Avevo incontrato Elisa,
la "Queen of Timorasso", a Roma lo scorso luglio. Da allora mi ero
ripromesso di raggiungerla a Vho, presso la cantina La Colombera, una delle realtà che più hanno
contribuito alla valorizzazione e all'affermazione del Timorasso. Quando se n'è
presentata l'occasione, non me la sono lasciata sfuggire.
Enologa e allieva di Attilio Scienza, Elisa Semino è
tra i protagonisti della rinascita del Timorasso. Insieme al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo
ha creduto nelle potenzialità di un vitigno allora quasi abbandonato, complesso
da coltivare ma capace di regalare vini di grande carattere. Un percorso che ha
accompagnato la crescita de La Colombera e il ritorno
del Timorasso sulle tavole e nelle cantine degli appassionati.
La Cantina
A La Colombera tutto ruota
attorno alla famiglia. Se Elisa è il volto
più conosciuto dell'azienda, la gestione dei campi e del lavoro in vigneto è
affidata al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo.
Passeggiando tra i filari emerge subito il forte legame
della famiglia con la terra. La storia della cascina inizia nel 1937, quando i
bisnonni Pietro e Maria
presero in affitto La Colombera. Per molti
anni la famiglia ha vissuto grazie a un'economia agricola autosufficiente, fino
alla svolta degli anni Ottanta, quando Piercarlo
decise di smettere di conferire le uve e iniziare a vinificare e imbottigliare
il proprio vino.
Oggi l'azienda lavora seguendo un approccio organico non
certificato: niente diserbanti e gran parte del lavoro svolto a mano tra i
filari. Anche in cantina la filosofia è quella di intervenire il meno
possibile, limitandosi all'aggiunta di solforosa prima dell'imbottigliamento.
Durante la visita emerge anche il lavoro svolto negli anni
per studiare le singole parcelle e comprenderne sempre meglio le
caratteristiche.
L'azienda dedica particolare attenzione anche
all'accoglienza. Con l'ampliamento completato nel 2022 è stata realizzata una
nuova sala degustazione, dove si svolgono visite e degustazioni dedicate ai
vini dell'azienda e al territorio dei Colli Tortonesi.
La Degustazione
Elisa era impegnata nella
vendemmia, ma siamo comunque riusciti a scambiarci un rapido saluto. A guidarmi
nella visita è stato Giovanni, che mi ha
accompagnato tra vigneti e cantina raccontandomi la filosofia della famiglia Semino e le etichette che danno forma all'identità
de La Colombera.
Il Timorasso è naturalmente il protagonista. L'azienda ne
produce tre interpretazioni: Derthona, Montino e Santa Croce.
Accanto a questi trovano spazio anche altri vitigni storici del territorio,
come Barbera, Croatina e Cortese.
La degustazione è iniziata con il Derthona
2024, il primo Timorasso prodotto da La Colombera e quello che Elisa considera l'espressione più classica del
vitigno. Il nome richiama l'antica Derthona, l'odierna Tortona, e sottolinea il
legame profondo con il territorio.
Nel bicchiere confluiscono uve provenienti da diversi
vigneti situati tra Vho, Cascina Macchetta e Sarezzano. È un assemblaggio che
nasce anche da un importante lavoro di studio ampelografico: nel corso degli
anni La Colombera ha individuato nelle vigne
storiche le piante madri di Timorasso, identificando i siti più adatti alla
coltivazione di diverse selezioni di barbatelle.
Le uve utilizzate per il Derthona provengono da cinque vigne
differenti, accomunate da suoli argillosi ricchi di componente minerale,
elementi che contribuiscono alla struttura e all'identità dei Timorasso
dell'azienda.
Se il Derthona rappresenta l'espressione più
immediata del vitigno, già passando al Montino 2024 si percepisce
un cambio di passo. Le uve provengono da un unico vigneto a 250 slm su terreni
argillosi chiari e scuri e il vino viene vinificato e affinato esclusivamente
in acciaio. Pur essendo ancora molto giovane, lascia già intuire quella
capacità evolutiva che negli anni ha reso questa etichetta una delle più
apprezzate della cantina.
La storia del Montino nasce nel 1997, quando Piercarlo ed Elisa
decisero di impiantare un vigneto di fronte all'antica cascina di famiglia. Qui
il suolo alterna arenarie e marne a tessiture franche argillose, con presenze
calcaree e tufacee che contribuiscono a definire il carattere del vino. Da
questo appezzamento sarebbe nato il cru Montino, prodotto per la
prima volta con la vendemmia 2006 e diventato nel tempo il vino più premiato
dell'azienda, costantemente presente nelle principali guide italiane. L'annata
2021 ha ottenuto anche 93 punti dalla guida AIS Vitae.
Nel bicchiere, il Montino mostra un volto
diverso a seconda del tempo trascorso in bottiglia. Nei primi anni emergono
soprattutto note di pesca, fiori di acacia, biancospino, camomilla e miele. Con
l'evoluzione, invece, affiorano progressivamente le note minerali e di
idrocarburo, accompagnate da sfumature balsamiche sempre più intense.
È proprio questa complessità che Elisa
ricerca vendemmia dopo vendemmia, cercando di interpretare le peculiarità di
ogni raccolta senza perdere il legame con il territorio. Un lavoro che viene
verificato e riletto periodicamente attraverso le verticali organizzate in
cantina, momento fondamentale per verificare come
ogni vendemmia si esprima nel corso degli anni.
Mi tengo il Montino nel bicchiere per
confrontarlo con il Santa Croce, l'ultimo arrivato tra i cru
aziendali. La sua storia comincia nel 2016, quando Elisa
individua nella collina di Santa Croce, a Sarezzano, un'area
particolarmente vocata al Timorasso. Il vigneto sorge su terreni bianchi,
ricchi di carbonati e calcare, intrecciati con le argille del Tortoniano. Da
qui nasce il secondo cru della cantina, prodotto per la prima volta con la
vendemmia 2022 e presentato a Vinitaly 2024.
Rispetto al Montino, il Santa Croce
segue una strada diversa anche in cantina. L'affinamento dura dodici mesi ed è
suddiviso tra acciaio e tonneau, per poi essere riassemblato prima
dell'imbottigliamento. L'annata 2023 ha ottenuto 92 punti nella guida AIS
Vitae, mentre il campione in degustazione è il 2024.
Giovanni racconta che il Santa
Croce è un vino che in azienda stanno ancora imparando a conoscere fino
in fondo. Già oggi mostra eleganza, freschezza e verticalità, ma l'idea è che
possa esprimere il meglio di sé con qualche anno di bottiglia. «Così va già
bene», osserva, «ma evolvendosi cambia».
Il tema della longevità ritorna spesso durante la
degustazione. Giovanni ricorda che il
Timorasso è un vino molto longevo, capace di evolvere fino a dieci anni. È dopo
il quarto o quinto anno, racconta, che "viene fuori" davvero,
sviluppando progressivamente quella mineralità e quel caratteristico sentore di
idrocarburo che gli appassionati ricercano con particolare interesse.
È però anche un vitigno delicatissimo da lavorare in vigna:
quando si pota, quando si tirano giù le barbatelle, quando si lega il
capofrutto, “appena lo tocchi si spacca”. A fine turno “le braccia…”, dice, per
far capire la fatica.
Oggi il Timorasso viene esportato in molti Paesi e continua
ad attrarre interesse nel Tortonese. «Vengono anche dalle Langhe a cercare
terra da queste parti», osserva Giovanni, a
testimonianza di quanto sia cambiata la percezione di questo territorio negli
ultimi anni.
Terminata la parentesi dedicata al Timorasso, passiamo ai
rossi. Giovanni propone un confronto tra due
Barbera della stessa annata, Monleale ed Elisa,
entrambi 2022, due vini che raccontano anime diverse della cantina.
Il Monleale nasce da uve provenienti dalle
vigne più vecchie di Cascina Macchetta, alcune delle quali risalgono agli anni
Cinquanta. Le rese contenute e un affinamento di dodici mesi in botte grande da
25 ettolitri contribuiscono a definirne il carattere. Il nome richiama
l'omonima sottozona storicamente vocata e il profilo del vino è già ben
riconoscibile: marasca, cioccolato, erbe aromatiche e note balsamiche si
combinano in una beva ancora fresca e fragrante, destinata ad acquistare
maggiore cremosità e profondità con il passare degli anni.
Nel calice accanto c'è invece Elisa. Le uve
provengono da “Vegia Rampana”, il vigneto più vecchio dell'azienda, impiantato
oltre sessant'anni fa dal nonno di Elisa su
terreni argillosi. "Vegia Rampana" significa "vecchia
strega", un nome che ben si presta al carattere di questo vino intenso e
longevo, capace di esprimere il meglio di sé dopo molti anni di bottiglia.
L'affinamento avviene in parte in barrique e in parte in acciaio. Alcune
barrique sono nuove, altre hanno due o tre anni. La scelta di utilizzare botti
di età diversa nasce dalla volontà di trovare un equilibrio che permetta al
legno di accompagnare il vino senza sovrastarlo.
La conversazione si allarga poi alla storia della famiglia.
Scopro così che la vecchia Colombera era il caseggiato originale, il punto più
alto della proprietà, popolato da numerosi colombi. È proprio da quell'edificio
che deriva il nome dell'azienda, un legame con le proprie radici che la
famiglia Semino continua a custodire ancora
oggi.
L'ultimo assaggio è Archè 2019, una Croatina
che affina inizialmente in acciaio per poi passare in barrique, una scelta che
contribuisce a definirne il carattere e la complessità.
Come spesso accade durante una degustazione, il discorso
finisce presto a tavola. Si parla di salumi e di cucina tradizionale, e Giovanni non ha dubbi sugli abbinamenti: la
Croatina dà il meglio con una grigliata, una fiorentina, una tagliata o con una
ricca polenta con il cinghiale, piatti capaci di reggere la personalità e la
struttura del vino.
Un sincero ringraziamento a Elisa
e Giovanni per l'ospitalità, la
disponibilità e la passione con cui mi hanno accompagnato alla scoperta de La Colombera. È stata una degustazione fatta non solo di
vini, ma anche di storie, territorio e persone, gli ingredienti che rendono
davvero speciale una visita in cantina.
Antonello





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