mercoledì 16 settembre 2026

In viaggio da Walter Massa: la storia pulsante dei colli tortonesi

Lo scorso agosto sono andato, insieme alla mia amica Patrizia, a trovare Walter Massa. Era una visita che desideravo da tempo: dopo anni di assaggi, masterclass e racconti, finalmente avrei visto da vicino la cantina di Walter, il luogo dove fu riscoperto il Timorasso e dove questo vitigno ha ritrovato la sua voce. E appena siamo arrivati, l’accoglienza è stata calorosissima, spontanea, di quelle che ti fanno sentire subito nel posto giusto.

La visita

La visita è iniziata dalla splendida terrazza che affaccia sulle vigne della Valverta (7 ettari), dove Filippo, 27 anni, nipote di Walter, ci ha accolti. Da sempre – come sottolinea Walter – lui e il gemello Edoardo affiancano lo zio sia in vigna sia in cantina. Filippo ci ha spiegato i terreni che si vedevano davanti a noi, illustrando anche la mappa delle vigne, la loro posizione nel territorio e i vigneti. Ha evidenziato come cambiano i suoli e le esposizioni e come, di conseguenza, i vini risultino diversi l’uno dall’altro.

In attesa dell’arrivo di Walter abbiamo avuto anche il piacere di conoscere Fausto, titolare dell’azienda “La Montemarzina” e di provare le famose pesche di Volpedo fresche. L’azienda durante l’anno propone le “Volpedo sciroppate”, altra visione di Walter che sta facendo più belle ed interessanti le “Terre Derthona”. Nel sito https://www.terrederthona.it/ si trovano tutte le informazioni che riguardano questo progetto così ampio.

E poi è arrivato Walter: ci guarda, sorride e dice con la sua schiettezza: «Cosa ci venite a fare? Potevate andare da un’altra parte, ci sono tante cantine aperte in Italia.» È bastata quella battuta per creare subito un bel clima.

Walter inizia raccontando come tutto è cominciato e dice che quello che fa è un atto dovuto nei confronti della vita. Nasce in una famiglia che definisce “anomala”, perché tutti andavano d’accordo: il papà con lo zio, la mamma con la zia. Nato nel 1955, ricorda che quando a tre o quattro anni ha iniziato a capire il mondo, vedeva due trattori sotto il portico di casa, mentre tutto il paese — quasi cento aziende agricole — lavorava ancora con i buoi. Da bambino capì subito di essere partito con un bel vantaggio rispetto agli altri.

Racconta che poi venne “obbligato” a studiare enologia ad Alba. Finita la scuola propone mirati investimenti in campagna e moderni aggiornamenti per la cantina appena costruita e lo zio Giuseppe li accetta con entusiasmo, trasmettendogli fiducia e sicurezza economica. Con un certo trasporto ricorda le parole dello zio «Non preoccuparti se hai sbagliato, l’importante è che capisci perché e come è successo». Tutto si sviluppa perché la famiglia non accetta di investire per sciroppare le, comunque, redditizie “pesche di Volpedo “.

A fine anni Settanta, ispirato da Alejandro de Tomaso, che in quegli anni rilevava aziende in difficoltà, decide di prendere in carico il ramo secco dell’azienda e occuparsi della cantina e delle vigne dei Vigneti Massa.  Conduce con la sua testa, ossia dettando le strategie di vigna (potatura, trattamenti, diradamento, epoca di stacco uve) e cantina (travasi, temperatura, macerazione, contenitori).

Ricorda anche le battute della madre, convinta che se fa vino buono è perché “metà è Boveri, i Massa hanno sempre premura, con il vino ci vuol pazienza “. Aggiunge poi un aneddoto che dice molto del suo carattere e della vita di famiglia: quando sua mamma era signorina e suo fratello Renato Boveri, nelle vigne confinanti, produceva vini molto piacevoli e quelli prodotti dai Massa li trovava sgarbati, acidi, che non stimolavano la beva. Così diceva: «No, io piuttosto che bere questo vino dico che sono astemia e bevo acqua. Non bevo vino». Così almeno sua suocera era contenta e non l’avrebbe guardata storto. E ricorda anche che prende spunto dal lavoro dello zio Renato, morto due anni fa a 102 anni.

Per dieci anni coltiva e vinifica Barbera, pianta Cortese, fa Croatina. Come dice Walter, “non cavavo un ragno dal buco”: i tempi non erano maturi. Il mondo del vino doveva ancora affrontare la crisi del metanolo del 1986 e la nascita di nuove aziende che avrebbero rivoluzionato territori come Valpolicella, Gavi e Langhe. Ricorda, con commozione, figure chiave come Quinto Chionetti, l’uomo che ha fatto grande il Dolcetto, e la luce che gli ha trasmesso Angelo Gaja.

La svolta arriva nel 1987. A trent’anni, stanco di tutto, decide di provare col Timorasso. Fa 560 bottiglie e le chiama Derthona per mettere al centro il territorio e non il vitigno. Rifiuta la chimica e la tecnologia scolastica: usa solo buon senso. Il problema principale è il prezzo, visto che vende i suoi Barbera e Cortese a 3-4.000 lire a bottiglia. Si confronta con Gavi, La Scolca e con alcuni vini francesi, e decide: 7.500 lire a bottiglia. Il vino comincia a girare: chi lo prova, lo riprende.

Nel 1997 Paolo Poggio e Andrea Mutti provano a vinificare il Timorasso e, dopo un primo tentativo, seguono i consigli di Walter. La visione di Walter è far conoscere questo vitigno e il territorio circostante, e non lesina consigli a chi glieli chiede. Le indicazioni fondamentali sono tre: tenerlo fermo un anno in cantina; farlo tutti con lo stesso stile, senza varianti frizzanti o spumanti; comunicare allo stesso modo, ognuno con la propria etichetta, ma dicendo chiaramente che è Timorasso.

Con il passare del tempo, racconta, la cantina si ingrandisce, l’azienda cresce fino a 35 ettari e nascono altre due etichette di Derthona dopo “Costa del Vento: Sterpi e Montecitorio. Le tre etichette diventano, nelle sue parole, “Sophia Loren, Claudia Cardinale e Silvana Mangano”.

Il Piccolo Derthona

Dopo le prime etichette di Derthona, nasce il Piccolo Derthona. La scintilla si accende durante una manifestazione in Norvegia, dove scopre che il suo Derthona costa come lo Chablis e vede le bottiglie del Petit Chablis. Bingo: nasce il Piccolo Derthona, che non serve tanto a fare volume, quanto a lavorare meglio. È un vino più accessibile, utile per gestire annate difficili. Se un’annata non è all’altezza, non fa il Derthona: fa solo Piccolo Derthona. Il prezzo così riflette la qualità, senza scendere per convenienza. «Così d’altronde fanno i grandi, ai quali si ispira: Barolo, Barbaresco, Montalcino, Chablis e Bordeaux hanno costruito la loro forza anche attraverso etichette che completano e sostengono il vertice della denominazione.» Insomma, il concetto di “Vino cadet” come lo chiamano a Bordeaux, e ultimamente fortemente applicato a Bolgheri e altrove.

Il cambiamento climatico e la gestione della vigna

Si parla poi di cambiamento climatico e di gestione della vigna. Walter insiste su come questi due fattori abbiano cambiato radicalmente il modo di fare vino. Un tempo, dice, “si giocava a testa o croce”: maturazioni incostanti, rese altissime, vini che non sempre raggiungevano risultati soddisfacenti. Oggi, con rese più contenute e una vigna lavorata con criterio, la stessa parcella può dare uve molto più ricche ed equilibrate. Il Derthona nasce in vigna più che in cantina. Se produci 150 ettolitri di roba mediocre non sai a chi darla, mentre 50 ettolitri di qualità “ve li venite a rubare”: è la prova che il mercato non vuole più quantità scadente, ma cerca qualità.

Il valore dei Colli Tortonesi

Infine, Walter si sofferma sul valore del territorio in cui è cresciuto: un luogo completo, che non ha nulla da invidiare ai grandi, incastonato tra Oltrepò, Monferrato e Gavi, con 5.000 anni di storia come Chianti, Collio, Irpinia e Langhe. Eppure, per decenni, qui si è sempre venduta uva o vino semilavorato ai negozianti di Asti e Stradella — “che non li hanno che di seconda mano”, come recita la letteratura ottocentesca sulla Barbera di Monleale. La Via Emilia passa lì sotto: Piacenza, Stradella, Broni, Casteggio, Tortona. Da Asti si vedono le cantine commerciali del Monferrato, vicine ai grandi consumi di Torino e Milano. «Qui invece si vendeva uva, punto.» Nessuno investiva in una cantina, e figurarsi nell’enologo: non c’era né la volontà né la cultura per farlo.

Dopo aver valorizzato il territorio con la riscoperta del Timorasso, l’idea ora è ampliare l’offerta ricettiva, per esempio creando un albergo diffuso a Monleale. “Io voglio la fila di gente qua prima di morire, non per il mio funerale”, conclude.

I vini degustati

Nel corso della degustazione i vini degustati sono stati i top di gamma da Timorasso, Sterpi e Costa del Vento 2023, poi Sentieri 2024, vino di entrata di uve barbera come Monleale 2018 e Monleale Bigolla 2008.

Le cene

Dopo la degustazione ho avuto il piacere di incontrare Walter anche in altre serate. La prima presso il locale “Ligera”, che si trova presso “La Sala Cacciatori” a Momperone, in compagnia di Patrizia, del giornalista Guido Stecchi, dello chef Nicola Batavia e di altri amici di Walter. Serata piacevolissima, ricca di spunti, ottima compagnia e ottima la cucina di Federico e Lorenzo. Il biglietto da visita del locale recita: “No Internet, No Facebook, passaparola vecchia Skuola”. È aperto da giovedì a domenica e il numero per prenotare è 3408049915.

I vini di Walter degustati in questa occasione sono stati due Derthona: il 2011 con tappo di sughero e il 2017 con tappo a vite, interessante per un confronto tra due diverse modalità di imbottigliamento, con vittoria netta del tappo a vite. Poi un Pertichetta 2015, Croatina in purezza, e infine il “Così è se vi pare, se non vi pare… Pazienza”, un Timorasso da vendemmia tardiva uscito solo con l’annata 2013 e con una storia particolare raccontata nel retro dell’etichetta.

Una forte pioggia bloccò il raccolto delle uve di Costa del Vento: rimanevano pochi filari da vendemmiare. Al ritorno del bel tempo si decise di vendemmiare l’uva rossa, mentre i giorni continuavano a passare. Solo per rispetto verso Madre Natura, Walter tolse dai filari della Costa del Vento quei grappoli portati allo stremo dalla pioggia e li vinificò comunque, separatamente. Il finale lo riprendo direttamente dall’etichetta: «Che quell'uva offesa, o forse benedetta dalla pioggia, completasse il suo percorso indipendente e uscendo, usandola solo da formula, o meglio, alchimia filosofica, “uva matura, buon senso, tempo”. Poi portata in bottiglia in modo che in pochi sorsi trasmettesse un passaggio di vigna e cantina imprevisto e non voluto, poiché il vino è vita, la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia e quando fuori piove deve essere sempre un bel rumore, così è se vi pare.»

La seconda sera l’abbiamo passata a Salice Terme dove abbiamo cenato presso il locale Moderno. La specialità sono i panini e abbiamo bevuto birra.

Infine, la sera prima di partire ci siamo incontrati da “Romanzo del vino”, a Castellazzo, un’azienda creata nel 2024 da un gruppo di persone con esperienze diverse, ma unite dalla passione per il territorio dei Colli Tortonesi, per la terra, la vite e il vino. Qui Walter continua a offrire, come sempre, la sua esperienza e le sue conoscenze per far nascere e crescere nuove realtà.

Poi abbiamo fatto un giro tra le vigne con Walter come guida e potete immaginare quanto sia stato istruttivo e interessante. Si è poi cenato da “Giuseppe” a Montemarzino. Il ristorante ha una terrazza bellissima che si affaccia sulle colline, e abbiamo trovato la cucina ottima. In abbinamento uno Sterpi e un Sentieri 2024. Il tutto accompagnato, come sempre, dall’ottima compagnia di Walter e Patrizia.

Grazie Walter, da me e da Patrizia, per le storie condivise, per i vini che abbiamo avuto il privilegio di degustare e, soprattutto, per quella compagnia che rende ogni incontro qualcosa di più di una semplice visita: un momento che resta.

Antonello













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