Questo articolo nasce dal ricordo di Il Mulino di Sermoneta, un ristorante che ho frequentato più volte tra il 2016 e il 2018, durante la prima gestione successiva alla chiusura degli storici proprietari.
Entrare al Mulino significava immergersi in una
dimensione sospesa tra storia e quiete. Le mura in pietra e quella luce calda
che filtrava dalle finestre creavano un ambiente che profumava di tradizione
autentica. Il servizio era uno dei suoi punti di forza: accogliente,
sorridente, mai invadente. Ti facevano sentire come se stessi tornando in un luogo
familiare, uno di quelli che non si dimenticano.
La proposta gastronomica era un omaggio alla cucina laziale
e campana, con piatti che rispettavano la materia prima e l’esaltavano
senza forzature. La mano dello chef era sincera: sapori puliti, cotture
precise, equilibrio.
Gli antipasti erano un trionfo di salumi, formaggi locali e
piccole preparazioni calde che raccontavano il territorio. A volte, però, il
Mulino amava “emigrare” con scelte più audaci: formaggi francesi, salumi
spagnoli, piccoli viaggi gastronomici che non stonavano mai.
I primi rappresentavano uno dei punti di forza della cucina.
Come non ricordare il profumatissimo risotto cacio e pepe con tartufo o la
celebre Carbonara Affumicata, un piatto che riusciva sempre a
sorprendere senza tradire la tradizione.
I secondi confermavano la stessa cura: selezione eccellente,
cotture perfette, profumi irresistibili. Lo stracotto di manzo al Nero
Buono di Cori, il Coniglio alla cacciatora e l’Anatra con
scalogno e riduzione di balsamico erano tra i più memorabili, piatti che
rimanevano impressi per equilibrio e profondità.
I dolci erano semplici, genuini, con quella dolcezza che non
stancava. La Caprese con panna e la Sant’Honoré crema e amarene
erano due ricordi indelebili, chiusure perfette per un pasto che sapeva
coccolare.
La selezione dei vini era ben curata, con etichette laziali
e qualche incursione nazionale e internazionale. Prezzi corretti, servizio
attento, calici sempre perfetti. Il Mulino sapeva valorizzare il vino senza
ostentazione, con naturalezza.
I prezzi erano onesti e proporzionati alla qualità. Si
usciva sempre con la sensazione di aver speso bene e, soprattutto, di aver mangiato
bene.
Ci si andava perché Il Mulino non cercava di stupire, ma
riusciva a farlo comunque grazie all'autenticità dei suoi piatti e alla cura
riservata a ogni dettaglio.
Era la scelta perfetta per una cena romantica, una
domenica in famiglia o un pranzo fuori porta nel borgo di Sermoneta.
Oggi Il Mulino non c'è più, ma il ricordo di quelle cene
resta vivo. Restano alcuni piatti diventati simbolo della casa, l'atmosfera
raccolta delle sue sale e quella sensazione, sempre più rara, di trovarsi in un
luogo dove si andava volentieri e dal quale si usciva con il desiderio di tornare.
Antonello









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