Nel corso della masterclass “L’Ora dell’Oro – Sciacchetrà”, il racconto è partito da un punto chiave: le Cinque Terre non sono soltanto un luogo iconico, ma un territorio la cui storia nasce dal vino. Dietro l’immagine turistica fatta di paesaggi e fotografie, esiste una cultura profonda, radicata nella viticoltura. Per questo, la presenza a Vinitaly ha rappresentato per il territorio un momento significativo, quasi “un evento nell’evento”: l’occasione per riportare il vino al centro della narrazione identitaria.
Lo Sciacchetrà, come ricordato durante la
masterclass, non ha sempre portato questo nome. In origine si parlava di vini
bianchi secchi, affiancati da versioni “amabili” o “rinforzate”. Solo tra gli
anni ’50 e ’60 si è affermata la denominazione attuale, la cui origine rimane
incerta, sospesa tra ipotesi linguistiche e racconti popolari.
Storicamente, il vino delle Cinque Terre non era destinato
al consumo domestico, ma alla vendita: una risorsa economica essenziale che ha
contribuito a rendere lo Sciacchetrà un prodotto raro e prezioso. Il suo
valore, però, non era soltanto economico. Era un vino simbolico, conservato per
i momenti più importanti della vita — la nascita di un figlio, la partenza per
il servizio militare, il matrimonio, o come dono a figure di rilievo. Un vino
della memoria, legato ai passaggi fondamentali dell’esistenza. Ancora oggi
questa dimensione sopravvive: nelle cantine private lo Sciacchetrà può essere
condiviso solo in occasioni speciali, quasi come un segreto di famiglia.
Il territorio ha inciso profondamente su questa identità.
Prima della fillossera, alle Cinque Terre si contavano circa 1600 ettari vitati
(oggi 1600 ettari ci sono in tutta la Liguria) , una densità impressionante per
un paesaggio così verticale. Dopo il 1923, tra malattie della vite, guerra e
difficoltà economiche, è iniziato un progressivo abbandono dei vigneti. La
viticoltura è sopravvissuta, ma in forma ridotta, contribuendo a rafforzare il
carattere raro e prezioso di questo vino.
Lo Sciacchetrà nasce dall’uvaggio tradizionale di Bosco,
Vermentino e Albarola. Tra questi, il Bosco è il vitigno chiave: autoctono,
resistente, capace di adattarsi a un ambiente estremo fatto di roccia, pendenze
e forte drenaggio. La sua buccia spessa contribuisce in modo determinante alla
struttura, alla sapidità e alla personalità del vino.
La produzione segue un processo lungo e manuale. Le uve
vengono raccolte prima di quelle destinate al vino secco, selezionate con
grande attenzione e lasciate appassire in ambienti ventilati per un periodo
variabile. Dopo l’appassimento, vengono diraspate a mano e lasciate a contatto
con le bucce per circa 15–20 giorni, ottenendo un’estrazione importante.
L’affinamento può avvenire in contenitori diversi — acciaio, legno o soluzioni
più particolari — contribuendo a definire lo stile del vino. Il risultato è un
equilibrio tra concentrazione zuccherina e glicerina, da un lato, e sapidità e
struttura dall’altro.
La degustazione è stata il cuore della masterclass,
mostrando la varietà interpretativa dello Sciacchetrà. Si è iniziato con un
prodotto rarissimo, il vin de gussa, ottenuto dal ripasso delle vinacce
dello Sciacchetrà con vino secco, oggi prodotto da pochissime cantine; tra gli
esempi, quello della cantina Cappellini.
È seguito lo Sciacchetrà 2022 della Cooperativa
Agricola Cinque Terre, ottenuto da uve provenienti da tutto il territorio:
un vino didattico nel senso più nobile, riconoscibile, con note di frutta
candita, miele e una chiara impronta salina.
La Polenza di Corniglia 2021, prodotto da Stefania
Basso, ha mostrato un carattere più deciso, con note marine ed erbacee più
evidenti rispetto alla componente fruttata, e una chiusura asciutta e sapida
che sottolinea la variabilità stilistica del territorio.
Infine, un’interpretazione particolare: uno Sciacchetrà
affinato in vetro sotto il mare per alcuni mesi. È l ’Underwater 2019 di
Azienda Agricola Possa. Il movimento e la pressione hanno favorito
un’evoluzione diversa, con una dolcezza più sottile ma sempre presente, una
sapidità marcata e note di albicocca, frutta secca e leggere sfumature
ossidative.
Nel complesso, i profili emersi richiamano i tratti tipici
dello Sciacchetrà: scorza d’arancia, albicocca disidratata, miele, dattero,
spezie, talvolta un soffio balsamico o erbaceo. Al palato, la dolcezza è sempre
bilanciata da una componente sapida e leggermente astringente, che evita la
stucchevolezza e dona equilibrio.
Tradizionalmente considerato un vino da meditazione o da
festa, lo Sciacchetrà trova abbinamenti ideali nella pasticceria secca, nei
dolci da forno — crostate, panettone — e nei formaggi, in particolare pecorini
di diversa stagionatura. Il servizio migliore è a temperatura di cantina,
evitando raffreddamenti eccessivi che ne limiterebbero l’espressione aromatica.
In definitiva, la masterclass ha restituito lo Sciacchetrà
come un vino unico, nato da una viticoltura eroica e da un territorio estremo.
Un prodotto raro, complesso e profondamente identitario.
Un ringraziamento al Parco Nazionale delle Cinque Terre
per l’organizzazione della masterclass e per il lavoro di valorizzazione di un
territorio unico, e ai produttori presenti allo stand, che con il loro
contributo diretto hanno arricchito il racconto e la degustazione.
By Antonello







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