giovedì 5 febbraio 2026

Irpinia Aglianico D.O.C. Donnachiara – L’anima scura e luminosa dell’Irpinia

Ci sono vini che non si limitano a riempire un calice: raccontano un luogo, una famiglia, un ritmo lento fatto di colline, vento e tradizioni che resistono. L’Irpinia Aglianico D.O.C. Donnachiara appartiene a questa categoria. È un rosso che non ha fretta, che si concede con passo sicuro e una personalità che non teme confronti.

Il colore è un rubino profondo, quasi impenetrabile, con riflessi violacei che tradiscono giovinezza e vigore.

I profumi sono  di ciliegia quasi matura, prugna, pepe nero e un accenno di tabacco dolce. Sul fondo, una nota ferrosa e minerale che è pura Irpinia.

Al gusto: tannino fitto ma ben educato, acidità viva che sostiene il sorso e una struttura che avvolge senza appesantire. Il finale è lungo, balsamico, con un’eco di frutti scuri e spezie.

L’Aglianico è spesso definito il “Barolo del Sud”, ma in questo caso la definizione sta stretta. Donnachiara lavora su eleganza e precisione, lasciando emergere la forza del vitigno senza irrigidirlo. Il risultato è un vino autentico, territoriale, moderno nel modo in cui si lascia bere.

Perfetto con: brasati e carni a lunga cottura, formaggi stagionati, piatti mediterranei ricchi e aromatici (penso a una parmigiana fatta come si deve)

Ma dà il meglio anche da solo, in un calice ampio, quando si ha voglia di un vino che accompagni la conversazione e non la interrompa.

Vale la pena acquistarlo perché è un rosso che parla a chi ama la tradizione, ma anche a chi cerca vini puliti, contemporanei, capaci di emozionare senza eccessi. Prezzo interessante (intorno ai 10 euro

By Mario




Calabria, la storia nel calice a Palazzo Ripetta


“Calabria, la storia nel calice” è il nome scelto dalla Regione Calabria, da Arsac e da Vinoforum per lo splendido evento al Palazzo Ripetta – Relais & Châteaux. Un pomeriggio che ha raccontato la regione attraverso i suoi vini, accompagnati da assaggi gastronomici che completavano la degustazione.

Ho iniziato il percorso dagli spumanti. Il Viglianti Pas Dosé Metodo Classico, da uve autoctone della zona di Careri e Bianco. Spumante dal perlage fine, con note di crosta di pane, miele d’acacia e fiori bianchi. Accanto, il Marrelli Wines Brut Millesimato 2017, Greco Bianco e Mantonico, si presenta paglierino brillante, profumi di zagara, burro e crosta di pane, e un sorso fresco e setoso.

Tra i bianchi, il Pecorello Ois 2025 di Russo & Longo: un profilo fresco, mediterraneo, ricco di frutta bianca, erbe e un tocco salino. Poi il Greco Bianco Particella Cinquantotto 2023 di Antonella Lombardo, un vino dorato, con profumi di frutta gialla, agrumi, fiori e una bocca sapida e croccante.

Il rosato è stato Puntalice Bio 2024 di Senatore Vini, Cirò DOC: colore “rosa petalo”, profumo intenso e floreale, gusto pieno e morbido. Un rosato che resta impresso per equilibrio e pulizia.

Tra i rossi, segnalo il Nerello Eleuteria 2017 di Tenuta del Travale, un vino dalla parte più interna della Calabria, con un carattere fine e una bella profondità.

Il finale è stato dedicato ai vini dolci, con due mondi diversi ma complementari. I Moscati di Saracena, come il Saracena Passito 2021 di Cantine Viola, ricco di frutta candita, miele e fiori; e il Mastro Terenzio 2015 di Feudo dei Sanseverino, più maturo e avvolgente. E poi il Greco di Bianco, in più interpretazioni: – Greco di Bianco DOC 2014 Umberto Ceratti – Greco di Bianco DOC 2021 Tenuta Dioscuri – Greco di Bianco 2018 Cantine Jelasi – Greco di Bianco DOC 2023 Cantina Lucà tutti accomunati da note di miele, agrumi canditi, erbe mediterranee e quella sapidità che è la firma del vitigno.

Tra un bicchiere e l’altro, formaggi e salumi calabresi hanno fatto da ponte perfetto, fino ai dolci finali che hanno chiuso la degustazione.

Un grazie a Vinoforum per l’invito e l’organizzazione impeccabile, e alla Regione Calabria e ad Arsac per aver portato a Roma una selezione così rappresentativa della loro terra.

By Antonello











mercoledì 4 febbraio 2026

Pizza con olive, capperi e acciughe, Il gusto mediterraneo in teglia

Quando il profumo del pomodoro incontra la sapidità delle acciughe, la freschezza del basilico e il carattere deciso delle olive nere di Gaeta, nasce una pizza che sa di Mediterraneo, di sole e di tradizione. Questa ricetta è perfetta per chi ama i sapori intensi e autentici, quelli che raccontano storie di mare, di orti profumati e di tavole condivise. La lunga lievitazione regala all’impasto leggerezza e croccantezza, mentre il condimento semplice e aromatico rende ogni morso un piccolo viaggio tra le coste italiane.

Ingredienti per 1 teglia

Per l’impasto:

200 g di farina manitoba

200 g di farina tipo 2

200 g di farina 0

420 g di acqua

7 g di lievito secco

15 g di sale

20 g di olio extravergine d’oliva

Per il condimento:

500 g di pomodori pelati

25 olive nere di Gaeta

10-15 capperi dissalati

10 filetti di acciughe sott’olio

3-4 spicchi d’aglio in camicia

Olio extravergine d’oliva q.b.

Sale q.b.

Origano fresco q.b.

Basilico fresco q.b.

Preparare l’impasto:

In una ciotola o nella planetaria, mescolare le tre farine e aggiungere l’acqua.

Unire il lievito e impastare prima lentamente, poi con maggiore energia.

Aggiungere il sale e l’olio, continuando a impastare fino a completo assorbimento.

Coprire e lasciare lievitare in frigorifero per 24 ore.

Lavorare l’impasto:

Dopo il riposo, togliere l’impasto dal frigo e versarlo su una spianatoia infarinata.

Sgonfiarlo delicatamente, poi stenderlo con le mani e piegarlo su se stesso, cercando di incordarlo verso il centro.

Ripetere l’operazione 4-5 volte.

Lasciare lievitare nuovamente fino al raddoppio (verificare premendo con un dito: l’impronta deve tornare indietro rapidamente).

Preparare il condimento:

Frullare i pomodori pelati con un minipimer fino a ottenere una salsa liscia.

Stendere l’impasto nella teglia, condire con la salsa di pomodoro, un pizzico di sale, un filo d’olio e gli spicchi d’aglio in camicia.

Cuocere in forno preriscaldato alla massima temperatura (250°C) per 12-15 minuti, finché la base sarà croccante.

Completare la pizza:

A fine cottura, rimuovere l’aglio e aggiungere le olive, i capperi, le acciughe e le erbe aromatiche fresche.

Servire calda, accompagnata da un buon bicchiere di vino bianco secco.

Consiglio del foodie:

Per un tocco in più, prova ad aggiungere qualche scorzetta di limone grattugiata al momento di servire: esalterà la sapidità delle acciughe e la freschezza delle erbe

 

martedì 3 febbraio 2026

Sangiovese Purosangue: il racconto di una giornata con EnoClubSiena da Armando al Pantheon

Sangiovese Purosangue è il nome evocativo scelto da Davide Bonucci, di EnoClubSiena, per il bell’evento organizzato a Roma lo scorso 19 gennaio, da Armando al Pantheon.

La prima a raccontarmi la sua realtà è stata Sofia di Istine, arrivata da Radda in Chianti con tre vini che rappresentano tre modi diversi di leggere le loro vigne. Il Chianti Classico 2023 come introduzione, poi la Gran Selezione Vigna Casanova dell’Aia 2021, nata dal primo terreno acquistato dalla famiglia, piantato negli anni ’80 e rinnovato nel 2014 e nel 2018. La Vigna Cavarchione 2021 invece guarda il borgo di Vertine, a Gaiole: un vigneto piantato tra il 2009 e il 2010, che nel bicchiere porta un carattere diverso, figlio di un’altra esposizione e di un’altra storia.

Da Podere Villanova, sempre Radda, Mauro mi ha fatto assaggiare i suoi Toscana IGT 2022 e 2021: due vini puliti, essenziali, figli di una cantina che preferisce parlare attraverso il frutto più che attraverso la comunicazione. Una semplicità che diventa stile.

Poi Tenuta Carleone di Castiglioni, Radda in Chianti. Il primo vino degustato è stato Il Guercio 2023, che nasce da un vecchio vigneto terrazzato sopra Lamole, a 650 metri di altitudine. Raccolta tardiva, fermentazione in cemento con grappoli interi e una macerazione lunghissima che gli regala un frutto ampio, fuori dagli schemi. Con Uno 2021 si torna al cuore della tenuta: Sangiovese in purezza da parcelle selezionate, pensato per essere elegante e longevo. Il Chianti Classico 2023 è la loro idea di “essenza di Radda”: la cantina è nel centro del Chianti Classico, dentro i confini storici, e il vino riflette esattamente quel luogo.

Da Selvapiana ho assaggiato il Vigneto Erchi Electae 2020, frutto di un podere acquistato nel 1998 e piantato a Sangiovese l’anno dopo. Hanno aspettato anni prima di imbottigliare la prima selezione, colpiti dalla qualità e dalla diversità rispetto al resto della tenuta. Il Vigneto Bucerchiale 2022 è il loro vino simbolo, prodotto solo nelle annate che lo meritano davvero. Il Chianti Rufina 2024 racconta il legame diretto tra Sangiovese e Rufina. La verticale 1993–1973 del Chianti Rufina Riserva ha chiuso il cerchio con due annate che mostrano quanto questo territorio sappia resistere al tempo.

Ho concluso con Villa Calcinaia dei Conti Capponi, a Greve in Chianti. Il Chianti Classico 2022 nasce da Sangiovese con un tocco di Canaiolo, raccolto a mano e maturato tra legno e cemento. La Riserva 2021 arriva dai vigneti più esposti e soleggiati, con macerazioni lunghe e un affinamento importante. La Vigna Contessa Luisa 2021 è un pezzo di memoria: piantata nel 1959 da Ferrante Capponi e dedicata alla madre, è oggi il vigneto più vecchio della tenuta, due ettari che guardano a ovest e ospitano una piccola comunità di varietà diverse, come si usava un tempo.

Ringraziamo Davide per l’invito e aspettiamo di rivederlo il prossimo 24 febbraio, sempre da Armando al Pantheon, con altri produttori per la seconda edizione romana del 2026 di Sangiovese Purosangue.

By Antonello







domenica 1 febbraio 2026

Proposta Vini: il nuovo catalogo 2026 e un percorso tra oltre 1.000 assaggi

È stato presentato a Firenze, negli spazi della Leopolda, dal 17 al 19 gennaio, il catalogo 2026 di Proposta Vini. Un’opera che oggi raccoglie oltre 3.500 etichette e circa 300 aziende, un mosaico ampio e coerente capace di restituire la diversità del panorama enologico contemporaneo.

L’edizione 2026 si articola in due volumi distinti — uno dedicato ai vini e uno ai distillati — offrendo un quadro completo e ben strutturato. Al loro interno trovano spazio profili dettagliati delle aziende rappresentate e una selezione curata di etichette che attraversa le denominazioni più note e quei territori meno battuti che meritano attenzione. Ne emerge un progetto editoriale solido, pensato non solo come guida all’acquisto, ma anche come strumento di approfondimento per avvicinarsi con maggiore consapevolezza al mondo del vino e dei distillati, italiani e internazionali.

La prima giornata è stata riservata all’incontro con agenti e fornitori. Il 18 e 19 gennaio, invece, l’evento si è aperto agli operatori del settore ho.re.ca. e alla stampa, offrendo l’occasione di esplorare da vicino il catalogo: un’opportunità unica per degustare oltre 1.000 vini, presentati direttamente dai produttori. Sei le masterclass in programma, a completare un percorso di approfondimento ricco e ben costruito.

Ad accogliere i visitatori, all’ingresso, le opere dell’artista Federico Lanaro, che hanno introdotto con eleganza il percorso espositivo. Poi è iniziata la mia esplorazione tra i banchi di degustazione.

Il percorso è iniziato in Franciacorta, passando da Rizzini. Guido ci ha raccontato la filosofia della cantina: un solo cru, un solo vitigno — lo chardonnay — e un’unica annata per ogni etichetta. Una scelta netta, quasi ascetica, che si riflette nelle tre bottiglie in degustazione, tutte millesimate, ognuna con un carattere diverso.

Si parte dal Brut 2018, 72 mesi sui lieviti: un sorso pulito, diretto, con quella freschezza che ti mette subito in sintonia con la giornata. Poi arriva il Dosaggio Zero 2016, sempre 72 mesi, più serio e più teso, con una linea più affilata che invita a tornare al bicchiere. Il viaggio si chiude con il 2010 Extra Brut, selezione affinata 144 mesi e altri due anni dopo la sboccatura: un vino che parla piano ma a lungo, con una profondità che resta.

Tre interpretazioni diverse dello stesso luogo e dello stesso vitigno, tutte convincenti, tutte da degustare con attenzione.

Da qui il viaggio prosegue in Francia, dove Ferdinand ci accoglie con la storia di Virginie T., raccontata direttamente dal retro di una bottiglia, dove campeggia l’albero genealogico della famiglia. Virginie, sua madre, porta con sé un’eredità importante: figlia di Claude Taittinger, storico presidente della Maison Taittinger, e di Catherine de Suarez d’Aulan, già proprietaria di Piper-Heidsieck. Nel 2006 lascia la Maison dopo ventun anni e decide di creare un proprio percorso, fondando il marchio Virginie T., che oggi conduce insieme al figlio.

In degustazione si parte dal Transmission, Grand Millésime Brut (70% Pinot Noir, 20% Chardonnay, 10% Meunier): un sorso ampio, immediato, che mette insieme struttura e finezza. Poi l’Extra Brut Blanc de Blancs, più verticale, più luminoso, con quella purezza tipica dello chardonnay in terra di Champagne. A chiudere, il Brut Nature Vintage 2009, stessa ripartizione di uve del primo, ma con un profilo più profondo, più maturo, costruito su una grande maggioranza di “Premiers e Grands Crus” della Montagne de Reims, della Côte des Blancs e della Vallée de la Marne.

Poi il viaggio ci ha portati nelle Marche, a Matelica, dove abbiamo incontrato Bisci e il suo Verdicchio. Tre i vini in assaggio, ognuno con una sfumatura diversa dello stesso territorio.

Si parte dal Verdicchio di Matelica DOC 2024, immediato e limpido, con quella freschezza che ti rimette in asse. Poi arriva il Vigneto Fogliano 2022, proveniente dal cru più vecchio dell’azienda: un sorso più profondo, più disteso, con una maturità che si sente senza mai appesantire. A chiudere, il Senex, Verdicchio di Matelica DOCG prodotto solo nelle annate migliori, sempre dal Fogliano: un vino che prende il suo tempo, più meditativo, con una trama che si allunga e resta.

Tre interpretazioni coerenti, tre modi diversi di raccontare Matelica attraverso lo stesso vitigno.

Dopo Matelica il viaggio prosegue in Germania, nella valle del Nahe, dove Robert ci accoglie con due interpretazioni molto diverse. Il primo è l’Alte Reben, riesling proveniente da un unico vigneto in ardesia piantato nel 1987: un sorso nitido, teso, con quella mineralità che arriva dritta senza fare rumore. Accanto, il Weissburgunder (Pinot Bianco), vendemmiato esclusivamente a mano e fermentato in rovere, più morbido e più ampio, con un passo diverso ma ugualmente pulito.

Restiamo in Germania, spostandoci nel Rheingau da Bibo Runge, dove Markus porta in assaggio il Provokateur, Rheingau Sekt Brut 2020: il primo Sekt rosato da riesling, 18 mesi sui lieviti e un tocco di Pinot Nero aggiunto dopo la sboccatura. Un vino giocoso, immediato, che fa sorridere. Poi arriva il Kleiner Revoluzzer, riesling in purezza dal nome ironico, perché di rivoluzionario ha poco ma di carattere ne ha parecchio. A chiudere, l’Hargardun, affinato otto mesi in grandi botti, più profondo e più disteso, con una trama che si allarga senza perdere finezza.

 

Tornato in Francia, il percorso si chiude in Borgogna, dove la precisione dei bianchi e la profondità dei rossi riportano il viaggio su coordinate più classiche.

Si riparte da Domaine Seguinot Daniel, con due interpretazioni di Chablis che raccontano la finezza del territorio. Lo Chablis 2023 è immediato, teso, con quella salinità che arriva dritta e pulita. Il Chablis Premier Cru 2024 aggiunge un passo in più: più volume, più stratificazione, una maturità che non appesantisce ma allunga il sorso.

Poi si passa a Domaine Capuano-Ferreri con il Chassagne-Montrachet 2024, un bianco più ampio, più avvolgente, dove la sapidità si intreccia alla spinta acida in un equilibrio che promette evoluzione.

Il capitolo rosso della Borgogna arriva con Domaine Virely-Rougeot e il Pommard 2022: un Pinot Nero scuro, compatto, con un tannino presente ma fine, figlio di un’annata solare che non rinuncia alla verticalità.

Da qui il viaggio si sposta a Bordeaux per un confronto didattico tra due Saint-Émilion Grand Cru, utile a leggere come le percentuali di vitigni cambino il profilo del vino.

Il primo Saint-Émilion Grand Cru 2020 è di Château Pontet-Plaisance: 70% Merlot, 15% Cabernet Franc, 15% Cabernet Sauvignon. Un taglio equilibrato, classico, dove il Merlot porta morbidezza, il Cabernet Franc freschezza aromatica e il Cabernet Sauvignon struttura.

Il secondo Saint-Émilion Grand Cru 2014 è di Château Trianon: 80% Merlot, 10% Cabernet Franc, 5% Cabernet Sauvignon, 5% Carménère. Qui il Merlot diventa protagonista assoluto, con un frutto più pieno e avvolgente. Il tocco di Carménère introduce una speziatura diversa, più calda, che cambia la dinamica aromatica e rende il sorso più morbido e più ampio.

Tra un assaggio e l’altro ho partecipato anche a una masterclass particolarmente interessante dedicata alle vecchie annate di Müller-Thurgau, Kerner e Riesling, presentata da Gianpaolo Girardi, fondatore di Proposta Vini, e coadiuvato da Ilaria Lorini (AIS Toscana), fresca vincitrice del premio Miglior Sommelier d’Italia AIS. Un percorso raro, costruito su vini che mostrano come questi vitigni, spesso considerati “semplici”, possano invece evolvere con profondità sorprendente.

In degustazione:

  • Pelz Riesling 2016
  • Stella Riesling 2019
  • Cantina Pelz Kerner 2015
  • Cantina Villscheider Kerner 2018
  • Cantina Pelz Müller-Thurgau 2013
  • Vindimian Rudi Müller-Thurgau 2008

Una sequenza che ha messo in luce tensione, maturità, stratificazione aromatica e una capacità evolutiva spesso sottovalutata, soprattutto per Müller-Thurgau e Kerner.

 

Si chiude così un percorso ricco, vario, costruito come un viaggio attraverso territori, storie e interpretazioni diverse.

Un ringraziamento va a Proposta Vini, per l’organizzazione impeccabile e per la capacità — rara — di mettere insieme produttori, territori e visioni in un contesto che favorisce davvero l’ascolto e la scoperta. Un appuntamento che, anno dopo anno, continua a offrire strumenti, stimoli e prospettive nuove a chi lavora nel mondo del vino.

By Antonello











Irpinia Aglianico D.O.C. Donnachiara – L’anima scura e luminosa dell’Irpinia

Ci sono vini che non si limitano a riempire un calice: raccontano un luogo, una famiglia, un ritmo lento fatto di colline, vento e tradizion...