venerdì 18 settembre 2026

Tra Barolo e racconti: la mia visita alla famiglia Vajra

La mia conoscenza dei vini Vajra era nata a Roma, durante una degustazione, e ho voluto approfondirla direttamente nel loro territorio. Adriana mi ha accolto con gentilezza e competenza, guidandomi tra vini, territorio e storie della cantina. Ho avuto anche modo di conoscere Francesca Vajra, che ha portato nel racconto la voce della famiglia.

La degustazione è iniziata con un vino che, per la famiglia Vajra, è quasi un simbolo: la Barbera, annata 2025, con l’etichetta che, simbolicamente, raffigura i due fondatori, Aldo e Milena, insieme ai tre figli – Giuseppe, Francesca e Isidoro. Adriana racconta che la Barbera è legata alla loro storia d’amore. Negli anni ’80, i due andarono a Parigi a degustare i grandi vini della Borgogna. Durante quel viaggio Aldo chiese a Milena quale fosse il suo vino preferito. Lei rispose, con semplicità: «La Barbera.» Adriana racconta che Aldo rimase quasi scioccato: all’epoca la Barbera era considerata un vino “da taglio”, non certo un vino prestigioso. Ma quella risposta, racconta, era il modo di Milena per sostenere Aldo e il suo progetto. La Barbera non aveva ancora il valore che ha oggi, ma quella scelta fu un gesto di fiducia.

Per questo, dice Adriana, la Barbera Vajra è diventata un simbolo della famiglia: un vino conviviale ma con struttura, che fa solo acciaio e che rappresenta l’inizio di una storia che oggi comprende circa venti varietà. La famiglia Vajra è sempre stata anche una sorta di custode della biodiversità.

Adriana spiega che le piace iniziare la degustazione proprio con la Barbera: è un vino fresco, con una bella acidità, tanta frutta – soprattutto ciliegia – e si abbina facilmente a tutto. È un vino che “funziona sempre”, anche quando non si sa bene cosa scegliere.

Parlando della produzione, racconta che Vajra oggi realizza circa 600.000 bottiglie totali, distribuite sulle venti varietà. I Barolo provengono da vigne più vecchie, con almeno quarant’anni di età, e quindi hanno rese più basse.

Si passa quindi al Coste di Rose, annata 2022, che per la famiglia Vajra rappresenta un traguardo importante: segna i 50 anni della cantina (1972–2022). Coste di Rose è considerato “il bambino della famiglia”: nel 2016 decisero di investire in questo ettaro e mezzo di vigna che guarda Barolo. La parte più alta del vigneto ha una composizione sorprendente: 92% di arenaria, più di quanto si trovi persino nei Cannubi.

Nelle annate più fresche Coste di Rose può ricordare quasi un Pinot Nero, mentre in quelle più soleggiate emerge una maggiore ricchezza. Nel 2022 è stata necessaria una selezione molto attenta delle uve, perché l’annata era calda e qualche grappolo rischiava di bruciarsi.

Adriana ricorda un detto piemontese: «Se hai la luna piena il giorno di Natale, e hai quattro mucche, devi macellarne una, perché l’anno dopo sarà dura.» Ricorda che nel 2021 c’è stata la luna piena a Natale, e nel 2022 l’annata è stata effettivamente complessa: una coincidenza, forse, ma le tradizioni antiche a volte hanno un fondo di verità.

Il Coste di Rose è un Barolo più “dritto”, non opulento, con sentori floreali e aromi che richiamano il Mediterraneo: scorza d’arancia, erbe, sabbia ricca di magnesio. In bocca ha una frazione tattile particolare, data proprio dalla sabbia. Fa 22 mesi in legno e una lunga macerazione di 47 giorni. L’annata 2021 è stata valutata 93 punti dalla guida AIS Vitae.

La degustazione continua con il Ravera 2022. È una vigna che fa da “cerniera” tra la parte ovest e la parte est del territorio del Barolo. La cantina Vajra appartiene alla zona di Bussia, che guarda già verso est. Ravera è una zona che unisce suoli serravalliani e tortoniani. La vigna Vajra ricade nel comune di Novello, anche se una parte di Ravera si estende fino a Barolo. Francesca, seconda generazione della famiglia, l’ha acquistata nel 2010.

Adriana racconta che Aldo iniziò nel 1969 e che, dopo quarant’anni di lavoro, Ravera fu il primo vigneto a dare una “presa di luce”, cioè un riconoscimento importante, oltre a Bricco, che è l’unica eredità storica della famiglia, risalente all’Ottocento.

Ravera ha una vinificazione simile a Coste di Rose, con due giorni in più di macerazione. È un Barolo che rappresenta bene la parte ovest, ma che si mescola con l’est: una vigna di confine, ricca di complessità. Per l’annata 2021 la guida AIS Vitae ha assegnato 91,5 punti.

Adriana riprende il discorso passando al Barolo Bricco delle Viole 2022 e alle differenze con il Barolo Ravera, spiegando innanzitutto la diversa altitudine: «Saliamo di cento metri: Bricco delle Viole è a quasi cinquecento metri.»

Anche le esposizioni cambiano: Bricco delle Viole guarda a sud-est o sud-ovest, mentre Ravera è più orientato a sud/sud-est. Ravera beneficia di un “primo sole” e di una ventilazione costante, dovuta proprio all’altitudine. La ventilazione, sottolinea Adriana, incide molto sul profilo del vino.

Ci racconta anche che il paese dove ci troviamo, Vergne, significa “svernare”: un luogo dove si passa l’inverno, e questo dettaglio restituisce bene la natura ventilata e fresca della zona.

Sul piano aromatico i due vini mostrano differenze nette: Bricco delle Viole al naso può sembrare più timido rispetto a Ravera, ma presenta note di tabacco e una frutta più scura. Ravera conserva una famiglia aromatica diversa, più fresca e più verticale. La guida AIS Vitae ha premiato l’annata 2021 con 95 punti.

Adriana introduce poi un’altra varietà della zona: la Freisa. Chiede se l’abbiamo assaggiata e racconta che esiste anche la Freisa secca, senza residuo zuccherino, spesso frizzantina o rosé, molto amata dai torinesi.

Spiega che nel 2007, grazie alle analisi della professoressa Schneider, ampelografa dell’Università, si scoprì che la Freisa è figlia del Nebbiolo: il 50% del DNA è in comune.

La descrive come un vino che ricorda un mix tra Syrah e Bordeaux: tannino ricco, largo, ma che “pulisce”, quasi “sgrassante”. Aromi di fragola (dal francese fraise), note erbacee, eucalipto, una parte fumé. Fa sei mesi di legno in botti di dieci anni, quindi contenitori neutri.

Spiega anche il nome del vino: “Kyè”, che deriva dal dialetto citano, “io”. In italiano può essere letto come “chi è / chi sono”.

In chiusura, il Moscato d’Asti. Alla G.D. Vajra questo vino nasce con un’idea precisa: custodire la purezza del frutto e la sua naturale vivacità. Le uve provengono da vigneti storici tra Mango e Santo Stefano Belbo, piantati dal 1965 su pendii ventilati e suoli calcarei, coltivati in biologico fin dagli anni ’70.

La vendemmia 2025 è iniziata il 29 agosto e si è chiusa a fine settembre, con pressatura delicata e fermentazioni in piccoli lotti per preservare gli aromi più freschi.

Nel calice il Moscato d’Asti 2025 è radioso: pera, albicocca, fiori d’arancio, sambuco e un lieve accenno di miele d’acacia. Il sorso è cremoso, vivace e leggero, con una dolcezza fine sostenuta da una bollicina delicata. Il finale è pulito e fragrante, con echi floreali e sfumature mielate.

Un grazie davvero sentito ad Adriana, Francesca e alla famiglia Vajra: per gli ottimi vini, per l’ospitalità generosa e per le storie condivise con passione. Visitare la cantina è stato un piacere autentico, un incontro che ha dato profondità ai vini e al territorio, lasciando la sensazione di essere stati accolti in una casa più che in un’azienda.

Antonello











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