sabato 8 agosto 2026

Timorasso: bere un pensiero E la battaglia per il tappo a vite

Il Timorasso sotto le stelle” è stata una delle serate più sorprendenti dell’estate romana. Il 1° luglio 2026, sulla terrazza dell’Hotel Donna Camilla Savelli, l’Associazione Romana Sommelier ha dedicato un simposio al Derthona Timorasso, portando sui tetti di Roma il grande bianco da invecchiamento dei Colli Tortonesi.

La degustazione, guidata da Fabio Turchetti e aperta da Antonello Mostacci, ha riunito quattro produttori: La Colombera, Mandirola, Luigi Boveri e Vigneti Massa. È stato un percorso che ha intrecciato territorio, storia e calici. In assaggio c’erano quattro Timorasso 2024 e quattro annate mature – 2021, 2020, 2019 e 2017 – con una pausa gastronomica affidata a Francesco de “La Tradizione” e Stefano de “Il Re Norcino”.

Fabio ha ricordato che venticinque anni fa il Timorasso occupava appena tre ettari, mentre oggi supera i quattrocento. Un’uva difficile, ma capace di profondità, struttura e longevità. Una rinascita nata grazie a pochi pionieri e oggi portata avanti da una nuova generazione. Ha aggiunto che il Timorasso è uno dei suoi vitigni preferiti.

La degustazione.

Elisa – La Colombera

Elisa ha presentato La Colombera come una delle aziende storiche dei Colli Tortonesi, raccontando un territorio che definisce la porta del Piemonte, fatto di argilla, calcare e sabbia, con tre zone che offrono espressioni diverse del Timorasso. Ha ricordato come Tortona, per decenni, sia stata soprattutto un serbatoio di uve senza una vera identità, finché la flavescenza dorata non ha colpito duramente la zona: la Colombera perse cinque ettari in sei mesi. Da quella crisi nacque il gruppo di produttori che decise di ripiantare Timorasso, avviando una crescita che dal primo vigneto del 1997 ha portato ai 504 ettari attuali.

Oggi l’azienda coltiva dodici ettari e produce tre Timorasso: il Derthona, vinificato in acciaio con nove mesi sui lieviti; il Montino; e il Santa Croce, nato per esplorare un terreno diverso. Il Derthona 2024 è stato descritto come un vino luminoso e profondo, con frutta matura, nocciola, agrumi e una mandorla amara che promette evoluzione, mentre il Derthona 2021 ha mostrato ampiezza, profondità e lunghezza.

Elisa ha ripercorso anche la storia della DOC Colli Tortonesi e della denominazione Timorasso, ricordando l’importanza del nome Derthona, scelto per dare identità al vitigno in un momento in cui molte aziende della Langa investono nel territorio. Ha parlato dell’energia dei giovani produttori e del ruolo del piccolo Derthona, utile per offrire un Timorasso più immediato accanto alle versioni da invecchiamento.

Enrico – Azienda Agricola Mandirola Enrico

Enrico ha ripercorso la storia della sua azienda, fondata nel 1913 dal bisnonno e sempre rimasta in famiglia. Da vent’anni guida lui la tenuta, ampliando i vigneti e lavorando in una zona più fresca, a Cadasco, circa 400 metri di altitudine. Qui i suoli e il clima regalano ai vini finezza e una dinamica più sottile. I vigneti sono mediamente vecchi e includono anche una parcella ultracentenaria da cui nasce la riserva.

Il Derthona 2024 proviene da tre vigneti piantati nel 1991, 2001 e 2011. È un Timorasso meno potente rispetto ad altre interpretazioni, ma più equilibrato e meno alcolico, con una freschezza luminosa, eleganza e una chiusura di mandorla amara. Enrico ha poi presentato il Derthona 2020, un’annata buona anche dal punto di vista produttivo. Ha ricordato che il Timorasso è un vitigno complesso: alterna rese irregolari, soffre le bruciature e richiede potature precise. Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha aiutato, con autunni più asciutti e uve più sane. La vinificazione avviene nelle vasche di cemento storiche della famiglia, con un affinamento di almeno un anno sulle fecce.

Luigi – Azienda Agricola Boveri Luigi

Luigi ha raccontato che la sua azienda lavora su sette ettari e produce tre etichette: il Derthona e due cru vinificati separatamente. Ha ricordato gli inizi, quando i produttori erano pochissimi, e l’orgoglio di vedere oggi il Timorasso crescere, affermarsi e conquistare nuovi mercati.

Ha portato l’attenzione sul terroir: i quattro Timorasso 2024 avevano un’impronta comune, ma differenze evidenti legate al suolo, al clima e alle scelte dell’uomo. Per lui questa varietà è la vera forza del vitigno, la sua non omologazione. È un concetto che Fabio ha ampliato ricordando quanto il vino dipenda dalle decisioni del produttore, mentre Antonello ha sottolineato come la territorialità del Timorasso sia oggi più moderna di molte altre zone italiane, vicina alla sensibilità francese.

Luigi ha poi presentato il suo 2019, un cru nato da una vigna particolarmente cara alla famiglia. L’annata era partita in sordina, ma col tempo ha rivelato tutta la sua energia. Ha spiegato quanto contino vento, esposizione e microfattori che rendono ogni parcella unica. L’uva di quel cru viene mantenuta separata dalla vendemmia all’imbottigliamento, per rispettarne il carattere.

Ha ricordato che il Timorasso è un vino da aspettare: il tempo è l’ultimo ingrediente, quello che completa il lavoro. Eppure, ha la fortuna di essere piacevole anche da giovane, un vantaggio importante anche dal punto di vista commerciale.

Walter – Vigneti Massa

Fabio ha presentato Walter come il motore di tutto questo percorso. Walter è entrato con il suo tono diretto e ironico, e subito ha riportato la storia indietro agli anni Ottanta, quando già da dieci anni guidava l’azienda di famiglia senza riuscire a far decollare la produzione. Tortona, racconta, era un territorio che produceva uva eccellente ma non vino: i commercianti di Asti e Stradella venivano a comprarla, e per i contadini investire in cantina significava immobilizzare capitale. Era più logico vendere l’uva che trasformarla.

Per spiegare la logica del territorio usa ironicamente un paragone agricolo: quando il latte non vale nulla, si è costretti a fare formaggio; se si è fortunati si produce un formaggio giovane, se va male si finisce con una lunga stagionatura. In Emilia le banche hanno sostenuto la filiera del Parmigiano, mentre altrove si sono create cantine sociali che hanno spesso funzionato più come rifugio che come luoghi di culto del vino. Poi negli anni 2020–2025 il mondo del vino è entrato in una fase di delirio di onnipotenza che richiederà una riscrittura completa.

Walter è passato poi alla fotografia del vigneto italiano: 600.000 ettari di paesaggio vitato, ma solo 250.000 realmente produttivi. Il resto sopravvive grazie alla passione dei piccoli viticoltori che poi conferiscono l’uva alle cantine sociali. Ha ricordato anche quanto vari il costo della manodopera: poche decine di ore per un ettaro in pianura, fino a duemila nelle viticolture eroiche.

Arriva così alla domanda su chi si salverà: da un lato chi produce vini quotidiani ma onesti e cita Caviro e il suo Tavernello, dall’altro chi lavora con senso e cultura, in grado di distinguere il vino vero dalle soluzioni industriali che affollano la grande distribuzione. Chi fa vino con l’uva – da Pantelleria alla Valtellina – continuerà a trionfare. Il futuro sarà fatto di vini che nascono dall’interazione tra uva, buon senso e tempo, senza la frenesia di inseguire l’ultima annata. Non ci sarà più la frenesia di dire: “Ah, io ho bevuto il Barolo del ’23”. Ma beviti il Barolo del 2003!! Lì bevi un vino orgasmotico».

Si è poi entrati nel cuore del Derthona. Walter ha ricordato che già nel XIV secolo Pietro de’ Crescenzi indicava i bianchi secchi tortonesi come il gioiello del territorio. Il Timorasso, prima chiamato gragnolato, era usato dai contadini come base aromatica, mentre Cortese e Citronino facevano da struttura. Da questa tradizione nasceva il torbolino, venduto torbido sul mercato svizzero fino alla fillossera. Nel 1909 Tortona esportava 30.000 ettolitri di vino bianco: un vero PIL etico.

La storia cambia quando il mercato nazionale chiede vino rosso: il territorio di Tortona si orienta sulla Barbera, senza il sostegno di famiglie nobili o grandi investitori, rimanendo quindi indietro. E poi c’è la riscoperta del Timorasso.

Tornando alla degustazione, Walter ha sottolineato che i produttori hanno creduto nel Timorasso e che quella sera hanno presentato quattro vini coerenti, capaci di trasmettere un pensiero comune. “Dobbiamo farvi bere un pensiero” dice Walter.  Nei vini giovani si ritrova personalità, in quelli maturi un legame tra passato e futuro. La coerenza è ciò che permette al consumatore di riconoscere il Timorasso indipendentemente dal produttore.  E questo è il messaggio che sono riusciti a mantenere per venticinque vendemmie, dal 2000 al 2024, anche dopo essere passati da sei o sette aziende alle attuali circa settanta che sono sul mercato con Derthona o, per gli obsoleti, con un Colli Tortonesi Timorasso.

Ha spiegato poi perché insistono sul nome Derthona Timorasso: il vino è un bambino che nasce dall’unione tra mamma uva e papà territorio, e quel nome racconta entrambi. Ammette che chi fa vino è inevitabilmente un po’ megalomane, perché ogni bottiglia è un investimento di materiali, lavoro e rischio, soprattutto quando si usa il tappo classico con la possibilità di difetti.

Ha poi raccontato che hanno scelto di seguire i territori che funzionano, quelli che chiamano il vino con il nome del luogo e non dell’uva: Collio, Matelica, Montalcino, Barolo, Barbaresco. Ha ricordato come queste denominazioni abbiano creato ricadute intelligenti – Rosso di Montalcino, Rosso di Montepulciano, Langhe Nebbiolo – per sostenere progetti ambiziosi. Anche il Derthona ha bisogno di una ricaduta: il Piccolo Derthona, utile per lavorare a piramide e non svilire il territorio. Senza questa struttura, il rischio è che il Derthona finisca negli hard discount a pochi euro.

Ha chiuso poi spiegando che produrre vino richiede know‑how, investimenti, viaggi, fiere, tempo e benzina: costi che restano identici indipendentemente dal numero di etichette. Una referenza in più come il Piccolo Derthona, se ben costruita, permette di essere più competitivi e di raccontare meglio il territorio.

In chiusura il dibattito sul tappo a vite – Il tema del tappo a vite è arrivato come una provocazione. Walter, che si è proposto ironicamente “Senatore a vite”, ha aperto il confronto chiedendo a Enrico perché non lo avesse adottato, a Luigi perché lo usasse poco e a Elisa perché avesse portato un Derthona chiuso proprio con il tappo a vite. È stato il modo per mostrare che ognuno ha avuto una storia diversa con questa chiusura.

Elisa ha raccontato che alla Colombera hanno studiato il tappo a vite insieme all’Università di Milano, confrontandolo sul Timorasso. Le prove hanno mostrato che, dopo due anni di bottiglia, la mineralità è risultata più netta, elegante e pulita. Il vino ha richiesto più tempo per esprimersi, ma si è mantenuto meglio. Ha ricordato che nel 1998 lei, Luigi, Walter e suo padre hanno acquistato la prima macchina da imbottigliamento comune, ancora in funzione, e che negli anni ne sono arrivate altre due, l’ultima dotata di un tappatore a vite molto preciso. Un tecnico ha tarato la macchina, hanno selezionato due modelli di tappi e anche le aziende più piccole adesso possono contare su una tecnologia affidabile. Ha aggiunto che, aprendo vecchie annate come 2017 e 2015, è capitato di trovare bottiglie rovinate dal sughero, con inevitabile frustrazione. Il tappo a vite ha eliminato quel rischio. Infine, ha ricordato che in America i ristoranti preferiscono il tappo a sughero e la bottiglia da aprire con il cavatappi, ma la priorità resta la qualità del vino.

Luigi ha portato un punto di vista pratico. Anche nella sua azienda hanno fatto prove, e la differenza tra sughero e tappo a vite, a parità di annata, vino, botte e imbottigliamento, è risultata enorme. Il tappo a vite ha garantito costanza, mentre il sughero ha introdotto variabilità. Hanno iniziato a introdurlo gradualmente, soprattutto sui bianchi. L’Italia è rimasta divisa, ma gli estimatori del tappo a vite sono aumentati. Alcuni mercati non lo hanno ancora accettato, ma per lui è solo questione di tempo. Ha considerato il tappo a vite una grande opportunità destinata a diventare una costante. Ha ammesso che si perde la magia del rituale dell’apertura, ma la differenza qualitativa è troppo grande per ignorarla. Ha anche riconosciuto che Walter, a un certo punto, ha fatto una scelta netta e che ha avuto ragione.

Enrico ha portato una posizione più prudente. Anche nella sua cantina hanno fatto prove, ma sono rimaste prove. Dal punto di vista tecnico, ha riconosciuto che il tappo a vite è una delle migliori chiusure disponibili, capace di far evolvere il vino in modo più controllato rispetto ad altri tappi. Ha però sottolineato che per usarlo serve una buona comunicazione, e che quella, nel territorio, l’ha sempre fatta Walter.

Infine, Walter ha ripreso la parola e ha allargato il discorso. Ha spiegato che la sfortuna del tappo a vite è di costare meno del sughero, e che per questo si pensa che chi lo usa sia tirchio. Ha citato produttori importanti come Jermann, Franz Haas, Matteo Correggia, Pazzaglia, Planeta, per dimostrare che non si tratta di risparmio. Il vino, ha detto, è un prodotto nobile, e la nobiltà sta nel cervello di chi lo produce. Risparmiare mezzo euro non ha senso, anche perché vetro, tecnologia e know‑how hanno costi elevati invitando a smettere di fare i conti in tasca ai produttori.

Poi è entrato nel cuore del problema: il sughero. Ha ricordato che tutti conoscono il TCA, ma che il sughero può rilasciare molte altre sostanze. Ha raccontato che sei bottiglie dello stesso vino, chiuse con tappi naturali identici, dopo anni hanno rilasciato vini diversi. Considerando che il vetro è inerte, se il vino è lo stesso, e i colori cambiano, è perché i tappi hanno ceduto sostanze diverse.

Per Walter, il tappo a vite è diventato una questione di rispetto: rispetto del vino, che deve arrivare integro; rispetto di chi lo porta a casa, perché una bottiglia chiusa a vite non si ossida; rispetto del lavoro, perché sei bottiglie della stessa scatola devono essere uguali. Ha ricordato che il tappo corona garantisce la stessa integrità, ma non permette di richiudere la bottiglia. Il tappo a vite sì.

Ha chiuso con il suo pensiero più netto: il vino merita rispetto, e il rispetto si dà con il tappo a vite. “Only screw cup”! Tutto il resto è stato un inganno.

Un grazie a Elisa, Enrico, Luigi e Walter per la splendida e istruttiva serata e all’Associazione Romana Sommelier per l’organizzazione

Antonello



















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