venerdì 23 gennaio 2026

Karlu Karlu 2023 – Il bianco australiano che parla la lingua della freschezza


Dalle terre remote e affascinanti dell’Australia arriva un bianco che sorprende per equilibrio e personalità: il Karlu Karlu Chardonnay-Semillon 2023. Un blend che unisce la rotondità dello Chardonnay alla vivacità del Semillon, dando vita a un vino fresco, versatile e moderno, perfetto per accompagnare la cucina mediterranea e asiatica.

Al naso si apre con note di agrumi, mela verde e pesca bianca, seguite da sfumature erbacee e un tocco tropicale. Un bouquet pulito e luminoso, che invita al primo sorso.

In bocca è scattante e bilanciato: la freschezza del Semillon dona tensione e acidità, mentre lo Chardonnay regala corpo e morbidezza. Il finale è asciutto, con una leggera sapidità che richiama la mineralità del suolo australiano.

Perfetto con insalate di mare, sushi, formaggi freschi, verdure grigliate e piatti speziati. Ottimo anche come aperitivo, servito ben freddo.

Moderna e grafica, con un design che richiama le linee topografiche del paesaggio australiano. Il nome “Karlu Karlu” è un omaggio alle formazioni rocciose sacre del Northern Territory, evocando un legame profondo con la terra.

Un vino che racconta l’Australia con freschezza, precisione e stile, ideale per chi cerca un bianco quotidiano ma mai banale.

By Mario







 

lunedì 19 gennaio 2026

Ciambellone al pecorino – Il rustico che profuma di festa

Il ciambellone al pecorino è molto più di una semplice torta salata: è un simbolo di convivialità, di merende contadine e di tavole imbandite nei giorni di festa. Il suo profumo intenso e il gusto deciso del pecorino lo rendono perfetto da servire con salumi, verdure sott’olio o anche da solo, appena tiepido. Prepararlo è semplice, ma richiede pazienza: la lievitazione lenta e l’impasto ricco lo trasformano in un capolavoro rustico, ideale per chi ama i sapori autentici.

Ingredienti per 1 ciambellone:

1 kg di farina 00

400 g di pecorino di media stagionatura (grattugiato grossolanamente)

1 bicchiere di olio extravergine d’oliva (circa 120 ml)

1 bicchiere di latte tiepido (circa 120 ml)

7 g di lievito di birra secco (oppure 20 g di lievito fresco)

50 g di strutto (per ungere lo stampo e dare morbidezza)

5 g di sale

Procedimento:

In una ciotola capiente, versare la farina e il pecorino grattugiato. Aggiungere l’olio, il latte tiepido, il lievito sciolto in poca acqua e il sale. Impastare energicamente per almeno 10 minuti, fino a ottenere un composto omogeneo e morbido.

Coprire la ciotola con un canovaccio e lasciare lievitare in un luogo tiepido per circa 2 ore, o fino al raddoppio del volume.

Ungere uno stampo da ciambella con lo strutto. Trasferire l’impasto nello stampo, livellarlo leggermente e lasciarlo riposare altri 15-20 minuti. Cuocere in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 60 minuti, finché la superficie sarà dorata e l’interno ben cotto.

Lasciare raffreddare su una griglia. Tagliare a fette e servire con salumi umbri, formaggi freschi o verdure sott’olio.

Il ciambellone al pecorino è ancora più buono il giorno dopo, leggermente scaldato. Si conserva bene per 3-4 giorni avvolto in un canovaccio, e può essere anche congelato a fette per averlo sempre pronto.

by Mario

mercoledì 14 gennaio 2026

Vinodabere porta la Sardegna a Roma: degustazioni, storie e territori

La Sardegna è un’isola che sembra un continente: ogni zona ha un carattere diverso, un vino diverso, un modo diverso di raccontarsi. Da quattro anni Vinodabere porta tutto questo a Roma con La Sardegna di Vinodabere, un evento che mette insieme produttori, appassionati e curiosi. Il lavoro della redazione guidata da Maurizio Valeriani, che ogni anno pubblica la Guida ai Migliori Vini della Sardegna (oltre 500 mila letture nell’edizione 2025), è il motore di questa manifestazione. Il 13 e 14 dicembre, all’Hotel Belstay, più di 40 cantine e oltre 200 vini hanno portato a Roma un pezzo d’isola, con il supporto del Consorzio del Pecorino Romano.

Il nostro giro tra i produttori

Il viaggio è iniziato con Sardus Pater, dove ho incontrato il presidente Raffaele De Matteis. Il primo calice è stato l’AD 49 2022, un Vermentino Metodo Classico affinato 36 mesi sui lieviti, elegante e preciso. Subito dopo è arrivato il Lugore, un Vermentino più diretto e solare, con quella nota salmastra che racconta il Sulcis senza bisogno di parole.

Da lì sono volato idealmente a Mamoiada, dove Gian Piero Tramaloni dell’omonima cantina mi ha fatto assaggiare un vino davvero particolare: Arrazza e Granazza, un blend che unisce un vitigno a bacca bianca e uno a bacca nera, entrambi autoctoni. Un sorso che parla di vigne antiche e di una Barbagia meno conosciuta, ma ricchissima di identità.

Il percorso è proseguito in Gallura con Tenute Campianatu, dove ho degustato una piccola verticale che racconta bene l’evoluzione del progetto: l’anteprima del Campianatu Junior 2023, poi le annate 2022 e 2021, fino alla Magnum 2019, una bottiglia rara che mostra quanto il Vermentino possa crescere nel tempo quando nasce da vigne sabbiose e da un lavoro fatto con cura.

Dalla Gallura mi sono spostato in Romangia, dove Antonio Marogna di Vini TraMonti mi ha guidati tra vini che portano il mare nel bicchiere anche se le vigne sono a un chilometro e mezzo dalla costa. Il Rosato Cannonau 2024, con una macerazione brevissima, è fresco e immediato; il Bianco 2024, raccolto a mano in agosto e vinificato solo in acciaio, punta tutto sulla sapidità. Poi il Cannonau 2023 e il Cagnulari 2023, due rossi che confermano la forza del territorio, e infine il Passito di Moscato da uve appassite in pianta, dolce ma mai pesante, con quella vena salina che arriva dal vento.

Poi sono passato a Badesi, dove Giovanni di Cantina Li Seddi mi ha accompagnato tra sabbie bianche e vigne che quasi toccano il mare. Ho iniziato con Aria di Mari 2023, un rosato Cannonau Metodo Classico Pas Dosé fresco e pulito, poi Lagrimedda 2024 da vigne giovani e Li Pastini 2024, più maturo. A chiudere, il Pa’Zia 2023, un Passito di Moscato da uve appassite in pianta: vigne di 90 anni e un sorso che sa di memoria e territorio.

L’ultima tappa mi ha portato a Oristano con Contini 1898, dove Giovanni Dettori mi ha illustrato il Karmis 2021, blend di Vernaccia (30%) e Vermentino (70%). Un bianco immediato, morbido e salino, con una beva molto scorrevole. Sono poi passato a I Giganti 2023, altro blend di Vernaccia (50%) e Vermentino (50%), con un passaggio in barrique e tonneau: più ampio, con una nota di frutta matura che resta elegante. Infine, la Vernaccia di Oristano. I colori e i sapori mi hanno conquistato. Tre le etichette degustate: Flor, più tesa e asciutta; Riserva 1998, profonda e complessa; Antico Gregori 1991, un sorso unico, ricco ma sempre equilibrato.

La quarta edizione de La Sardegna di Vinodabere si chiude così: con un viaggio tra vini che continuano a sorprendere e da scoprire. Un grazie sincero a Vinodabere e a Maurizio Valeriani per aver portato ancora una volta un pezzo di Sardegna a Roma, con tutta la sua autenticità.

By Antonello










martedì 13 gennaio 2026

Nuits-Saint-Georges 2020 – L’eleganza borgognona che conquista il palato

Nel cuore della Côte de Nuits, dove il Pinot Noir trova la sua espressione più autentica, nasce il Nuits-Saint-Georges 2020 firmato Arnaud Baillot. Un vino che incarna la finezza e la profondità della Borgogna, con una personalità decisa e un’eleganza che si rivela sorso dopo sorso.

Al naso si apre con note di ciliegia matura, ribes nero e violetta, seguite da sentori più terrosi e speziati: sottobosco, pepe nero, legno tostato. Un bouquet complesso e raffinato, che evolve nel bicchiere.

In bocca è strutturato e armonico, con tannini setosi e una freschezza che bilancia la maturità del frutto. Il finale è lungo, minerale, con un ritorno elegante di spezie e frutti rossi. Un vino che sa essere potente senza perdere grazia.

Perfetto con carni rosse, arrosti, formaggi stagionati e piatti della tradizione francese come il boeuf bourguignon. Ma sa anche sorprendere con preparazioni più mediterranee, come un filetto di maiale alle erbe o una parmigiana di melanzane.

Bellissima l’etichetta: Sobria e classica, con la dicitura “Mise au Domaine” che garantisce l’origine controllata e la cura artigianale della produzione. La firma Baillot – Van Canneyt è garanzia di qualità e rispetto del terroir.

Un rosso che racconta la Borgogna con carattere e finezza, ideale per chi cerca un Pinot Noir profondo, autentico e capace di emozionare.

Per chi ci legge da Latina potete trovarlo in vendita a Latina presso l’enoteca VINUM in corso Matteotti n. 140.

By Mario





lunedì 12 gennaio 2026

“Cronache di un Verdicchio Riserva dei Castelli di Jesi, fiero e indipendente come un gatto che ti guarda con disprezzo……

...tra i vagiti di bimbi appena nati, l’alcol bullizzato e un Dr. Jekyll & Mr. Wine, metà toscano e metà sangiovese, approdato a Roma nella sede AIS per raccontarcele…”

 Nella sede AIS di Roma è arrivato Dr. Jekyll_Mr. Wine (aka Luca Radicchi), metà toscano, metà sangiovese, innamorato del Verdicchio, per raccontarci la versione Castelli di Jesi Riserva. Con lui, sul palco, Valerio Canestrari della Fattoria Coroncino, in rappresentanza del Comitato Castelli di Jesi Verdicchio Riserva.

Fin da subito è emerso un concetto che ha fatto sorridere e riflettere: se le Marche si trovassero a sud, a nord, a est o a ovest della Borgogna, le bottiglie partirebbero da 180-200 euro. Per fortuna dei portafogli — e per sfortuna della denominazione — si trovano in Italia. Come ha ricordato Luca: “La differenza fondamentale tra la capacità che hanno i francesi di promuovere, di spingere e di far apprezzare, e la — soprattutto in passato — quasi totale incapacità di noi italiani di riuscire a trasmettere e far comprendere le straordinarie qualità dei nostri prodotti”.

È quindi un vino da comprare in cassa: una bottiglia ogni tre anni, l’ultima dopo diciotto. Sulla cassa ci scrivi gli appunti: com’era dopo 3, 6, 9 anni… e così via. Anche un investimento: tra 18 anni quei soldi varranno molto meno. Questo perché il Verdicchio, come è emerso nel corso della masterclass, è un vino da invecchiamento.

L’assaggio è stato dedicato “a bimbetti appena nati”, cioè annate fino alla 2021. Ma il tema dell’invecchiamento è tornato più volte. Luca ha raccontato una verticale arrivata oltre i vent’anni: “Il vino di 5 anni era considerato maturo, il vino di 9 anni era considerato maturo, il vino di 15 anni era considerato maturo e a 20 anni sono partite le bestemmie. Perché quando sbagli quattro volte di fila, la quinta parte con la parolaccia. A 20 anni il vino appariva maturo, ma noi non sappiamo quello di 30 perché non c’era”. Il Verdicchio, insomma, è un vitigno che vive nel tempo e del tempo. “Se Dio un giorno avesse deciso dove si faceva il vino buono, mettendo a caso, ha detto lì, perché qui c’è tutto”, dice Luca.

Durante la degustazione ha insistito sulla compostezza e sull’eleganza del Verdicchio, “che quasi ti guarda dall’alto come un gatto che ti disprezza”. È un vino che non teme nulla. Anche quando arriva a 14,5 gradi, sembra averne 10,5. E allora si è scherzato sull’alcol che chiede: “Qual è il numero antibullismo?”. Telefona e dice: “Io vorrei fare la mia parte, ma non me la fa fare nessuno. Tutti mi danno schiaffi e mi dicono zitto”. Il Verdicchio riesce a gestire l’alcol grazie a struttura, acidità, sapidità e capacità di evolvere nel tempo. È un vino che apre a mille abbinamenti e, sognando, anche all’idea di berlo insieme a Nicole Kidman.

Passando alla parte tecnica, si è iniziato con la descrizione dal territorio.

Le Marche offrono cinque gradienti termici diversi e altrettante zone climatiche in una regione piccola, un mosaico di suoli, esposizioni e altitudini che cambia passo ogni pochi chilometri. Per anni si è parlato semplicemente di riva sinistra e riva destra dell’Esino, una distinzione che ancora oggi può avere un senso, ma che non basta più a raccontare la ricchezza del territorio. Oggi si ragiona su quattro aree principali, ognuna con una propria voce.

Il “Margine Appenninico”, con le sue sabbie litificate, le marne, le argille rosse e una buona presenza di scheletro, è la zona delle altitudini più elevate e delle escursioni termiche più marcate. Qui nascono vini complessi, acidi, sapidi, capaci di invecchiare a lungo e di sviluppare aromi erbacei e una fine eleganza. Scendendo verso i “Colli Alti”, l’argilla diventa più presente, insieme a marna e calcare. I vini che ne derivano sono freschi, sapidi, naturalmente longevi, con quella nota ammandorlata che qui si esprime con particolare nettezza. La “Collina Centrale”, invece, è fatta di suoli argillo‑calcarei e argillo‑limosi, più profondi e più ricchi di argilla man mano che ci si avvicina al fiume. È la zona dei vini più maturi e meno acidi rispetto alle precedenti: strutturati, immediati, piacevoli già da giovani, con un ammandorlato più smorzato. Infine, il “Pedemontano”, vicino al mare e alle altitudini più basse, dove l’argilla quasi scompare lasciando spazio a sabbia e limo. Il clima è più caldo e stabile, e i vini risultano fruttati, floreali, morbidi, accessibili fin da subito, con acidità più contenuta e una rotondità che li rende immediatamente godibili.

Questa suddivisione aiuta a orientarsi, ma non basta. Perché poi arriva l’uomo, con le sue scelte in vigna e in cantina, e lì lo stile cambia ancora. Il Verdicchio è un vitigno che si presta a molte interpretazioni: l’acciaio che esalta la purezza varietale, l’acciaio con le fecce fini che aggiunge rotondità, il legno grande che porta struttura e longevità, le barrique che spingono verso espressioni più internazionali, il cemento che privilegia mineralità e tattilità, le macerazioni sulle bucce che danno vita a orange wine complessi, fino al metodo classico che dimostra quanto il Verdicchio sappia essere fine e fragrante anche in versione spumante.

Dopo la teoria, la conferma nel bicchiere.

Il percorso è iniziato con Venturi e il Qudi Riserva 2022, elegante e misurato, un’apertura gentile. Santa Barbara, con il Tardivo ma non Tardo 2021, ha portato profondità e calore, un riferimento della denominazione. La Staffa, con il Rincrocca 2022, ha portato energia e tensione: un vino vibrante e preciso. Vignamato, con l’Ambrosia 2022, ha offerto ricchezza e morbidezza, frutto maturo e complessità. Sparapani – Frati Bianchi, con la Donna Cloe 2022, ha riportato freschezza e immediatezza, con un tocco floreale luminoso. Umani Ronchi, con il Plenio 2022, ha mostrato eleganza e verticalità, con freschezza minerale e agrumi. Fattoria Coroncino, con il Gaiospino 2022, ha introdotto potenza e intensità. L’annata precedente era la 2019: non viene prodotto tutti gli anni, ma solo quando — come dice il proprietario Valerio — “Devo avere il vino e deve essere buono”. Pievalta, con il San Paolo 2021, ha portato equilibrio e armonia, un biodinamico che unisce struttura e finezza. Casalfarneto, con il Crisio 2021, ha chiuso con complessità, struttura, mineralità e lunga persistenza.

La Masterclass ha dimostrato come il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva sia un vino capace di raccontare tempo e territorio con voce autorevole. Ogni etichetta ha portato una sfumatura diversa, ma tutte hanno confermato la straordinaria versatilità e longevità del vitigno.

Un grazie a Luca Radicchi per la conduzione precisa e appassionata, all’AIS Roma per l’organizzazione e il servizio Sommelier, e all’Istituto Marchigiano di Tutela Vini per aver reso possibile un viaggio così ricco dentro l’anima del Verdicchio.

Grazie a Luca T. e Lola O. per l’aiuto.

By Antonello

Vini in degustazione

  • Venturi – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Qudi Riserva 2022
  • Santa Barbara – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Tardivo ma non Tardo 2021
  • La Staffa – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Rincrocca 2022
  • Vignamato – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Ambrosia 2022
  • Sparapani – Frati Bianchi Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Donna Cloe 2022
  • Umani Ronchi – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Plenio 2022
  • Fattoria Coroncino – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Gaiospino 2022
  • Pievalta – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico San Paolo 2021
  • Casalfarneto – Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico Crisio 2021








venerdì 9 gennaio 2026

Cesarini Sforza Le Premier Rosé: l’eleganza in bollicine trentine

Nel cuore del Trentino, dove le montagne custodiscono vigneti di altissima qualità, nasce uno spumante che incarna grazia, precisione e carattere: il Le Premier Rosé di Cesarini Sforza, prodotto con il metodo classico e certificato Trento DOC.

Al naso si apre con note delicate di piccoli frutti rossi – lampone, ribes, fragolina – accompagnate da sfumature floreali e un accenno di crosta di pane, segno distintivo della lunga permanenza sui lieviti.

In bocca è fresco, fine e persistente. Il perlage è elegante e cremoso, la struttura ben bilanciata tra acidità e morbidezza. Il finale è pulito, minerale, con una leggera sapidità che invita al secondo sorso.

Perfetto come aperitivo raffinato, si sposa magnificamente con crudi di pesce, formaggi freschi, piatti vegetariani e anche con cucina fusion. Un rosé versatile, capace di accompagnare con stile ogni momento speciale.

L’etichetta è Minimalista e sofisticata, con il motto “Le Premier” che sottolinea l’ambizione e la qualità di questo spumante. Il marchio Cesarini Sforza è da sempre sinonimo di eccellenza nel panorama delle bollicine trentine.

Un vino che racconta il Trentino con raffinatezza e precisione, ideale per chi cerca un rosé spumeggiante che non sia solo da bere, ma da vivere.

Facilmente reperibile nei supermercati risulta interessante anche il costo 12-15 euro.

By Mario






Irpinia Aglianico D.O.C. Donnachiara – L’anima scura e luminosa dell’Irpinia

Ci sono vini che non si limitano a riempire un calice: raccontano un luogo, una famiglia, un ritmo lento fatto di colline, vento e tradizion...