Nell’ambito dell’evento Vini d’Abbazia, come descritto nel precedente articolo, ci sono state diverse masterclass. Ho partecipato a quella della domenica Tra Bianchi e Perlage: alla scoperta della luce, condotta da Chiara Giovoni, wine expert e Ambasciatrice italiana dello Champagne. Chiara ha guidato i partecipanti in un percorso tra grandi bianchi, vitigni rari e bollicine d’autore. Una selezione che ha attraversato territori identitari: dalle cantine laziali alle produzioni internazionali di Abbaye de Fontfroide e Zlati Grič, passando per Abbazia di Propezzano, il Convento Santissima Annunciata, Feudi di San Gregorio, e Livio Felluga. Un viaggio che ha permesso ad esperti e appassionati di scoprire sfumature, caratteri e particolarità di etichette provenienti da luoghi profondamente legati alla loro storia.
L’incontro si è aperto con l’invito di Chiara a vivere la degustazione con uno sguardo
diverso: quello della luce. La luce dei paesaggi, delle vigne, dei
monasteri, dei luoghi che custodiscono il vino e lo modellano. Nel refettorio
dell’abbazia, immaginando i monaci seduti alle lunghe tavole di legno, il
percorso ha preso forma come un cammino sensoriale attraverso otto calici.
Il primo è stato il pas dosé sloveno Zlate Glic Carthusiana
Vintage Brut Nature, fresco e diretto, con note di mela gialla, pera
Williams, limone maturo e una chiusura sapida. Un modo semplice per entrare nel
tema della luce: quella chiara e nitida dei paesaggi di Konice, dove il vino
nasce e dove le bottiglie affinano nella Certosa di Ottokar.
Il secondo vino ha riportato la degustazione nel Lazio, con
il Pas Dosé Korì 2019 di Cincinnato, a base di Bellone, un metodo
classico che unisce freschezza, tensione e una lieve nota ammandorlata sul
finale. I suoli vulcanico‑argillosi, le colline ventilate e la vicinanza al
mare donano al Bellone una luce diversa: una luce marina autunnale, calda ma
non intensa, più ampia e avvolgente rispetto al primo calice.
Il terzo vino ha cambiato completamente scenario, portando
la degustazione su Ponza con la Biancolella Faro della Guardia 2024 di Casale
del Giglio. Un bianco d’isola, segnato da suoli vulcanici e stratificazioni
calcaree marine, che nel bicchiere mostra una nota sulfurea, pesca bianca,
agrumi maturi e una sapidità decisa. La luce evocata è una luce marina
irruenta, quella degli spruzzi che si infrangono sulle scogliere alte del
Tirreno: luminosa, vibrante, non confortante.
Il quarto vino ha riportato il percorso dentro un’abbazia,
con il Trebbiano d’Abruzzo “Tab” 2022 dell’Abbazia di
Propezzano, proveniente dalle colline teramane. Un bianco che unisce la
protezione del Gran Sasso e l’influsso dell’Adriatico, con suoli argillosi e
sassosi che donano al calice una luce più calda. Nel bicchiere emergono erbe
mediterranee come elicriso e ginestra, un agrume teso e una sapidità decisa,
quasi marina. La luce evocata è quella delle colline adriatiche: ampia,
salmastra, regolare, capace di “pulire” il palato con precisione.
Poi la Lombardia, con il bianco Curtefranca 2023 del Convento
Santissima Annunciata – Bellavista, un vino che racconta il Monte Orfano e
la sua doppia anima di sabbia e argilla. Nel calice, una luce più ampia:
acidità precisa, aromi che si espandono, vaniglia delicata, bergamotto, susina
gialla, erbe mediterranee.
Dalla luce del Nord della Lombardia a quella del
Mediterraneo, con Ocellus Corbieres 2023 dell’abbazia cistercense di Fontfroide,
in Francia, Languedoc‑Roussillon: un vino caldo, materico, profumato di
garrigue, mirto, agrumi e pesca tabacchiera. Una luce intensa, quasi selvatica,
che richiama la terra e il vento del Sud.
Il viaggio è proseguito in Friuli con Illivio 2023 di
Livio Felluga, un blend di Pinot Bianco, Chardonnay e Picolit vinificato
secco. Setoso, cremoso, energico: una luce che sembra salire dal suolo di marne
e arenarie, ricca di fiori, agrumi maturi, mandorla, noce, albicocca.
Infine l’Irpinia, con il Greco di Tufo Goleto 2019 di
Feudi di San Gregorio – Tenute Capaldo. Un vino profondo, minerale,
segnato da zolfo, pietra bagnata, vibrazioni luminose che raccontano vigne
degli anni ’60 e ’70 e paesaggi selvaggi, spesso dimenticati ma ricchi di
carattere.
Calice dopo calice, Chiara ha
guidato il pubblico in un percorso che ha unito tecnica e immaginazione,
lasciando spazio alle sensazioni e alla luce che ogni vino porta con sé. La
masterclass si è chiusa con un ringraziamento sincero e con la sensazione di
aver attraversato territori e storie attraverso la loro luminosità, in un
racconto che ha unito luoghi, persone e vini d’eccellenza.
Un grazie sincero va a Chiara
Giovoni per la sensibilità e la cura con cui ha guidato questo viaggio
nella luce, e a tutte le cantine presenti per aver condiviso storie, territori
e calici.
E un grazie sincero anche a Vini d’Abbazia e a SM
Studio, con Stefania e Yuki, per l’organizzazione, per il loro supporto e
la loro professionalità.
By Antonello






Nessun commento:
Posta un commento