La mia conoscenza dei vini Vajra era nata a Roma, durante una degustazione, e ho voluto approfondirla direttamente nel loro territorio. Adriana mi ha accolto con gentilezza e competenza, guidandomi tra vini, territorio e storie della cantina. Ho avuto anche modo di conoscere Francesca Vajra, che ha portato nel racconto la voce della famiglia.
La degustazione è iniziata con un vino che, per la famiglia
Vajra, è quasi un simbolo: la Barbera, annata 2025, con
l’etichetta che, simbolicamente, raffigura i due fondatori, Aldo e Milena,
insieme ai tre figli – Giuseppe, Francesca e Isidoro.
Adriana racconta che la Barbera è legata
alla loro storia d’amore. Negli anni ’80, i due andarono a Parigi a degustare i
grandi vini della Borgogna. Durante quel viaggio Aldo
chiese a Milena quale fosse il suo vino
preferito. Lei rispose, con semplicità: «La Barbera.» Adriana racconta che Aldo
rimase quasi scioccato: all’epoca la Barbera era considerata un vino “da
taglio”, non certo un vino prestigioso. Ma quella risposta, racconta, era il
modo di Milena per sostenere Aldo e il suo progetto. La Barbera non aveva
ancora il valore che ha oggi, ma quella scelta fu un gesto di fiducia.
Per questo, dice Adriana,
la Barbera Vajra è diventata un simbolo della famiglia: un vino
conviviale ma con struttura, che fa solo acciaio e che rappresenta l’inizio di
una storia che oggi comprende circa venti varietà. La famiglia Vajra è
sempre stata anche una sorta di custode della biodiversità.
Adriana spiega che le
piace iniziare la degustazione proprio con la Barbera: è un vino fresco, con
una bella acidità, tanta frutta – soprattutto ciliegia – e si abbina facilmente
a tutto. È un vino che “funziona sempre”, anche quando non si sa bene cosa
scegliere.
Parlando della produzione, racconta che Vajra oggi
realizza circa 600.000 bottiglie totali, distribuite sulle venti varietà. I
Barolo provengono da vigne più vecchie, con almeno quarant’anni di età, e
quindi hanno rese più basse.
Si passa quindi al Coste di Rose, annata 2022,
che per la famiglia Vajra rappresenta un traguardo importante: segna i
50 anni della cantina (1972–2022). Coste di Rose è considerato
“il bambino della famiglia”: nel 2016 decisero di investire in questo ettaro e
mezzo di vigna che guarda Barolo. La parte più alta del vigneto ha una
composizione sorprendente: 92% di arenaria, più di quanto si trovi persino nei
Cannubi.
Nelle annate più fresche Coste di Rose può
ricordare quasi un Pinot Nero, mentre in quelle più soleggiate emerge una
maggiore ricchezza. Nel 2022 è stata necessaria una selezione molto attenta
delle uve, perché l’annata era calda e qualche grappolo rischiava di bruciarsi.
Adriana ricorda un detto
piemontese: «Se hai la luna piena il giorno di Natale, e hai quattro mucche,
devi macellarne una, perché l’anno dopo sarà dura.» Ricorda che nel 2021 c’è
stata la luna piena a Natale, e nel 2022 l’annata è stata effettivamente
complessa: una coincidenza, forse, ma le tradizioni antiche a volte hanno un
fondo di verità.
Il Coste di Rose è un Barolo più “dritto”, non
opulento, con sentori floreali e aromi che richiamano il Mediterraneo: scorza
d’arancia, erbe, sabbia ricca di magnesio. In bocca ha una frazione tattile
particolare, data proprio dalla sabbia. Fa 22 mesi in legno e una lunga
macerazione di 47 giorni. L’annata 2021 è stata valutata 93 punti dalla guida AIS
Vitae.
La degustazione continua con il Ravera 2022. È una
vigna che fa da “cerniera” tra la parte ovest e la parte est del territorio del
Barolo. La cantina Vajra appartiene alla zona di Bussia, che guarda già
verso est. Ravera è una zona che unisce suoli serravalliani e
tortoniani. La vigna Vajra ricade nel comune di Novello, anche se una
parte di Ravera si estende fino a Barolo. Francesca,
seconda generazione della famiglia, l’ha acquistata nel 2010.
Adriana racconta che Aldo iniziò nel 1969 e che, dopo quarant’anni di
lavoro, Ravera fu il primo vigneto a dare una “presa di luce”,
cioè un riconoscimento importante, oltre a Bricco, che è l’unica
eredità storica della famiglia, risalente all’Ottocento.
Ravera ha una vinificazione simile a
Coste di Rose, con due giorni in più di macerazione. È un Barolo che
rappresenta bene la parte ovest, ma che si mescola con l’est: una vigna di
confine, ricca di complessità. Per l’annata 2021 la guida AIS Vitae ha
assegnato 91,5 punti.
Adriana riprende il
discorso passando al Barolo Bricco delle Viole 2022 e alle
differenze con il Barolo Ravera, spiegando innanzitutto la diversa altitudine:
«Saliamo di cento metri: Bricco delle Viole è a quasi cinquecento metri.»
Anche le esposizioni cambiano: Bricco delle Viole guarda a
sud-est o sud-ovest, mentre Ravera è più orientato a sud/sud-est. Ravera
beneficia di un “primo sole” e di una ventilazione costante, dovuta proprio
all’altitudine. La ventilazione, sottolinea Adriana, incide molto sul profilo
del vino.
Ci racconta anche che il paese dove ci troviamo, Vergne,
significa “svernare”: un luogo dove si passa l’inverno, e questo dettaglio
restituisce bene la natura ventilata e fresca della zona.
Sul piano aromatico i due vini mostrano differenze nette:
Bricco delle Viole al naso può sembrare più timido rispetto a Ravera, ma
presenta note di tabacco e una frutta più scura. Ravera conserva una famiglia
aromatica diversa, più fresca e più verticale. La guida AIS Vitae ha
premiato l’annata 2021 con 95 punti.
Adriana introduce poi
un’altra varietà della zona: la Freisa. Chiede se l’abbiamo assaggiata e
racconta che esiste anche la Freisa secca, senza residuo zuccherino, spesso
frizzantina o rosé, molto amata dai torinesi.
Spiega che nel 2007, grazie alle analisi della professoressa
Schneider, ampelografa dell’Università, si scoprì che la Freisa è figlia del
Nebbiolo: il 50% del DNA è in comune.
La descrive come un vino che ricorda un mix tra Syrah e
Bordeaux: tannino ricco, largo, ma che “pulisce”, quasi “sgrassante”. Aromi di
fragola (dal francese fraise), note erbacee, eucalipto, una parte fumé.
Fa sei mesi di legno in botti di dieci anni, quindi contenitori neutri.
Spiega anche il nome del vino: “Kyè”, che deriva dal
dialetto citano, “io”. In italiano può essere letto come “chi è / chi
sono”.
In chiusura, il Moscato d’Asti. Alla G.D. Vajra
questo vino nasce con un’idea precisa: custodire la purezza del frutto e la sua
naturale vivacità. Le uve provengono da vigneti storici tra Mango e Santo
Stefano Belbo, piantati dal 1965 su pendii ventilati e suoli calcarei,
coltivati in biologico fin dagli anni ’70.
La vendemmia 2025 è iniziata il 29 agosto e si è chiusa a
fine settembre, con pressatura delicata e fermentazioni in piccoli lotti per
preservare gli aromi più freschi.
Nel calice il Moscato d’Asti 2025 è radioso: pera,
albicocca, fiori d’arancio, sambuco e un lieve accenno di miele d’acacia. Il
sorso è cremoso, vivace e leggero, con una dolcezza fine sostenuta da una
bollicina delicata. Il finale è pulito e fragrante, con echi floreali e
sfumature mielate.
Un grazie davvero sentito ad Adriana,
Francesca e alla famiglia Vajra: per
gli ottimi vini, per l’ospitalità generosa e per le storie condivise con
passione. Visitare la cantina è stato un piacere autentico, un incontro che ha
dato profondità ai vini e al territorio, lasciando la sensazione di essere
stati accolti in una casa più che in un’azienda.
Antonello










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