sabato 8 agosto 2026

"Cuoppo" di Alici Fritte Ripiene e Crocchette di Alici


Un cartoccio che profuma di mare, tradizione e golosità napoletana

Quando il mare chiama, le alici rispondono sempre. Nel cuoppo diventano un piccolo spettacolo: leggere, croccanti, irresistibili. In questa versione si alternano alici ripiene di provola filante e piccole crocchette profumate di prezzemolo e pinoli. Un mix perfetto da servire bollente, magari accompagnato da un bicchiere fresco di bianco. Una ricetta semplice, veloce e piena di carattere.

Ingredienti:

Alici fresche — 500 g

Provola affumicata — 50 g

Farina — q.b.

Sale — q.b.

Pepe — q.b.

Pinoli — 30 g

Prezzemolo — 1 rametto

Pangrattato — q.b.

Uova — 2

Olio per friggere — q.b.

Preparazione:

Eliminate testa e lisca delle alici, apritele a libro, lavatele e asciugatele con cura.

Tenete da parte metà dei filetti interi. Accoppiate due alici con un pezzetto di provola al centro. Passatele prima nell’uovo sbattuto e poi nella farina.

Tritate l’altra metà delle alici. Mescolatele con prezzemolo tritato, pinoli, pangrattato, un uovo, sale e pepe. Formate piccole polpettine, passatele nell’uovo e poi nel pangrattato.

Scaldate abbondante olio a 170–180°C. Friggete sia le alici ripiene che le crocchette fino a doratura. Scolate su carta assorbente.

Riempite i cuoppi con un mix delle due preparazioni e servite bollente.

Aggiungi una spruzzata di limone o una spolverata di peperoncino per dare un tocco fresco o piccante al tuo cuoppo.

Con questa ricetta chiudiamo i battenti per qualche settimana! ci risentiamo a SETTEMBRE! BUONE VACANZE A TUTTI 

By Mario & Antonello

Timorasso: bere un pensiero E la battaglia per il tappo a vite

Il Timorasso sotto le stelle” è stata una delle serate più sorprendenti dell’estate romana. Il 1° luglio 2026, sulla terrazza dell’Hotel Donna Camilla Savelli, l’Associazione Romana Sommelier ha dedicato un simposio al Derthona Timorasso, portando sui tetti di Roma il grande bianco da invecchiamento dei Colli Tortonesi.

La degustazione, guidata da Fabio Turchetti e aperta da Antonello Mostacci, ha riunito quattro produttori: La Colombera, Mandirola, Luigi Boveri e Vigneti Massa. È stato un percorso che ha intrecciato territorio, storia e calici. In assaggio c’erano quattro Timorasso 2024 e quattro annate mature – 2021, 2020, 2019 e 2017 – con una pausa gastronomica affidata a Francesco de “La Tradizione” e Stefano de “Il Re Norcino”.

Fabio ha ricordato che venticinque anni fa il Timorasso occupava appena tre ettari, mentre oggi supera i quattrocento. Un’uva difficile, ma capace di profondità, struttura e longevità. Una rinascita nata grazie a pochi pionieri e oggi portata avanti da una nuova generazione. Ha aggiunto che il Timorasso è uno dei suoi vitigni preferiti.

La degustazione.

Elisa – La Colombera

Elisa ha presentato La Colombera come una delle aziende storiche dei Colli Tortonesi, raccontando un territorio che definisce la porta del Piemonte, fatto di argilla, calcare e sabbia, con tre zone che offrono espressioni diverse del Timorasso. Ha ricordato come Tortona, per decenni, sia stata soprattutto un serbatoio di uve senza una vera identità, finché la flavescenza dorata non ha colpito duramente la zona: la Colombera perse cinque ettari in sei mesi. Da quella crisi nacque il gruppo di produttori che decise di ripiantare Timorasso, avviando una crescita che dal primo vigneto del 1997 ha portato ai 504 ettari attuali.

Oggi l’azienda coltiva dodici ettari e produce tre Timorasso: il Derthona, vinificato in acciaio con nove mesi sui lieviti; il Montino; e il Santa Croce, nato per esplorare un terreno diverso. Il Derthona 2024 è stato descritto come un vino luminoso e profondo, con frutta matura, nocciola, agrumi e una mandorla amara che promette evoluzione, mentre il Derthona 2021 ha mostrato ampiezza, profondità e lunghezza.

Elisa ha ripercorso anche la storia della DOC Colli Tortonesi e della denominazione Timorasso, ricordando l’importanza del nome Derthona, scelto per dare identità al vitigno in un momento in cui molte aziende della Langa investono nel territorio. Ha parlato dell’energia dei giovani produttori e del ruolo del piccolo Derthona, utile per offrire un Timorasso più immediato accanto alle versioni da invecchiamento.

Enrico – Azienda Agricola Mandirola Enrico

Enrico ha ripercorso la storia della sua azienda, fondata nel 1913 dal bisnonno e sempre rimasta in famiglia. Da vent’anni guida lui la tenuta, ampliando i vigneti e lavorando in una zona più fresca, a Cadasco, circa 400 metri di altitudine. Qui i suoli e il clima regalano ai vini finezza e una dinamica più sottile. I vigneti sono mediamente vecchi e includono anche una parcella ultracentenaria da cui nasce la riserva.

Il Derthona 2024 proviene da tre vigneti piantati nel 1991, 2001 e 2011. È un Timorasso meno potente rispetto ad altre interpretazioni, ma più equilibrato e meno alcolico, con una freschezza luminosa, eleganza e una chiusura di mandorla amara. Enrico ha poi presentato il Derthona 2020, un’annata buona anche dal punto di vista produttivo. Ha ricordato che il Timorasso è un vitigno complesso: alterna rese irregolari, soffre le bruciature e richiede potature precise. Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha aiutato, con autunni più asciutti e uve più sane. La vinificazione avviene nelle vasche di cemento storiche della famiglia, con un affinamento di almeno un anno sulle fecce.

Luigi – Azienda Agricola Boveri Luigi

Luigi ha raccontato che la sua azienda lavora su sette ettari e produce tre etichette: il Derthona e due cru vinificati separatamente. Ha ricordato gli inizi, quando i produttori erano pochissimi, e l’orgoglio di vedere oggi il Timorasso crescere, affermarsi e conquistare nuovi mercati.

Ha portato l’attenzione sul terroir: i quattro Timorasso 2024 avevano un’impronta comune, ma differenze evidenti legate al suolo, al clima e alle scelte dell’uomo. Per lui questa varietà è la vera forza del vitigno, la sua non omologazione. È un concetto che Fabio ha ampliato ricordando quanto il vino dipenda dalle decisioni del produttore, mentre Antonello ha sottolineato come la territorialità del Timorasso sia oggi più moderna di molte altre zone italiane, vicina alla sensibilità francese.

Luigi ha poi presentato il suo 2019, un cru nato da una vigna particolarmente cara alla famiglia. L’annata era partita in sordina, ma col tempo ha rivelato tutta la sua energia. Ha spiegato quanto contino vento, esposizione e microfattori che rendono ogni parcella unica. L’uva di quel cru viene mantenuta separata dalla vendemmia all’imbottigliamento, per rispettarne il carattere.

Ha ricordato che il Timorasso è un vino da aspettare: il tempo è l’ultimo ingrediente, quello che completa il lavoro. Eppure, ha la fortuna di essere piacevole anche da giovane, un vantaggio importante anche dal punto di vista commerciale.

Walter – Vigneti Massa

Fabio ha presentato Walter come il motore di tutto questo percorso. Walter è entrato con il suo tono diretto e ironico, e subito ha riportato la storia indietro agli anni Ottanta, quando già da dieci anni guidava l’azienda di famiglia senza riuscire a far decollare la produzione. Tortona, racconta, era un territorio che produceva uva eccellente ma non vino: i commercianti di Asti e Stradella venivano a comprarla, e per i contadini investire in cantina significava immobilizzare capitale. Era più logico vendere l’uva che trasformarla.

Per spiegare la logica del territorio usa ironicamente un paragone agricolo: quando il latte non vale nulla, si è costretti a fare formaggio; se si è fortunati si produce un formaggio giovane, se va male si finisce con una lunga stagionatura. In Emilia le banche hanno sostenuto la filiera del Parmigiano, mentre altrove si sono create cantine sociali che hanno spesso funzionato più come rifugio che come luoghi di culto del vino. Poi negli anni 2020–2025 il mondo del vino è entrato in una fase di delirio di onnipotenza che richiederà una riscrittura completa.

Walter è passato poi alla fotografia del vigneto italiano: 600.000 ettari di paesaggio vitato, ma solo 250.000 realmente produttivi. Il resto sopravvive grazie alla passione dei piccoli viticoltori che poi conferiscono l’uva alle cantine sociali. Ha ricordato anche quanto vari il costo della manodopera: poche decine di ore per un ettaro in pianura, fino a duemila nelle viticolture eroiche.

Arriva così alla domanda su chi si salverà: da un lato chi produce vini quotidiani ma onesti e cita Caviro e il suo Tavernello, dall’altro chi lavora con senso e cultura, in grado di distinguere il vino vero dalle soluzioni industriali che affollano la grande distribuzione. Chi fa vino con l’uva – da Pantelleria alla Valtellina – continuerà a trionfare. Il futuro sarà fatto di vini che nascono dall’interazione tra uva, buon senso e tempo, senza la frenesia di inseguire l’ultima annata. Non ci sarà più la frenesia di dire: “Ah, io ho bevuto il Barolo del ’23”. Ma beviti il Barolo del 2003!! Lì bevi un vino orgasmotico».

Si è poi entrati nel cuore del Derthona. Walter ha ricordato che già nel XIV secolo Pietro de’ Crescenzi indicava i bianchi secchi tortonesi come il gioiello del territorio. Il Timorasso, prima chiamato gragnolato, era usato dai contadini come base aromatica, mentre Cortese e Citronino facevano da struttura. Da questa tradizione nasceva il torbolino, venduto torbido sul mercato svizzero fino alla fillossera. Nel 1909 Tortona esportava 30.000 ettolitri di vino bianco: un vero PIL etico.

La storia cambia quando il mercato nazionale chiede vino rosso: il territorio di Tortona si orienta sulla Barbera, senza il sostegno di famiglie nobili o grandi investitori, rimanendo quindi indietro. E poi c’è la riscoperta del Timorasso.

Tornando alla degustazione, Walter ha sottolineato che i produttori hanno creduto nel Timorasso e che quella sera hanno presentato quattro vini coerenti, capaci di trasmettere un pensiero comune. “Dobbiamo farvi bere un pensiero” dice Walter.  Nei vini giovani si ritrova personalità, in quelli maturi un legame tra passato e futuro. La coerenza è ciò che permette al consumatore di riconoscere il Timorasso indipendentemente dal produttore.  E questo è il messaggio che sono riusciti a mantenere per venticinque vendemmie, dal 2000 al 2024, anche dopo essere passati da sei o sette aziende alle attuali circa settanta che sono sul mercato con Derthona o, per gli obsoleti, con un Colli Tortonesi Timorasso.

Ha spiegato poi perché insistono sul nome Derthona Timorasso: il vino è un bambino che nasce dall’unione tra mamma uva e papà territorio, e quel nome racconta entrambi. Ammette che chi fa vino è inevitabilmente un po’ megalomane, perché ogni bottiglia è un investimento di materiali, lavoro e rischio, soprattutto quando si usa il tappo classico con la possibilità di difetti.

Ha poi raccontato che hanno scelto di seguire i territori che funzionano, quelli che chiamano il vino con il nome del luogo e non dell’uva: Collio, Matelica, Montalcino, Barolo, Barbaresco. Ha ricordato come queste denominazioni abbiano creato ricadute intelligenti – Rosso di Montalcino, Rosso di Montepulciano, Langhe Nebbiolo – per sostenere progetti ambiziosi. Anche il Derthona ha bisogno di una ricaduta: il Piccolo Derthona, utile per lavorare a piramide e non svilire il territorio. Senza questa struttura, il rischio è che il Derthona finisca negli hard discount a pochi euro.

Ha chiuso poi spiegando che produrre vino richiede know‑how, investimenti, viaggi, fiere, tempo e benzina: costi che restano identici indipendentemente dal numero di etichette. Una referenza in più come il Piccolo Derthona, se ben costruita, permette di essere più competitivi e di raccontare meglio il territorio.

In chiusura il dibattito sul tappo a vite – Il tema del tappo a vite è arrivato come una provocazione. Walter, che si è proposto ironicamente “Senatore a vite”, ha aperto il confronto chiedendo a Enrico perché non lo avesse adottato, a Luigi perché lo usasse poco e a Elisa perché avesse portato un Derthona chiuso proprio con il tappo a vite. È stato il modo per mostrare che ognuno ha avuto una storia diversa con questa chiusura.

Elisa ha raccontato che alla Colombera hanno studiato il tappo a vite insieme all’Università di Milano, confrontandolo sul Timorasso. Le prove hanno mostrato che, dopo due anni di bottiglia, la mineralità è risultata più netta, elegante e pulita. Il vino ha richiesto più tempo per esprimersi, ma si è mantenuto meglio. Ha ricordato che nel 1998 lei, Luigi, Walter e suo padre hanno acquistato la prima macchina da imbottigliamento comune, ancora in funzione, e che negli anni ne sono arrivate altre due, l’ultima dotata di un tappatore a vite molto preciso. Un tecnico ha tarato la macchina, hanno selezionato due modelli di tappi e anche le aziende più piccole adesso possono contare su una tecnologia affidabile. Ha aggiunto che, aprendo vecchie annate come 2017 e 2015, è capitato di trovare bottiglie rovinate dal sughero, con inevitabile frustrazione. Il tappo a vite ha eliminato quel rischio. Infine, ha ricordato che in America i ristoranti preferiscono il tappo a sughero e la bottiglia da aprire con il cavatappi, ma la priorità resta la qualità del vino.

Luigi ha portato un punto di vista pratico. Anche nella sua azienda hanno fatto prove, e la differenza tra sughero e tappo a vite, a parità di annata, vino, botte e imbottigliamento, è risultata enorme. Il tappo a vite ha garantito costanza, mentre il sughero ha introdotto variabilità. Hanno iniziato a introdurlo gradualmente, soprattutto sui bianchi. L’Italia è rimasta divisa, ma gli estimatori del tappo a vite sono aumentati. Alcuni mercati non lo hanno ancora accettato, ma per lui è solo questione di tempo. Ha considerato il tappo a vite una grande opportunità destinata a diventare una costante. Ha ammesso che si perde la magia del rituale dell’apertura, ma la differenza qualitativa è troppo grande per ignorarla. Ha anche riconosciuto che Walter, a un certo punto, ha fatto una scelta netta e che ha avuto ragione.

Enrico ha portato una posizione più prudente. Anche nella sua cantina hanno fatto prove, ma sono rimaste prove. Dal punto di vista tecnico, ha riconosciuto che il tappo a vite è una delle migliori chiusure disponibili, capace di far evolvere il vino in modo più controllato rispetto ad altri tappi. Ha però sottolineato che per usarlo serve una buona comunicazione, e che quella, nel territorio, l’ha sempre fatta Walter.

Infine, Walter ha ripreso la parola e ha allargato il discorso. Ha spiegato che la sfortuna del tappo a vite è di costare meno del sughero, e che per questo si pensa che chi lo usa sia tirchio. Ha citato produttori importanti come Jermann, Franz Haas, Matteo Correggia, Pazzaglia, Planeta, per dimostrare che non si tratta di risparmio. Il vino, ha detto, è un prodotto nobile, e la nobiltà sta nel cervello di chi lo produce. Risparmiare mezzo euro non ha senso, anche perché vetro, tecnologia e know‑how hanno costi elevati invitando a smettere di fare i conti in tasca ai produttori.

Poi è entrato nel cuore del problema: il sughero. Ha ricordato che tutti conoscono il TCA, ma che il sughero può rilasciare molte altre sostanze. Ha raccontato che sei bottiglie dello stesso vino, chiuse con tappi naturali identici, dopo anni hanno rilasciato vini diversi. Considerando che il vetro è inerte, se il vino è lo stesso, e i colori cambiano, è perché i tappi hanno ceduto sostanze diverse.

Per Walter, il tappo a vite è diventato una questione di rispetto: rispetto del vino, che deve arrivare integro; rispetto di chi lo porta a casa, perché una bottiglia chiusa a vite non si ossida; rispetto del lavoro, perché sei bottiglie della stessa scatola devono essere uguali. Ha ricordato che il tappo corona garantisce la stessa integrità, ma non permette di richiudere la bottiglia. Il tappo a vite sì.

Ha chiuso con il suo pensiero più netto: il vino merita rispetto, e il rispetto si dà con il tappo a vite. “Only screw cup”! Tutto il resto è stato un inganno.

Un grazie a Elisa, Enrico, Luigi e Walter per la splendida e istruttiva serata e all’Associazione Romana Sommelier per l’organizzazione

Antonello



















mercoledì 5 agosto 2026

Bosco DiVino 2026: tra vino, musica e territorio

La terza edizione di Bosco DiVino ha raddoppiato con due settimane di appuntamenti: la prima dal 17 al 20 luglio 2026, la seconda dal 23 al 26 luglio. Alla Fonte Ontanese, nel cuore del Parco dei Castelli Romani a Lariano, il festival si è confermato come un evento immersivo, gratuito e aperto a tutti — anche agli amici a quattro zampe. Organizzato dall’Associazione Ricreativa Culturale Lariano DOC, ha trasformato il bosco in un percorso sensoriale tra calici, sapori, note e natura.

Ogni sera, accanto ai banchi d’assaggio, la musica ha creato l’atmosfera: dal jazz al pop, le band live hanno accompagnato il tramonto, rendendo ogni serata diversa, vibrante, incantata.

L’offerta gastronomica è stata ampia e coinvolgente: dalla pizza romana agli arrosticini, dai taglieri di salumi e formaggi alla frittura di pesce fresco proposta dalla Pescheria da Pesciolino. Tutto pensato per dialogare con le oltre 80 cantine presenti, protagoniste di degustazioni che spaziavano dalle bollicine ai bianchi, dai rosati ai rossi di carattere.

Tra i banchi di assaggio ho conosciuto Emanuela della Cantina Spallotta, supportata dal Sommelier Roberto De Saverio. Propone di iniziare con la Malvasia Puntinata White Light, spiegando che la sua è del 2025, mentre il Bellone Ianus è 2024. Parla delle Malvasie con passione e invita ad assaggiarne più di una, così da confrontarle.

Si passa poi al rosato Rosè, un progetto che sta avendo molto successo: 90% Syrah e 10% Sauvignon Blanc, una percentuale minima ma ben percepibile. Mi racconta che il vino è stato apprezzato già prima dell’uscita ufficiale e che rientra tra i migliori rosati d’Italia. Parlando della cantina, spiega che producono diversi vini in purezza: Syrah, Cabernet Sauvignon, Cesanese, Bellone. È una scelta precisa: valorizzare il singolo vitigno, anche se esiste un blend — Verdone–Montepulciano — che completa la gamma.

Dalla Cantina F.lli Ceracchi, con l’amica Sommelier Candida e il produttore Gianni, ho provato il Pecorino del Lazio 2023. Gianni spiega che nel Lazio questo Pecorino è diverso da quello abruzzese e marchigiano: manca la parte amaricante tipica del vitigno. Racconta che negli anni hanno estirpato i vecchi vigneti e piantato Pecorino, Chardonnay e Pinot Nero, rinnovando completamente l’impianto. La cantina lavora con grande attenzione: le uve vengono raccolte quando il grado Babo è intorno a 23, senza superarlo per evitare ossidazioni. La vendemmia è notturna, scelta che preserva profumi e freschezza. Il risultato è un Pecorino dal carattere erbaceo, fresco, con un colore limpido e una bocca pulita e coerente, senza sbavature.

Bosco DiVino 2026 ha regalato quattro serate in cui il vino ha saputo raccontare territori, storie e visioni. Nel fresco dei castagni, tra musica e tramonti, ogni calice diventava un dialogo. E Roma, distante solo pochi chilometri, sembrava lontana come un ricordo d’afa.

Un festival che cresce, coinvolge e sa emozionare. Un brindisi al bosco, al vino e alla bellezza condivisa.

By Antonello








mercoledì 29 luglio 2026

Spaghetti alle Telline: il profumo del mare in 20 minuti

Una ricetta che sa di spiagga, di conchiglie raccolte al tramonto e di quei piatti semplici che funzionano sempre. Gli spaghetti alle telline sono un classico intramontabile: pochi ingredienti, gusto pulito, freschezza assoluta. Perfetti per una cena estiva o per riportare il mare in tavola anche quando il mare è lontano.

Ingredienti per 4 persone:

320 g di spaghetti

1 limone

prezzemolo qb

pepe qb

sale qb

700 g di telline

olio evo qb

1 spicchio di aglio

Procedimento:

Mettete le telline in un recipiente e lasciatele in acqua e sale per un’ora, poi sciacquatele con cura.

Mettetele in una pentola con il limone tagliato a metà, coprite e cuocete a fuoco vivo finché non si aprono (pochi minuti).

Separate le telline dal loro liquido e filtrate il fondo di cottura.

Cuocete gli spaghetti in acqua poco salata, scolateli molto al dente e finite la cottura in padella con il liquido delle telline.

Un minuto prima della fine, aggiungete prezzemolo, pepe e telline.

Impiattate con un filo di olio evo crudo, prezzemolo fresco e pepe macinato al momento.

Se vuoi un tocco ancora più profumato, aggiungi la scorza di mezzo limone grattugiata direttamente in padella mentre mantechì la pasta: esalta il sapore delle telline senza coprirlo.

By Mario

domenica 26 luglio 2026

Raíces – Gran Tarajal Fuerteventura - Dove la cucina canaria ritrova le sue radici

Gran Tarajal è una di quelle località di Fuerteventura che non cercano di imporsi con clamore: ti conquistano lentamente, con la loro autenticità. Il lungomare tranquillo, il ritmo rilassato, il profumo dell’oceano che si mescola alle cucine dei piccoli ristoranti affacciati sulla baia creano un’atmosfera che invita a fermarsi. Tra questi, Raíces è uno di quei posti che rimangono impressi.

Si viene accolti con calore, senza formalismi. L’ambiente è semplice, pulito, con un tocco rustico che richiama la tradizione isolana. Il personale è sorridente, presente ma mai invadente: ti guida nella scelta con consigli sinceri, non con frasi di circostanza. Il ritmo del servizio è rilassato, perfettamente in linea con l’anima di Gran Tarajal: qui si viene per godersi il momento, non per mangiare in fretta.

Il nome racconta già tutto: ritornare alle radici. Raíces celebra i prodotti dell’isola con una cucina sincera, essenziale, ma curata in ogni dettaglio. Qui la tradizione non è un pretesto: è il cuore del menu.

Le croquetas sono un must. Le abbiamo ordinate e si sono rivelate davvero ottime: croccanti fuori, morbide dentro, con un sapore pieno e ben equilibrato, antipasto immancabile, eseguito con tecnica e gusto.

Raíces propone piatti tradizionali rivisitati con mano leggera. Il pesce è il vero protagonista: fresco, locale, cucinato con rispetto. Spesso arriva direttamente dai pescatori di Gran Tarajal. Grigliato, al forno o in salsa verde: sempre succoso, mai coperto da condimenti invadenti. Noi abbiamo scelto la frittura di gamberoni e calamari, freschissima e tecnicamente impeccabile.

Sorprende la qualità delle carni, con cotture precise e sapori intensi. Il nostro piatto preferito? Lo stufato di capra, ricco, aromatico, davvero buonissimo, un piatto che parla la lingua dell’isola.

Infine vi consigliamo un buonissimo dessert, il "Polvito" per chiudere in bellezza la vostra esperienza gastronomica.

Raíces non cerca di stupire con effetti speciali: lascia parlare i prodotti, la tradizione e la cura. È un luogo che racconta Fuerteventura con sincerità, perfetto per chi vuole scoprire l’anima gastronomica delle Canarie partendo dalle sue radici.

By Mario







 

sabato 25 luglio 2026

Piccoli, Buoni e Pure Snob: Uova di Quaglia, Mozzarella e Tartufo”

Ci sono piatti che non hanno bisogno di fare rumore per farsi notare: basta guardarli. Le uova di quaglia con mozzarella e tartufo erano uno di quei bocconi minuscoli che, appena arrivavano in tavola, facevano scattare la domanda: “Ma perché sono così piccoli… e così irresistibili?”

La verità è che questo piatto viveva di contrasti: la delicatezza delle uova, la morbidezza della mozzarella, l’aroma del tartufo che arrivava prima ancora del piatto. Un gesto semplice, quasi domestico, trasformato in qualcosa di sorprendentemente elegante. Il tipo di ricetta che prepari in cinque minuti ma che sembra uscita da un ristorante che vuole farti credere di essere più raffinato di quanto sia davvero — e tu ci caschi volentieri.

Perfetto per una cena romantica, per stupire gli amici o per quei momenti in cui vuoi sentirti un po’ gourmet senza complicarti la vita.

Ingredienti (per 2 persone)

6 uova di quaglia

100 g di mozzarella fiordilatte (meglio se di buona qualità)

Tartufo fresco o crema di tartufo

Olio extravergine d’oliva

Sale e pepe

Basilico o timo (facoltativo)

Preparazione:

Scalda una padella antiaderente con un filo d’olio. Rompi delicatamente le uova di quaglia e cuocile per pochi minuti: devono restare morbide, con il tuorlo lucido e vellutato. Un pizzico di sale, una macinata di pepe e già profumano di buono.

Taglia la mozzarella in piccoli bocconcini e lasciala scolare qualche minuto. La sua dolcezza sarà il contrappunto perfetto alla ricchezza del tuorlo e all’aroma del tartufo.

Se usi il tartufo fresco, affettalo sottilissimo. Se preferisci la crema, aggiungine un velo sulla mozzarella o direttamente sulle uova. Il segreto è non esagerare: il tartufo deve avvolgere, non coprire.

Disponi la mozzarella sul piatto, adagia sopra le uova di quaglia e completa con le lamelle di tartufo. Un filo d’olio buono e, se ti piace, una fogliolina di basilico o timo.

Servi subito, quando le uova sono ancora calde e la mozzarella leggermente morbida. È un piatto che vive di contrasti: caldo e freddo, cremoso e aromatico, semplice e raffinato.

By Mario

giovedì 23 luglio 2026

Pizza Convention: la pizza italiana si racconta, a cura di Excellence Events

La seconda edizione di Pizza Convention ha trasformato Officine Farneto nel cuore pulsante dell’arte bianca romana: due giorni in cui pizzaioli, accademici, giornalisti e professionisti da tutta Italia si sono ritrovati per discutere il presente e il futuro di un comparto che vale oltre 15 miliardi di euro l’anno. Ideato da Pietro Ciccotti e curato editorialmente da Laura Mantovano, l’evento ha messo al centro il tema più urgente del settore: il riconoscimento professionale del pizzaiolo.

Durante la presentazione del Manifesto “Pizzaiolo: un mestiere da tutelare”, moderata da Selena Vacca, sono intervenuti la Senatrice Gisella Naturale, Antonio Pace dell’AVPN e alcuni dei nomi più autorevoli della pizza italiana – da Roberta Esposito a Franco Pepe, da Corrado Scaglione a Renato Bosco – per ribadire un paradosso ormai evidente: la pizza è un simbolo del Made in Italy, genera un indotto enorme e coinvolge migliaia di locali e addetti, eppure la figura del pizzaiolo non è ancora riconosciuta dal punto di vista giuridico. Da Pizza Convention è partito un appello chiaro: senza formazione e senza una posizione professionale definita, non può esserci futuro.

Se il convegno del 7 luglio ha acceso i riflettori sulla più grande zona d’ombra del settore, la giornata inaugurale ha celebrato invece il talento femminile con il premio Maestre della Pizza, assegnato a sei protagoniste che stanno ridefinendo ricerca, innovazione e imprenditorialità in un comparto dove la presenza delle donne davanti ai forni è ancora ferma al 2%.

Accanto ai talk, Officine Farneto ha ospitato contest, degustazioni e show cooking: dal Sorì Under 35 dedicato alla pizza tonda e in teglia, ai “fritturisti” della linea Zucchi Professional, fino al Vera Pizza Napoletana Champion che ha decretato i pizzaioli ammessi alla finale nazionale di settembre. Un programma fitto che ha confermato Pizza Convention come luogo di confronto e laboratorio di idee, ma anche come palcoscenico dove la pizza italiana mostra tutte le sue forme, le sue voci e le sue evoluzioni.

Tra gli appuntamenti della giornata, uno dei più attesi è stato la tasting dinner “Spicchi di Stelle”. Ho partecipato con piacere alla serata, che ha visto protagonisti Marzia Buzzanca, Renato Bosco e Corrado Scaglione.

La serata si è aperta con un’introduzione dedicata ai fritti gourmet di Andrea Raniele e Valentina Borsini, veri “fritti d’autore” nati da un atelier del gusto fatto di ricette sartoriali. Il team ha servito due assaggi: un supplì con riso Acquerello, carciofi, menta e pecorino, completato da una riduzione che richiamava l’involucro del supplì, e un tagliolino al limone con bisque di gamberi, gel al limone e tartare di scampi.

Sono poi entrati in scena i tre pizzaioli, definiti “rivoluzionari del gusto”: Buzzanca, Bosco e Scaglione. Tra ironia e tecnica hanno affrontato temi centrali come la necessità di riconoscere la professione del pizzaiolo e il valore della formazione, riprendendo il concetto del “non so fare il topping”, ovvero la creatività che non deve far perdere identità.

Hanno raccontato di aver improvvisato i piatti della serata: “tutto ciò che mangerete è stato pensato dieci minuti prima”. Hanno lavorato con ciò che avevano, ringraziando chi li aveva aiutati all’ultimo momento, come Callegari per il prosciutto appena affettato. Bosco ha ricordato che la pizza contemporanea rischia spesso di essere sovraccarica, mentre la serata ha dimostrato che con pochi ingredienti si possono ottenere risultati straordinari.

Bosco ha presentato il suo doppio crunch: due strati di impasto con olio extravergine all’interno, farciti con mortadella, fiordilatte e ricotta di bufala. Ha proposto anche una caprese estiva, giocata sulle consistenze. Buzzanca ha portato una focaccia con farina di segale, orzo e farina tipo 1, farcita con prosciutto cotto senza conservanti, ricotta e foglie “a fungo”, completata da una quenelle di ricotta e un fiore commestibile.

La serata è proseguita in un clima conviviale. Buzzanca ha raccontato la sua storia personale: dopo il terremoto, con il ristorante Percorsi di Gusto rimasto illeso tra le macerie, si è ritrovata a dover fare la pizzaiola seguendo le istruzioni di Simone Padoan. “Da quel giorno mi sporco sempre di farina.”

Scaglione ha ripercorso il suo percorso professionale: gli anni nelle cucine dell’Enoteca Pinchiorri, Villa d’Este e le osterie milanesi, l’arrivo alla pizza per necessità, la chiusura della pizzeria e il ritorno sui propri passi. Ha raccontato come la sua formazione da cuoco abbia influenzato il suo modo di fare pizza: organizzazione, precisione, ricerca. Ha ribadito che il pizzaiolo moderno deve essere trasversale, tra cucina, panificazione e pasticceria.

Bosco ha ricordato che la cucina non deve entrare “con prepotenza” nel mondo della pizza: l’equilibrio è fondamentale. Ha portato l’esempio della Margherita, perfetta nella sua armonia tra pomodoro acido, mozzarella dolce, basilico balsamico e olio aromatico.

La seconda edizione di Pizza Convention si è confermata come un appuntamento capace di unire visione, contenuti e qualità organizzativa. Un lavoro corale che ha dato forma a due giornate dense di confronti, idee e momenti di alta cucina.

Un ringraziamento a Pietro Ciccotti, che ha dato vita al progetto, a Laura Mantovano, che ne ha guidato l’impianto editoriale, e al team di Excellence Events, che ha curato l’organizzazione con precisione e attenzione. La loro regia ha permesso all’evento di esprimere al meglio la complessità e la vitalità del mondo della pizza italiana.

by Antonello

















Concours Mondial de Bruxelles: l’edizione romana a Palazzo Valentini

Lo scorso 6 luglio, a Palazzo Valentini, si è svolta l’edizione romana del Concours Mondial de Bruxelles – Sauvignon Selection by CMB, un appuntamento che ogni anno mette in luce le migliori espressioni del vino italiano. La cerimonia ha portato nella capitale produttori, degustatori e operatori da tutto il Paese, trasformando per un giorno le sale del palazzo in un grande laboratorio dedicato alla qualità.

L’Italia ha ottenuto risultati importanti: 475 vini premiati, con 22 Gran Oro, 172 Oro e 281 Argento. Veneto e Sicilia guidano la classifica dei riconoscimenti più prestigiosi, mentre per numero totale di medaglie svetta la Puglia, seguita da Veneto e Toscana. Un risultato che arriva dopo lunghe sessioni di assaggio condotte da 320 degustatori internazionali, e che colloca il nostro Paese al secondo posto tra le 51 nazioni partecipanti.

La giornata romana ha riunito 53 cantine e 121 vini premiati ai banchi d’assaggio, con la partecipazione di stampa e operatori. La cerimonia ha visto la presenza del Presidente del CMB Baudouin Havaux, del Vicesindaco della Città Metropolitana Pierluigi Sanna e dell’Ambasciatrice del Giappone Hikariko Ono, in occasione dei 160 anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Uno dei temi centrali dell’edizione è stato il nuovo progetto CMB Experience Certified, pensato per creare un ponte diretto tra il concorso e il mondo della ristorazione, ma anche per dare continuità al percorso di valorizzazione delle aziende e dei territori premiati. L’iniziativa, come ha spiegato il Presidente del CMB Baudouin Havaux, nasce per generare nuove occasioni di incontro tra produttori, operatori e pubblico, rafforzando la presenza delle etichette vincitrici nei contesti di consumo più significativi. A Roma sono stati presentati i primi dieci locali che proporranno almeno cinque vini premiati, costruendo una rete di indirizzi attenti alla qualità: dal ristorante stellato Idylio by Apreda alle enoteche, bistrot e salumerie distribuite in città, grazie alla collaborazione con Divina Italia.

Non sono mancati i riconoscimenti speciali: il trofeo Vinolok per il miglior rosé è andato al Talamonti Rosé 2025, mentre la Rivelazione Vino d’Italia 2026 è Foja D’or Riserva 2019 di Emilio Franzoni, che ho particolarmente apprezzato tra i banchi di assaggio. Il miglior spumante è René 2017 di Feudo Disisa. Premi anche per la linea Calici DiVini di Pam Panorama, con un Grand Oro assegnato al Valdobbiadene DOCG Superiore di Cartizze Dry “Cilium”.

Oltre al già citato Emilio Franzoni, tra i banchi d’assaggio mi hanno colpito diverse realtà, ognuna con una storia e un calice da ricordare. Costantino e Figlio con il Quarter Bianco 2025, un blend di Zibibbo, Catarratto, Chardonnay e Müller-Thurgau dalle Terre Siciliane, fresco e sorprendente nella sua immediatezza. Dalle Marche, Fontezoppa con la Vernaccia di Serrapetrona Pepato 2022, una versione che unisce carattere e finezza. Tenuta della Cascinassa ha portato il Timorasso Ramblè 2023, espressione pulita e ben definita del vitigno. Dal Friuli, Cimolai con il Prosecco 2025 Borgo delle Rose, lineare e ben costruito. Dal Veneto, Tenute Falezza con Campo Piano Garganega Chardonnay 2025, che gioca su equilibrio e morbidezza. Il Barolo Monroj 2022 di Teo Costa ha mostrato una bella profondità, mentre dal Veneto Cantina del Commendator Pozzobon ha presentato il Montello DOCG 2021 Rosso del Commendator, intenso e strutturato. Ca’ Lufera ha portato Ottantadue 2022, Merlot in purezza, e Sergio Gozzellino il Barbera d’Asti Superiore DOCG 2022, una delle espressioni più convincenti del vitigno.

A completare la giornata, tre masterclass dedicate ai vini dolci, alle eccellenze del territorio romano e alle molte sfumature del rosé, che hanno arricchito il percorso di degustazione con approfondimenti tecnici e storie di produttori.

Antonello
















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