Tra i banchi d'assaggio di Le Formiche Lab, a Roma,
l'edizione 2026 di Lazio in Calice ha portato in degustazione vini
provenienti da diverse zone del Lazio e dell'Umbria. Protagoniste della
giornata sono state le produttrici presenti all'evento, che hanno accolto il
pubblico raccontando direttamente le proprie aziende, il lavoro in vigna e in
cantina e le caratteristiche delle etichette proposte.
L'iniziativa, organizzata da Donne del Vino Lazio e Decanter
Wine Academy con la partecipazione delle Donne del Vino Umbria, ha
riunito pubblico e aziende in una giornata di degustazioni e incontri diretti.
Tra gli appuntamenti in programma figurava anche la
masterclass "Lazio e Umbria, due terre e un confine", dedicata
al confronto tra vini rappresentativi delle due regioni.
Anche senza aver partecipato direttamente alla masterclass,
il dialogo tra le due regioni è tornato spesso nelle conversazioni e negli
incontri avuti durante la manifestazione.
Tra gli incontri della giornata c'è stato anche quello con Cristiana Chiacchierini, delegata regionale delle
Donne del Vino Umbria. Attraverso il suo racconto è stato possibile
conoscere più da vicino le realtà umbre presenti alla manifestazione, tra cui Oleum,
Cesarini Sartori, Tenuta Tre Arcangeli e Cocco Ilaria.
Tra i banchi di degustazione non sono mancati i momenti di
confronto con le produttrici presenti. Da questi incontri nascono le interviste
che seguono, realizzate nel corso della giornata a Lazio in Calice 2026.
Cantina Cifero
Tra le aziende presenti a Lazio in Calice ho
incontrato Maria Laura di Cantina Cifero,
realtà dei Castelli Romani che propone una gamma composta da cinque vini. In
degustazione erano presenti un Cesanese in purezza, un rosso ottenuto da un
blend di Montepulciano, Cesanese e Syrah e tre bianchi in purezza: Vermentino,
Malvasia Puntinata e Sauvignon.
Il territorio di riferimento è quello dei Castelli Romani,
caratterizzato da suoli di origine vulcanica che, secondo l'azienda,
contribuiscono a conferire ai vini una marcata mineralità.
La storia della cantina affonda le radici negli anni
Cinquanta, quando il nonno dell'attuale generazione acquistò i terreni su cui
oggi sorge l'azienda. Pur trovandosi in un'area fortemente vocata alla
viticoltura, decise di seguire una strada diversa, dedicandosi alla
frutticoltura. Una scelta controcorrente che lo portò a puntare sull'uva da
tavola e in particolare sull'Italia, varietà che nella zona di Colonna
rappresentava una produzione di nicchia e di elevata qualità.
L'attenzione era rivolta soprattutto alla qualità del
prodotto. In anni in cui il vino dei Castelli Romani era orientato
principalmente alla quantità, scelse di concentrarsi su un settore diverso,
ottenendo risultati importanti. Fu infatti tra i promotori della prima
cooperativa di esportazione dell'uva Italia della zona, contribuendo a portare
questo prodotto anche oltre i confini nazionali.
Lo spirito innovatore lo accompagnò anche negli anni
successivi. Nel momento di maggiore successo dell'uva da tavola, decise infatti
di investire in una nuova coltura e realizzò alcuni dei primi impianti di kiwi
nell'area dei Castelli Romani, anticipando quella che negli anni sarebbe
diventata una delle produzioni più significative del territorio laziale.
La sua capacità di intuire nuove opportunità e di percorrere
strade poco battute gli valse negli anni una particolare reputazione in paese.
I compaesani erano soliti dire che "ne sapeva sempre una più del
diavolo" e da quel modo di descriverlo nacque il soprannome di Cifero,
dal quale deriva oggi il nome della cantina.
La terza generazione ha successivamente ripreso in mano
l'azienda di famiglia mantenendo entrambe le anime produttive. Da una parte è
proseguita l'attività legata alla frutta, dall'altra è nato il progetto
vitivinicolo. La prima vendemmia della cantina è stata quella del 2018.
Oggi Cantina Cifero porta avanti sia l'attività
agricola storica della famiglia sia il progetto vitivinicolo avviato dalla
terza generazione, nato con la vendemmia 2018.
Vini Giovanni Terenzi
Tra i banchi di Lazio in Calice ho incontrato Pina Terenzi, che mi ha raccontato la realtà
aziendale situata a Serrone, vicino a Piglio, in provincia di Frosinone.
L'azienda si trova in una zona di confine tra Lazio e Abruzzo, un tema
particolarmente in linea con lo spirito della manifestazione dedicata al dialogo
tra territori limitrofi.
In degustazione era presente uno spumante Metodo Charmat
ottenuto da uve Bellone provenienti dai vigneti di Olevano Romano. Proprio a
Olevano l'azienda coltiva anche il Cesanese, nel cuore dell'area della Docg
Cesanese del Piglio.
Pina ha poi raccontato la storia di un vecchio vigneto di
Trebbiano impiantato negli anni Sessanta dai nonni e conservato fino a oggi. Da
quelle vigne nasce un vino bianco che rappresenta una delle scommesse più
interessanti dell'azienda. La scelta è stata quella di valorizzare il vigneto
storico anziché destinarne le uve a produzioni più generiche.
Tra i vini presenti al banco c'era anche una Passerina in
purezza ottenuta da un vigneto impiantato nel 1962. Le uve vengono raccolte a
maturazione avanzata per favorire la completa maturazione delle bucce, ma in
cantina si è scelto di evitare il contatto prolungato con le bucce stesse. Dopo
la raccolta, infatti, le uve vengono pressate rapidamente per preservare un
profilo più fine ed elegante ed evitare quella nota amarognola che spesso
caratterizza il vitigno.
L'azienda sta inoltre portando avanti alcune sperimentazioni
sul Cesanese, un lavoro ancora in fase di sviluppo sul quale preferisce
mantenere il massimo riserbo fino ai risultati delle prime prove.
Nel corso della conversazione si è parlato anche delle
chiusure utilizzate per i vini. A partire dall'annata 2025 alcuni prodotti sono
stati imbottigliati con tappo a vite Stelvin, una soluzione che l'azienda ha
deciso di adottare dopo averne valutato le prestazioni nella conservazione del
vino. Secondo Terenzi, questa scelta consente di preservare nel tempo
freschezza e caratteristiche aromatiche, evitando le variabili legate alla
naturale traspirazione del sughero.
Una realtà che unisce il lavoro sui vitigni storici del
territorio alla volontà di sperimentare e innovare, mantenendo uno stretto
legame con la zona del Cesanese del Piglio.
Azienda Agricola Torre dei Falchi
Tra i banchi di Lazio in Calice ho ritrovato Martina dell’Azienda Agricola Torre dei Falchi,
azienda dei Castelli Romani che avevo già avuto modo di conoscere in occasione
di precedenti eventi.
La realtà aziendale è di dimensioni contenute, con circa tre
ettari vitati e una produzione di circa 10-11 mila bottiglie all'anno. Tutte le
fasi, dalla coltivazione delle vigne fino all'imbottigliamento, vengono seguite
direttamente dall'azienda.
In degustazione erano presenti il Frascati, il Frascati
Superiore e il Cannellino di Frascati. Durante l'assaggio Martina ha
evidenziato come tutti i vigneti sorgano sulle pendici dell'antico vulcano
laziale, caratteristica che conferisce ai vini una marcata impronta minerale.
Particolare attenzione è stata dedicata al confronto tra
Frascati e Frascati Superiore. Pur condividendo l'origine vulcanica dei
terreni, il Frascati Superiore beneficia anche della presenza del tufo,
elemento che contribuisce a una mineralità ancora più evidente e a una maggiore
complessità del vino.
Accanto ai vini attualmente in commercio, l'azienda sta
lavorando anche a un nuovo progetto dedicato alle bollicine. La prima vendemmia
destinata al Metodo Classico risale al 2025 e il vino sta completando
l'affinamento sui lieviti, previsto per circa diciotto mesi. L'uscita è
programmata nel corso del 2027.
Nel corso della conversazione è emerso anche il tema della
tutela delle produzioni storiche del territorio. In particolare, Martina ha
sottolineato come il Cannellino di Frascati stia diventando sempre più raro.
Per questo motivo l'azienda continua a produrlo, con l'obiettivo di contribuire
alla salvaguardia di una tipologia che rappresenta una parte importante della
tradizione enologica dei Castelli Romani.
Casale Lucino
Ho incontrato Alessandra,
terza generazione di una famiglia di produttori che oggi porta avanti il
progetto Casale Lucino.
L'azienda è stata acquisita nel 2008 e si trova a Olevano
Romano, dove la produzione è interamente dedicata al Cesanese. I vigneti si
estendono per circa trenta ettari e rappresentano il cuore della produzione
aziendale.
In degustazione era presente il Levante, Cesanese Doc
ottenuto da una selezione molto limitata di uve provenienti da una specifica
area del vigneto, particolarmente esposta al sole. La produzione è contenuta in
circa 1.300 bottiglie e punta a valorizzare le caratteristiche più autentiche
del vitigno.
Una delle peculiarità di questo vino è la scelta di svolgere
sia la vinificazione sia l'affinamento esclusivamente in acciaio. L'obiettivo è
preservare il più possibile l'identità del Cesanese senza l'intervento del
legno. In assaggio era presente l'annata 2020, un vino che, secondo l'azienda,
ha ancora un importante potenziale evolutivo davanti a sé.
Accanto a questa etichetta, Casale Lucino produce anche
un'altra interpretazione del Cesanese. In questo caso il vino affronta un
passaggio in grandi botti di rovere francese, una scelta che consente di
ottenere un'espressione diversa del vitigno, mantenendo comunque il legame con
il territorio di Olevano Romano.
La produzione aziendale non si limita però ai vini rossi.
Attraverso altri vigneti situati ad Albano Laziale, vengono realizzate anche
una Malvasia Puntinata in purezza e una versione spumantizzata dello stesso
vitigno.
La Malvasia Puntinata viene vinificata e affinata in acciaio
per conservarne freschezza e sapidità. Secondo Alessandra, la vicinanza dei
vigneti al mare contribuisce a caratterizzare il profilo del vino,
conferendogli una particolare impronta gustativa. La versione spumantizzata,
proposta in versione Extra Dry, mantiene la stessa base varietale ed è pensata
come vino versatile, adatto anche all'abbinamento con piatti a base di pesce.
Eredi dei Papi
A rappresentare Eredi dei Papi era Chiara,
che mi ha raccontato la storia di questa realtà dei Castelli Romani nata dal
recupero dei vigneti di famiglia. L'azienda ha ripreso la gestione diretta nel
2014 ed è arrivata sul mercato con la vendemmia 2018.
In degustazione erano presenti diverse etichette che
raccontano il lavoro svolto sulla Malvasia Puntinata, considerata dall'azienda
il vitigno di riferimento. Tra queste, la Doc Roma vinificata e affinata
esclusivamente in acciaio e Galatea, interpretazione che conclude la
fermentazione in botti di castagno.
Secondo Chiara, il territorio vulcanico dei Castelli Romani
regala ai vini una spiccata acidità e una buona capacità evolutiva nel tempo.
Una caratteristica che permette ai bianchi aziendali di svilupparsi
positivamente anche dopo diversi anni di bottiglia.
La Malvasia Puntinata proposta in acciaio punta a esaltare
freschezza, aromaticità e tensione. Diverso l'approccio di Galatea, dove il
legno di castagno contribuisce ad ammorbidire l'acidità e ad arricchire il
profilo aromatico con note più morbide pur mantenendo il vino completamente
secco.
Particolarmente interessante anche la storia del nome
Galatea. Chiara ha raccontato che il vino è dedicato alla madre, scomparsa
prima che il progetto prendesse forma. Fu proprio lei a suggerire quel nome per
una futura etichetta e la famiglia ha deciso di utilizzarlo appena se n'è
presentata l'occasione.
La gamma aziendale comprende anche il Grechetto in purezza,
del quale sono state ricordate alcune vecchie annate, come la 2018 e la 2019,
ancora oggi in ottima forma, e una selezione di vini rossi.
Tra questi figurano un blend di Syrah e Montepulciano,
caratterizzato da un breve passaggio in legno e pensato come vino agile e
versatile, e una Riserva di Syrah in purezza, affinata per diciotto mesi in
barrique di terzo e quarto passaggio e successivamente dodici mesi in acciaio
prima della permanenza in bottiglia.
La scelta di puntare sul Syrah nasce da una presenza storica
del vitigno nell'azienda. Come raccontato da Chiara,
fu il nonno a introdurlo alla fine degli anni Ottanta, convinto che potesse
esprimersi particolarmente bene in questo territorio. Ancora oggi rappresenta
una delle etichette di punta della produzione, accanto al Cesanese, altro
vitigno chiave della cantina.
Un ringraziamento a Donne del Vino Lazio, Decanter
Wine Academy e Futuro Aperto per l'organizzazione della
manifestazione, e a Donne del Vino Umbria e a tutte le produttrici
presenti per la disponibilità e il tempo dedicato a raccontare i propri vini,
le proprie aziende e i rispettivi territori.







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