverso etichette che completano e sostengono il vertice della denominazione.» Insomma, il concetto di “Vino cadet” come lo chiamano a Bordeaux, e ultimamente fortemente applicato a Bolgheri e altrove.
Il cambiamento climatico e la gestione della vigna
Si parla poi di cambiamento climatico e di gestione della
vigna. Walter insiste su come questi due
fattori abbiano cambiato radicalmente il modo di fare vino. Un tempo, dice, “si
giocava a testa o croce”: maturazioni incostanti, rese altissime, vini che non
sempre raggiungevano risultati soddisfacenti. Oggi, con rese più contenute e
una vigna lavorata con criterio, la stessa parcella può dare uve molto più
ricche ed equilibrate. Il Derthona nasce in vigna più che in cantina. Se
produci 150 ettolitri di roba mediocre non sai a chi darla, mentre 50 ettolitri
di qualità “ve li venite a rubare”: è la prova che il mercato non vuole più
quantità scadente, ma cerca qualità.
Il valore dei Colli Tortonesi
Infine, Walter si
sofferma sul valore del territorio in cui è cresciuto: un luogo completo, che
non ha nulla da invidiare ai grandi, incastonato tra Oltrepò, Monferrato e
Gavi, con 5.000 anni di storia come Chianti, Collio, Irpinia e Langhe. Eppure,
per decenni, qui si è sempre venduta uva o vino semilavorato ai negozianti di
Asti e Stradella — “che non li hanno che di seconda mano”, come recita la
letteratura ottocentesca sulla Barbera di Monleale. La Via Emilia passa lì
sotto: Piacenza, Stradella, Broni, Casteggio, Tortona. Da Asti si vedono le
cantine commerciali del Monferrato, vicine ai grandi consumi di Torino e
Milano. «Qui invece si vendeva uva, punto.» Nessuno investiva in una cantina, e
figurarsi nell’enologo: non c’era né la volontà né la cultura per farlo.
Dopo aver valorizzato il territorio con la riscoperta del Timorasso,
l’idea ora è ampliare l’offerta ricettiva, per esempio creando un albergo
diffuso a Monleale. “Io voglio la fila di gente qua prima di morire, non per il
mio funerale”, conclude.
I vini degustati
Nel corso della degustazione i vini degustati sono stati i
top di gamma da Timorasso, Sterpi e Costa del Vento
2023, poi Sentieri 2024, vino di entrata di uve barbera come Monleale
2018 e Monleale Bigolla 2008.
Le cene
Dopo la degustazione ho avuto il piacere di incontrare Walter anche in altre serate. La prima presso il
locale “Ligera”, che si trova presso “La Sala Cacciatori” a Momperone,
in compagnia di Patrizia, del giornalista Guido Stecchi, dello chef Nicola
Batavia e di altri amici di Walter.
Serata piacevolissima, ricca di spunti, ottima compagnia e ottima la cucina di Federico e Lorenzo.
Il biglietto da visita del locale recita: “No Internet, No Facebook,
passaparola vecchia Skuola”. È aperto da giovedì a domenica e il numero per
prenotare è 3408049915.
I vini di Walter degustati in questa occasione sono stati
due Derthona: il 2011 con tappo di sughero e il 2017 con tappo a vite,
interessante per un confronto tra due diverse modalità di imbottigliamento, con
vittoria netta del tappo a vite. Poi un Pertichetta 2015,
Croatina in purezza, e infine il “Così è se vi pare, se non vi pare…
Pazienza”, un Timorasso da vendemmia tardiva uscito solo con l’annata 2013
e con una storia particolare raccontata nel retro dell’etichetta.
Una forte pioggia bloccò il raccolto delle uve di Costa del
Vento: rimanevano pochi filari da vendemmiare. Al ritorno del bel tempo si
decise di vendemmiare l’uva rossa, mentre i giorni continuavano a passare. Solo
per rispetto verso Madre Natura, Walter tolse dai filari della Costa del Vento
quei grappoli portati allo stremo dalla pioggia e li vinificò comunque,
separatamente. Il finale lo riprendo direttamente dall’etichetta: «Che
quell'uva offesa, o forse benedetta dalla pioggia, completasse il suo percorso
indipendente e uscendo, usandola solo da formula, o meglio, alchimia
filosofica, “uva matura, buon senso, tempo”. Poi portata in bottiglia in modo
che in pochi sorsi trasmettesse un passaggio di vigna e cantina imprevisto e
non voluto, poiché il vino è vita, la vita è un brivido che vola via, è tutto
un equilibrio sopra la follia e quando fuori piove deve essere sempre un bel
rumore, così è se vi pare.»
La seconda sera l’abbiamo passata a Salice Terme dove
abbiamo cenato presso il locale Moderno. La specialità sono i panini e
abbiamo bevuto birra.
Infine, la sera prima di partire ci siamo incontrati da “Romanzo
del vino”, a Castellazzo, un’azienda creata nel 2024 da un gruppo di
persone con esperienze diverse, ma unite dalla passione per il territorio dei
Colli Tortonesi, per la terra, la vite e il vino. Qui Walter
continua a offrire, come sempre, la sua esperienza e le sue conoscenze per far
nascere e crescere nuove realtà.
Poi abbiamo fatto un giro tra le vigne con Walter come guida e potete immaginare quanto sia
stato istruttivo e interessante. Si è poi cenato da “Giuseppe” a
Montemarzino. Il ristorante ha una terrazza bellissima che si affaccia sulle
colline, e abbiamo trovato la cucina ottima. In abbinamento uno Sterpi
e un Sentieri 2024. Il tutto accompagnato, come sempre, dall’ottima
compagnia di Walter e Patrizia.
Grazie Walter, da me e da
Patrizia, per le storie condivise, per i
vini che abbiamo avuto il privilegio di degustare e, soprattutto, per quella
compagnia che rende ogni incontro qualcosa di più di una semplice visita: un
momento che resta.
Antonello












