Lo scorso luglio ho avuto il piacere di visitare la cantina Abrigo Fratelli a Diano d’Alba insieme all’amica Roberta Marchese Ragona. Fabrizio Rosso, l’enologo della cantina, ci ha accompagnati durante la visita insieme allo splendido cane Duset (Dolcetto in piemontese).
Illustrazione del territorio e storia
La visita è iniziata all’esterno, dove Fabrizio ci ha illustrato le caratteristiche del
territorio di Diano d’Alba e il contesto storico che ha influenzato la nascita
e l’evoluzione delle zone del Barolo.
Siamo a Diano d’Alba, l’unico paese della zona dove si
trovano i tre terroir del Barolo: Tortoniano, Serravalliano e Marne. Questa zona
rappresenta la prosecuzione naturale del grande ferro di cavallo del Barolo,
con le due valli che scendono tra Serralunga e Monforte. Dalla cantina abbiamo
visto, dietro Serralunga, le Ginestre di Monforte e una valletta che corrisponde
a quella di Barolo.
Dopo averci illustrato il territorio che avevamo davanti, Fabrizio ha raccontato perché questa area è fuori
dalla zona del Barolo. È una storia che quasi nessuno racconta, e siamo
contenti di proporvela. Vale la pena ricordare che negli anni ’70, quando si
definivano le prime DOC, la zona non era come oggi: c’erano la metà delle vigne
e un mercato completamente diverso.
Quando fu chiesto ai contadini della zona se volessero
entrare nell’area del Nebbiolo, sembra che abbiano risposto: “Noi abbiamo il
Dolcetto. Siete voi che avete il problema del Nebbiolo.” Era il campanilismo
piemontese. Ai tempi il mercato era per il 90% Dolcetto. Ci sono aneddoti di
vecchi produttori che raccontano come, fino agli anni ’80, “obbligassero” i
clienti a comprare il Barolo per poter acquistare il Dolcetto.
Un altro aneddoto molto simpatico che fa capire il clima
dell’epoca è quello della visita a Roma, durante la grande nevicata del 1985,
di alcuni produttori di Dolcetto. Vennero in treno nella Capitale per
incontrare dei clienti e arrivati a Termini, sotto la neve, il taxi non riusciva
ad uscire dal parcheggio. Un produttore, nervoso com’era, armeggiò con le gomme
del taxi e le sgonfiò. Il tassista si arrabbiò, ma il produttore gli disse:
“Abbi pazienza, noi veniamo dal Piemonte, siamo abituati alla neve. Facciamo
così: se riesco a tirare fuori il taxi, rimani con noi tre giorni. Se non
riesco, hai vinto tu.” Morale: riuscì a tirarlo fuori, e viaggiarono insieme
per tre giorni. Il produttore guidava, l’altro gli diceva dove andare.
Il secondo giorno andarono all’Enoteca Ercoli, ai Parioli.
L’anno prima avevano venduto dieci cartoni di Dolcetto. Per Pasqua il cliente ordinò
cinquanta cartoni, altri cinquanta per settembre, poi “vediamo Natale”. I
produttori avevano la pelle d’oca: fecero la colletta e ordinarono una
bottiglia di champagne, che poi non pagarono perché fu loro offerta
dall’Enoteca. Quando stavano per andare via, il cliente li fermò, chiamò il
ragazzo di bottega, lo mandò in cantina e tornò con un cartone di Barolo.
Mancavano due bottiglie e disse: “Il Dolcetto l’ho fatto assaggiare e l’ho
bruciato. Questo non so a chi darlo, tenetevelo.” Perché la quotidianità, la
contemporaneità, la piacevolezza all’epoca erano il Dolcetto.
Questo è stato il clima in quegli anni.
Poi il mondo è cambiato: da una parte è arrivato lo scandalo
del metanolo, e chi produceva vini quotidiani ha passato momenti terribili.
Dall’altra, l’arrivo dei Barolo Boys ha spinto il Barolo alla conquista dei
mercati.
La visita in cantina
La seconda parte della visita si è svolta all’interno della
cantina, dove Fabrizio ci ha illustrato le
fasi di lavorazione, la storia della cascina e alcune particolarità della
produzione Abrigo Fratelli.
Entrati in cantina abbiamo seguito il percorso dell’uva.
Illustrata la vinificazione, siamo passati all’affinamento, la parte più
affascinante.
Abrigo Fratelli è un’azienda familiare cresciuta nel
tempo, con una produzione che si mantiene tra le 70 e le 80 mila bottiglie,
sempre sotto le 100.000. Oggi lavorano circa 17–18 ettari tra proprietà e
affitti, con margini per ampliare ancora la superficie vitata.
Poi siamo entrati nella parte storica della cascina. Ci ha
spiegato che le aziende familiari piemontesi nascono tutte dentro le cascine:
attraversiamo la vecchia stanza dell’imbottigliamento, oggi trasferita nella
parte nuova, e scopriamo che dove ora si trova la cantina un tempo c’erano il
fienile e la stalla.
Abbiamo potuto ammirare le vecchie bottiglie di annate
storiche e vedere quelle del metodo classico con il tappo a corona. Ci mostra
anche un piccolo museo storiografico dell’azienda, con tutte le vecchie
etichette. Ogni tanto ne aprono qualcuna. Ultimamente hanno aperto, con
grandissima soddisfazione, il Diano d’Alba Pietrin del ’99.
Fabrizio ha spiegato che
sulla vecchia etichetta c’è scritto: “Vigna Petrin sorride ai baci.”
Vigna Petrin è la vigna più bella, più vecchia, quella che c’è ancora oggi.
“Sorride ai baci” significa che è il solatio della collina, prima ancora che
nascessero le MGA. È la parte più esposta al sole: il luogo dove il sole “fa”
il vino.
Il Diano, ha detto, è sempre stato un precursore: quest’anno
sono quarant’anni che si usano i sorì, le vigne più belle, i solativi più
esposti. Una sorta di prima zonazione “fatta in casa”.
Sul metodo classico ha spiegato che fanno praticamente tutto
in casa, tranne un paio di passaggi molto delicati dove interviene un terzista:
imbottigliamento e sboccatura, operazioni che richiedono tecnologie precise e
macchinari complessi. Il resto del lavoro – in particolare il remuage – lo
fanno ancora a mano. È un modo di lavorare che ha un fascino particolare: bello
e capace di restituire il senso di un mestiere antico. Dal punto di vista del
risultato, ha detto, non cambia nulla tra farlo a mano o farlo a macchina:
cambia solo la quantità.
Una volta le macchine “te le tiravano dietro”; oggi, con i
costi del metodo classico, sono diventate troppo care. E siccome i numeri sono
ancora piccoli e c’è la volontà di mantenere un’impronta artigianale,
preferiscono continuare a farlo a mano.
Il tappo a vite
Si è parlato poi del tappo a vite, di cui Fabrizio è stato un grande sostenitore. Ha
mostrato come si apre e ha spiegato che il tappo a vite è una chiusura
fantastica perché ha eliminato i problemi collaterali del sughero: non il gusto
di tappo — quello lo riconoscono anche i bambini — ma i difetti subdoli,
bottiglie meno profumate, più amare, “a cui è mancato un pezzo”.
Ha spiegato come funziona l’applicazione del tappo a vite:
il tappo arriva liscio, viene infilato sulla bottiglia e una macchina chiamata
rullatore lo avvita con dischi a molla. Dentro c’è una membrana: oggi si
studiano membrane diverse per ottimizzare la micro‑ossigenazione.
“Il mercato lo faccio io”, ha detto, rispondendo a chi
sosteneva che il consumatore non avrebbe accettato il tappo a vite. Ha anche
ricordato che bottiglie da migliaia di euro, come certi grandi Champagne, sono
state tappate per decenni con il tappo a corona: “Perché non dovrebbe andare
bene qui?”
Fabrizio ha raccontato di
Jermann, il primo in Italia a utilizzarlo, e di una scena al Vinitaly, dove si
è discusso del rituale dell’apertura della bottiglia: “Usate (i sommelier) i
vostri quattro minuti per aprire la bottiglia e non per raccontarla.” Un
momento glaciale, ma illuminante.
Ha concluso con un’immagine: una sera d’estate in campagna,
la luna, le cicale, una bottiglia da aprire… e il cavatappi dimenticato.
“Quanto ti girano le palle?” ha detto ridendo. È stato il motivo per cui il
tappo a vite, alla fine, si è rivelato una soluzione pratica e romantica allo
stesso tempo.
Le mappe e la geografia della zona
Un momento centrale della visita è stato quello dedicato
alle mappe: un viaggio dentro la geologia, la storia e le suddivisioni del
territorio, che Fabrizio ha raccontato con
precisione e passione. Attraverso carte, valli, comuni e antiche proprietà, ha
mostrato come questo areale sia nato, cresciuto e si sia frammentato nei
secoli, diventando uno dei paesaggi vitivinicoli più complessi e affascinanti
del mondo.
Fabrizio, mostrando le
mappe del Piemonte, ha raccontato che oggi, percorrendo le colline, si viaggia
per due ore e mezza in mezzo alle vigne, in posti stupendi, dove ogni sguardo
apre un’altra storia. Ci ha mostrato la mappa della geologia: arenarie di
Diano, marne di Sant’Agata Fossili, formazione di Lequio.
Ha indicato Neive, poi Castagnole. Ha evidenziato le valli
del Tanaro e degli affluenti: il bacino orografico del Tanaro. Guardando la
mappa, si capisce la differenza tra La Morra e Serralunga: quattro milioni di
anni di diversità. L’unico comune che ha tutte e tre le formazioni geologiche è
Diano, prosecuzione naturale della grande U che parte da Roddi, Verduno, La
Morra, Cherasco (parte), Novello, Monforte.
Ha mostrato anche la zona del Barbaresco: parte di Alba,
Treiso, Neive, Barbaresco.
Ha raccontato che tutti i dieci comuni del Barolo erano
proprietà dei Marchesi Falletti. Il Barolo nasce con due cantine: una a Barolo
e una a Serralunga.
Novello invece era dei Marchesi Falletto, di Saluzzo, una famiglia
nobiliare con possedimenti fino a Chiavari. Senza fax, senza mail, con gli
Appennini in mezzo, comunicavano con segnali di fumo dalle torri: dal castello
di Novello alla torre di Murazzano, e così via.
Ha raccontato che ai tempi dell’Unità d’Italia i viticoltori
di Novello vendevano le uve a quelli di Barolo: Ravera, Sottocastello, tutte le
zone note. Poi Saluzzo e Barolo hanno fatto la guerra e hanno chiuso gli
scambi. Barolo era in crisi: aveva bisogno di quelle uve. Quella è stata la
prima crisi di mercato. Alla fine hanno dovuto ammettere che compravano le uve
da Novello, e così Novello è entrato nella zona del Barolo. Ancora oggi metà
Novello è dentro.
Tutto questo è servito per raccontare come è nato questo
areale: fantastico, stupendo, meraviglioso da alcuni punti di vista,
estremamente complicato da altri. Ci ha mostrato la mappa dei cru: Bricco
Voghera è tre ettari, mentre la Bussia parte dal Gallo e arriva a Monforte,
lunga cinque chilometri. A Monforte hanno fatto 10 cru, 20 cru, non sa quanti
siano. Segmentazione enorme: bella, ma difficile da spiegare.
Ha raccontato che la divisione campanilistica nasce
dall’Impero Romano. La piccola proprietà, l’orticello, se lo portano dentro
geneticamente da 2000 anni. Non esiste il latifondo come in Sicilia o Toscana.
Ogni castello era uno Stato.
Ha raccontato poi che da qui parte una fascia, tra Torino e
Cuneo, che arriva fino a Bordeaux, dove si parla Padois. Ha clienti che, quando
sono andati a Bordeaux, si sono ritrovati a parlare lo stesso dialetto.
Lui non li capisce, anche se è di qui, perché è un’altra lingua.
La degustazione
Il cibo
Fabrizio ha introdotto il
tema della merenda sinoira (dal piemontese: una merenda che fa da cena).
La merenda sinoira è stata una delle tradizioni più autentiche del Piemonte, e
in parte lo è ancora. Un modo di stare insieme senza formalità, un rito sociale
che racconta più del territorio di mille trattati di sociologia.
È nata nel tardo pomeriggio, quando il lavoro nei campi è
finito e siamo al tramonto. Non è ancora cena, ma non è più merenda.
La tavola si è riempita di tutto ciò che la casa offriva,
senza formalità, grazie alla gentilissima Rita.
Salame cotto, prodotto dal macellaio di Diano, salame crudo, pancetta. La
giardiniera – la bumatì – con il profumo di pomodoro, aceto e verdure
dell’orto. Formaggi freschi e stagionati, acciughe, tonno, uova sode. Pane,
burro, olio, pomodori strofinati. Nocciole con il cioccolato.
Sono piatti piccoli, immediati, sinceri. Fabrizio lo ha detto con una naturalezza che non
ha avuto bisogno di enfasi: “Noi siamo la base degli antipasti.” Ed è vero: la
merenda sinoira è stata un mosaico di assaggi. La tradizione degli antipasti
piemontesi è vastissima: nei libri di cucina dei Savoia sono comparse decine di
pubblicazioni, ognuna con molti piatti dedicati proprio alla merenda sinoira.
I vini e il carattere del Dolcetto
Si è poi brindato, e Fabrizio
ha spiegato che cosa è il Dolcetto secondo lui.
“Cos’è il Dolcetto?” “L’uva più dolce che c’è.” Il nome
deriva dalla dolcezza dell’acino.
Ha raccontato che è una vite difficile, molto più del
Nebbiolo. Il Nebbiolo è “un soldatino”: cresce dritto, ha grappoli regolari, è
vinificato con due travasi e il vino è fatto. Il Dolcetto no: è un cespuglio
ribelle. Ha tralci piccoli, fragili, che sembrano lunghi mezzo metro ma si
estendono per metri. Se arrivano due nuvolette, soffre. Nella vigna vecchia, ha
detto, si vedono tralci sottilissimi che reggono grappoli enormi: “Come fanno a
non spaccarsi?”
È una vite che richiede pazienza: va legata, seguita,
coccolata. Ma ha una piacevolezza incredibile. È il vino della quotidianità,
della contemporaneità, quello che si beve tutti i giorni.
Il Dolcetto è anche difficile da localizzare nella vigna:
bisogna scegliere il terreno giusto. Se si sbaglia, soffre di problemi di
allegagione — il fiore non diventa frutto — oppure di dissecazione del rachide:
la parte erbacea del grappolo si secca e gli acini cadono. Patisce le notti
fresche d’estate.
Il grappolo è delicatissimo. Fabrizio
ha ricordato sua zia, una donna enorme, chinata con i guanti a raccogliere gli
acini uno per uno: “Tocchi un palo e cadono gli acini.” Un’immagine che ha
raccontato la fragilità del Dolcetto meglio di qualsiasi manuale.
Alla fine della splendida giornata abbiamo chiesto a Fabrizio: “Qual è il vino più buono?” Ha risposto
senza esitazione: “Il vino bevuto con la compagnia più bella.”
Non potevamo che essere d’accordo, e ne abbiamo avuto la
prova da Abrigo.
Antonello
I vini degustati:
Charmatto: da . Così è scritto sull’etichetta e
ci è piaciuto moltissimo. Spumante Brut Rosè.
Rossese Bianco 2025: Rossese in purezza
Diano d’Alba 2024: Dolcetto in purezza
Diano d’Alba 2022 Superiore: Dolcetto in purezza
Langhe Nebbiolo 2025: Nebbiolo in purezza
Nebbiolo d’Alba 2022: Nebbiolo in purezza
Barolo 2017 Ravera: Nebbiolo in purezza, da Novello,
sottozona di Ravera
Sivà Riserva Alta Langa DOCG 60 mesi: Chardonnay in
purezza















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