lunedì 12 gennaio 2026

“Cronache di un Verdicchio Riserva dei Castelli di Jesi, fiero e indipendente come un gatto che ti guarda con disprezzo……

...tra i vagiti di bimbi appena nati, l’alcol bullizzato e un Dr. Jekyll & Mr. Wine, metà toscano e metà sangiovese, approdato a Roma nella sede AIS per raccontarcele…”

 Nella sede AIS di Roma è arrivato Dr. Jekyll_Mr. Wine (aka Luca Radicchi), metà toscano, metà sangiovese, innamorato del Verdicchio, per raccontarci la versione Castelli di Jesi Riserva. Con lui, sul palco, Valerio Canestrari della Fattoria Coroncino, in rappresentanza del Comitato Castelli di Jesi Verdicchio Riserva.

Fin da subito è emerso un concetto che ha fatto sorridere e riflettere: se le Marche si trovassero a sud, a nord, a est o a ovest della Borgogna, le bottiglie partirebbero da 180-200 euro. Per fortuna dei portafogli — e per sfortuna della denominazione — si trovano in Italia. Come ha ricordato Luca: “La differenza fondamentale tra la capacità che hanno i francesi di promuovere, di spingere e di far apprezzare, e la — soprattutto in passato — quasi totale incapacità di noi italiani di riuscire a trasmettere e far comprendere le straordinarie qualità dei nostri prodotti”.

È quindi un vino da comprare in cassa: una bottiglia ogni tre anni, l’ultima dopo diciotto. Sulla cassa ci scrivi gli appunti: com’era dopo 3, 6, 9 anni… e così via. Anche un investimento: tra 18 anni quei soldi varranno molto meno. Questo perché il Verdicchio, come è emerso nel corso della masterclass, è un vino da invecchiamento.

L’assaggio è stato dedicato “a bimbetti appena nati”, cioè annate fino alla 2021. Ma il tema dell’invecchiamento è tornato più volte. Luca ha raccontato una verticale arrivata oltre i vent’anni: “Il vino di 5 anni era considerato maturo, il vino di 9 anni era considerato maturo, il vino di 15 anni era considerato maturo e a 20 anni sono partite le bestemmie. Perché quando sbagli quattro volte di fila, la quinta parte con la parolaccia. A 20 anni il vino appariva maturo, ma noi non sappiamo quello di 30 perché non c’era”. Il Verdicchio, insomma, è un vitigno che vive nel tempo e del tempo. “Se Dio un giorno avesse deciso dove si faceva il vino buono, mettendo a caso, ha detto lì, perché qui c’è tutto”, dice Luca.

Durante la degustazione ha insistito sulla compostezza e sull’eleganza del Verdicchio, “che quasi ti guarda dall’alto come un gatto che ti disprezza”. È un vino che non teme nulla. Anche quando arriva a 14,5 gradi, sembra averne 10,5. E allora si è scherzato sull’alcol che chiede: “Qual è il numero antibullismo?”. Telefona e dice: “Io vorrei fare la mia parte, ma non me la fa fare nessuno. Tutti mi danno schiaffi e mi dicono zitto”. Il Verdicchio riesce a gestire l’alcol grazie a struttura, acidità, sapidità e capacità di evolvere nel tempo. È un vino che apre a mille abbinamenti e, sognando, anche all’idea di berlo insieme a Nicole Kidman.

Passando alla parte tecnica, si è iniziato con la descrizione dal territorio.

Le Marche offrono cinque gradienti termici diversi e altrettante zone climatiche in una regione piccola, un mosaico di suoli, esposizioni e altitudini che cambia passo ogni pochi chilometri. Per anni si è parlato semplicemente di riva sinistra e riva destra dell’Esino, una distinzione che ancora oggi può avere un senso, ma che non basta più a raccontare la ricchezza del territorio. Oggi si ragiona su quattro aree principali, ognuna con una propria voce.

Il “Margine Appenninico”, con le sue sabbie litificate, le marne, le argille rosse e una buona presenza di scheletro, è la zona delle altitudini più elevate e delle escursioni termiche più marcate. Qui nascono vini complessi, acidi, sapidi, capaci di invecchiare a lungo e di sviluppare aromi erbacei e una fine eleganza. Scendendo verso i “Colli Alti”, l’argilla diventa più presente, insieme a marna e calcare. I vini che ne derivano sono freschi, sapidi, naturalmente longevi, con quella nota ammandorlata che qui si esprime con particolare nettezza. La “Collina Centrale”, invece, è fatta di suoli argillo‑calcarei e argillo‑limosi, più profondi e più ricchi di argilla man mano che ci si avvicina al fiume. È la zona dei vini più maturi e meno acidi rispetto alle precedenti: strutturati, immediati, piacevoli già da giovani, con un ammandorlato più smorzato. Infine, il “Pedemontano”, vicino al mare e alle altitudini più basse, dove l’argilla quasi scompare lasciando spazio a sabbia e limo. Il clima è più caldo e stabile, e i vini risultano fruttati, floreali, morbidi, accessibili fin da subito, con acidità più contenuta e una rotondità che li rende immediatamente godibili.

Questa suddivisione aiuta a orientarsi, ma non basta. Perché poi arriva l’uomo, con le sue scelte in vigna e in cantina, e lì lo stile cambia ancora. Il Verdicchio è un vitigno che si presta a molte interpretazioni: l’acciaio che esalta la purezza varietale, l’acciaio con le fecce fini che aggiunge rotondità, il legno grande che porta struttura e longevità, le barrique che spingono verso espressioni più internazionali, il cemento che privilegia mineralità e tattilità, le macerazioni sulle bucce che danno vita a orange wine complessi, fino al metodo classico che dimostra quanto il Verdicchio sappia essere fine e fragrante anche in versione spumante.

Dopo la teoria, la conferma nel bicchiere.

Il percorso è iniziato con Venturi e il Qudi Riserva 2022, elegante e misurato, un’apertura gentile. Santa Barbara, con il Tardivo ma non Tardo 2021, ha portato profondità e calore, un riferimento della denominazione. La Staffa, con il Rincrocca 2022, ha portato energia e tensione: un vino vibrante e preciso. Vignamato, con l’Ambrosia 2022, ha offerto ricchezza e morbidezza, frutto maturo e complessità. Sparapani – Frati Bianchi, con la Donna Cloe 2022, ha riportato freschezza e immediatezza, con un tocco floreale luminoso. Umani Ronchi, con il Plenio 2022, ha mostrato eleganza e verticalità, con freschezza minerale e agrumi. Fattoria Coroncino, con il Gaiospino 2022, ha introdotto potenza e intensità. L’annata precedente era la 2019: non viene prodotto tutti gli anni, ma solo quando — come dice il proprietario Valerio — “Devo avere il vino e deve essere buono”. Pievalta, con il San Paolo 2021, ha portato equilibrio e armonia, un biodinamico che unisce struttura e finezza. Casalfarneto, con il Crisio 2021, ha chiuso con complessità, struttura, mineralità e lunga persistenza.

La Masterclass ha dimostrato come il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva sia un vino capace di raccontare tempo e territorio con voce autorevole. Ogni etichetta ha portato una sfumatura diversa, ma tutte hanno confermato la straordinaria versatilità e longevità del vitigno.

Un grazie a Luca Radicchi per la conduzione precisa e appassionata, all’AIS Roma per l’organizzazione e il servizio Sommelier, e all’Istituto Marchigiano di Tutela Vini per aver reso possibile un viaggio così ricco dentro l’anima del Verdicchio.

Grazie a Luca T. e Lola O. per l’aiuto.

By Antonello

Vini in degustazione

  • Venturi – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Qudi Riserva 2022
  • Santa Barbara – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Tardivo ma non Tardo 2021
  • La Staffa – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Rincrocca 2022
  • Vignamato – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Ambrosia 2022
  • Sparapani – Frati Bianchi Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Donna Cloe 2022
  • Umani Ronchi – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Plenio 2022
  • Fattoria Coroncino – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Gaiospino 2022
  • Pievalta – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico San Paolo 2021
  • Casalfarneto – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Crisio 2021








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